È morto Giuseppe Rotunno

Maestro della luce, collaboratore dei più grandi registi italiani (Visconti, De Sica, Fellini) e internazionali (Huston, Kramer, Fosse), primo direttore della fotografia non americano a essere ammesso all'American Society of Cinematographers. Aveva 97 anni
8 Febbraio 2021
In evidenza, Personaggi
È morto Giuseppe Rotunno
Il gattopardo

A 97 anni se ne va Giuseppe Rotunno, uno dei più importanti e influenti direttori della fotografia di sempre. Nella sua lunghissima carriera ha contribuito in modo fondamentale alla realizzazione di grandissimi film, non solo italiani, diventando, nel 1966, il primo non americano a essere ammesso all’American Society of Cinematographers.

Romano, classe 1923, Rotunno inizia come assistente del leggendario G. R. Aldo sul set di Umberto D. di Vittorio De Sica (1952) e Senso di Luchino Visconti (1954). Debutta come direttore della fotografia con lo sfavillante Technicolor di Pane, amore e… di Dino Risi (1955) ma la vera consacrazione la raggiunge proprio con Visconti, che dopo la morte di Aldo lo elegge come collaboratore di fiducia: per il suggestivo bianco e nero di Le notti bianche (1957) ottiene una candidatura al Nastro d’Argento.

Se La grande guerra di Mario Monicelli (1959) imitò il bianco e nero dei cine-attualità degli anni Dieci e Policarpo, ufficiale di scrittura di Mario Soldati (1959) si concede preziosismi primo-novecenteschi, è con Rocco e i suoi fratelli di Visconti (1960) che viene acclamato come maestro della luce per i raffinati chiaro-scuri dell’immagine, vincendo il primo Nastro d’argento. Rotunno comincia a frequentare anche registi internazionali, fotografando La Maja desnuda di Henry Koster (1959), L’ultima spiaggia di Stanley Kramer (1959) e La sposa bella di Nunnally Johnson (1960)

Con Cronaca familiare di Valerio Zurlini (1962, Nastro d’Argento) rivoluziona il genere drammatico con una tavolozza debitrice a Ottone Rosai, raggiungendo la piena maturità espressiva con lo splendore ottocentesco de Il Gattopardo di Visconti (1963, Nastro d’Argento). Dal 1968 collabora con Federico Fellini, di cui è autore delle fotografia dall’episodio Toby Dammit di Tre passi nel delirio (1968) a E la nave va (1983, David di Donatello e Nastro d’Argento). Rotunno si fa fedele interprete delle ossessioni del regista, inventando i mondi di Fellini Satyricon (1969, Nastro d’Argento), Roma (1972), Amarcord (1973), Il Casanova di Federico Fellini (1976, Nastro d’Argento e nomination al BAFTA), Prova d’orchestra (1979) e La città delle donne (1980, Nastro d’Argento).

 

Negli anni Sessanta, Rotunno fotografa anche Fantasmi a Roma di Antonio Pietrangeli (1961), Ieri, oggi, domani di Vittorio De Sica (1963), La Bibbia di John Huston (1966, David di Donatello). Richiestissimo all’estero in virtù delle sue collaborazioni con Fellini e Visconti, firma Candy e il suo pazzo mondo di Christian Marquand (1968), Conoscenza carnale di Mike Nichols (1971), L’uomo della Mancha di Arthur Hiller (1972), ottenendo una candidatura all’Oscar e vincendo un BAFTA per l’onirico musical felliniano All That Jazz – Lo spettacolo continua di Bob Fosse (1979).

Nel solco del maestro riminese si mette accanto a Lina Wertmüller in Film d’amore e d’anarchia (1973), mentre recupera suggestioni viscontiane per il dannunziano Divina creatura di Giuseppe Patroni Griffi (1975). Meno prolifico negli anni Ottanta, collabora con Robert Altman in Popeye (1980), Fred Zinnemann in Cinque giorni una estate (1982), Roberto Benigni e Massimo Troisi in Non ci resta che piangere (1984), Claude Goretta in Orfeo (1985), Terry Gilliam in Le avventure del barone di Münchausen (1988, Nastro d’Argento). Con Peter Del Monte realizza Giulia e Giulia (1987), primo film al mondo girato in alta definizione.

Negli anni Novanta ha preso le redini del corso di Direzione della Fotografia alla Scuola nazionale di cinema del Centro Sperimentale di Cinematografia, insegnando fino al 2013. Nel frattempo, centellina la sua presenza al cinema, lavorando ancora con Nichols in A proposito di Henry (1991) e Wolf – La belva è fuori (1994), Sydney Pollack nel remake di Sabrina (1995) e Dario Argento in La sindrome di Stendhal (1996).

Lascia una recensione

Lasciaci il tuo parere!

avatar
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy