Di cosa parliamo quando parliamo di critica?

"I dolori del (non più) giovane critico": il talk di Federico Pontiggia al Premio Subito Gressoney 2019
Di cosa parliamo quando parliamo di critica?

“Sei troppo critico”. “Criticone”. “Sai solo criticare”. “Critichi sempre, ma ti sei visto?”. “Che palle, non ti va mai bene niente”. Come avviamento alla professione non è male. In attesa del lavoro che, forse, sarà, il giovane critico paga l’inclinazione ancora in fasce, avverte i dolori sin dalla più tenera età, roba da far sollazzare quel Werther.

 

Insomma, se su uovo e gallina si può discettare, sull’”è nata prima la critica o l’autocritica?” no: volenti o nolenti, è la seconda.

 

Crescendo, il critico in fieri capirà alcune cose.

 

“Case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale”, si può criticare tutto e si può recensire tutto, ma solo per la seconda, nel migliore dei casi, si viene pagati.

 

Va da sé, due indizi fanno una prova: il critico arriva sempre secondo. Dopo l’opera, si capisce, ché dopo un collega non lo confesserà mai, nemmeno a don Davide su quel ramo del lago di Como.

 

Ormai avete inteso, per un critico citazione è forma abbreviata per eccitazione: più cita, più si eccita, almeno lui.

 

Siccome Marilyn Monroe, dunque Federico Fellini.

 

Si può chiamare anche Federico, ma Fellini non lo sarà mai, non deve: se per il regista riminese farsi attributo, dunque felliniano, decretava il successo, per un critico rimanere attributo è la fine. Anzi, un mancato inizio: da “sei critico” a “sei un critico”, ne va della professione. Se è difficile, assai difficile, trovare sostentamento, almeno, si trovi il sostantivo.

 

Poi, le variazioni sul tema: un critico, qualora accosti trasposizioni dei sinottici, adattamenti biblici, figurae Christi o Krzysztof Zanussi, può occasionalmente farsi “cristico”, mai però – nemmeno alle prese con David Lynch ed epigoni, nemmeno dinnanzi a spoglie architettonicamente custodite – “criptico”, pena la metacritica più devastante: “Non si capisce un cazzo”. Non del film, ma della recensione.

 

In fondo, quella del critico è una professione pericolo: ce lo ricordano tutti, ogni giorno. Quando le cose non vanno, Il momento è critico; quando tira una brutta aria, la situazione è critica; quando si addensano difficoltà, il punto è critico.

 

Da qualche anno, sì, la situazione è diventata più critica: critici in pensione dorata ma ancora attivissimi? Certo. Spazi critici nei quotidiani sempre più angusti? Ovvio. Pagherò come unica forma di pagamento? Purtroppo. Ricco di famiglia e/o altrove munificamente munito come unico accesso alla professione? Già.

 

Ma la minaccia principale, il nemico pubblico numero uno, per dirla con Vincent Cassel, o l’ordigno fine di mondo, con il dottor Stranamore, è un altro: l’influencer.

 

“Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi”, ovvero “Sono tanti, arroganti coi più deboli zerbini coi potenti, sono replicanti”, e ci stanno rimpiazzando: le major – una, in particolare – li bramano e li pagano, anzi, li strapagano. Non sanno di che parlano, ma sanno di che postano, twittano, influenzano. Beati loro.

 

Soccomberemo? Forse. Ma, con il Che o Brecht o chi per loro, “chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”. Dobbiamo combatterli, e sul loro campo, sui loro social. Sul mio profilo ho fissato un tweet, hashtag #SpotTheDifference: “Influencer: persona pagata per dire che una cosa è bella
Critico: persona pagata per dire se una cosa è bella”.

 

A dirla tutta, di differenza ce n’è un’altra: loro li pagano sempre, noi comunque. E se un critico non è pagato è un critico o è solo critico? La questione è corrente, il conto pure.

 

Però, senza nulla togliere agli amici influencer, non sono loro la minaccia più gravosa, più incombente, e mortificante per la critica oggi. Quella che, nel migliore dei casi, ancora tiene fede alla propria radice e distingue il vero dal falso, il certo dal probabile, il bello dal brutto e dal meno bello, il buono dal cattivo e dal meno buono, il film dalla schifezza.

 

No, la nostra nemesi è chi va al cinema, o s’accomoda in salotto o rimane a letto, come al ristorante, e poi commenta: prima il film e poi la recensione, o viceversa.

 

A imperare è il modello TripAdvisor, e se ancora non siamo entrati in coma, siamo già Coma Cose (Mancarsi, il titolo ineffabile), con una impercettibile ma fondamentale variazione: “Ci hanno dato tutto, ci hanno tolto tutto. Poi vi hanno detto, ‘Lascia un commento’”.

 

Tot capita tot commenta. Sotto a una mia recensione per cinematografo.it, durante l’appena terminata Mostra del Cinema di Venezia, ne hanno lasciato uno. Non vi dirò il film, ma il peccatore, quello sì, ve lo leggo:

 

“Vedo con piacere che il film ti è piaciuto. Io sono un esercente cinematografico, da più di 30 anni, e penso che dopo una recensione del genere si possa fare a meno di programmare il film, lo hai massacrato, noi coi film ci viviamo, che siano belli oppure brutti, tu puoi parlare di film, è il tuo lavoro, però devi pensare che ogni persona vede il film a modo suo, perciò se una cosa non ti è piaciuta, e sinceramente leggendo le tue recensioni vedo che ti piace poca roba, cerca di essere un pochino più leggerò nei giudizi, ripeto ogni persona vede il film a modo suo e se una cosa non piace a te non è detto che sia una boiata”.

 

Noi coi film ci viviamo, scrive, e noi, noi critici, di che sopravviviamo? Che poi, lo sappiamo, anche la Corazzata Cotiomkin era una boiata, pardon, cagata pazzesca. 92 minuti di applausi.

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