D’amore e d’anarchia

Aristocratica e ribelle, Lina Wertmüller è stata un'autrice iconoclasta, scatenata, provocatoria. E una figura simbolica per il cinema internazionale
9 Dicembre 2021
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D’amore e d’anarchia
Lina Wertmüller in Fellinopolis (WEBPHOTO)

Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich, per tutti Lina Wertmüller, morta oggi a 93 anni, è stata la regista più importante del nostro cinema. La critica italiana è stata spesso severa con lei, ma certo non si può dire altrettanto del sistema mediatico che l’ha coccolata con interviste, ospitate, omaggi, agiografie. A ragione: oltre a essere disponibile a raccontare e a raccontarsi con generosità e divertimento, era un simbolo. Di un cinema praticamente scomparso, certo, ma anche di una femminilità alternativa, aristocratica e ribelle, lavoratrice e goliardica.

Alla notizia dell’Oscar alla carriera nel 2020, da una parte si celebrò il pionierismo di una donna che si era fatta strada in un mestiere all’epoca ad appannaggio maschile, dall’altra si reputava piuttosto esagerato conferirle un tale onore considerandone l’opera omnia. Che qualcuno abbia parlato di lei con un fondo di misoginia è indubbio, quella stessa misoginia della quale è stata lei stessa accusata (per esempio da Pauline Kael, totem della critica nordamericana).

Si leggeva nella motivazione dell’Academy: “per il suo provocatorio scostamento dalle norme politiche e sociali trasmesso con coraggio attraverso la sua arma preferita: l’obiettivo della macchina da presa”. Wertmüller è stata la prima donna candidata all’Oscar per la miglior regia nel 1976 per Pasqualino Settebellezze e da quel momento si è imposta come una figura indubbiamente carismatica, tanto che l’Università di Berkeley le offrì una cattedra (suscitando lo sdegno di Nanni Moretti in Io sono un autarchico), Laraine Newman ne fece una pungente imitazione al Saturday Night Live, Woody Allen la chiamò invano per un cameo in Io e Annie.

Lina Wertmuller – WEBPHOTO

In fin dei conti, l’Academy la onorava per l’incidenza culturale di quattro film realizzati tra il 1972 e il 1975, interpretati da Giancarlo Giannini e Mariangela Melato: Mimì metallurgico ferito nell’onore, Film d’amore e d’anarchia, Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto e Pasqualino Settebellezze (senza Melato). Dopo questo poker – tra il secondo e il terzo film ci sarebbe anche il flop Tutto a posto e niente in ordine, corale operaia da rivalutare – la regista non ha lasciato grandi segni.

La Warner la mise sotto contratto e lei nel 1978 realizzò il mélo La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia con Giannini giornalista comunista e Candice Bergen al posto di Melato: un fallimento commerciale ma anche artistico che indusse la major a stracciare il contratto. Sarebbe successo ugualmente a un maschio? Chi può dirlo, certo è che il Lina’s Touch si reggeva su una formula magica che dopo quella stagione di gloria non ha più replicato.

Forse solo gli americani le hanno riconosciuto uno status autoriale, sottolineandone il talento selvaggio e iconoclasta con cui raccontava i vortici sentimentali al crocevia dei conflitti sociali,  le conseguenze del sesso in vite segnate dalla politica, lo scardinamento della retorica nazionale di un Paese abituato a non fare i conti col passato. Che a creare questi film barocchi e vorticosi, barbari e scatenati, fosse una donna era una novità che oltreoceano recepirono con grande curiosità.

Giancarlo Giannini, Lina Wertmuller e Leonardo DiCaprio – Foto di Pietro Coccia

E tutto sommato il cinema di Wertmüller dava una versione più grottesca di quella commedia all’italiana che gli americani avevano già imparato a conoscere, con un surplus satirico e un coefficiente surreale che portava all’estremo le visioni di Pietro Germi e Federico Fellini (di cui fu assistente in 8 ½). Fellini, appunto, nume tutelare della regista a partire dall’ottima opera prima I basilischi (1963), cover lucana de I vitelloni realizzata con i tecnici di Fellini (il direttore della fotografia Gianni Di Venanzo e il montatore Ruggero Mastroianni).

Dopo la consacrazione internazionale e la rapida caduta, ebbe qualche problema a misurarsi all’altezza di una forma ridondante, ma non è questo il momento di cavillare troppo. Col suo cinema pieno d’amore (“lo all’amore ci credo, per me l’è na roba seria” faceva dire alla sua eroina Melato in Mimì) e d’anarchia, Lina Wertmüller è (stata) innegabilmente un punto di riferimento per generazioni di cineaste. E dalla sua ha una manciata di titoli da rivedere con attenzione: il western sessantottino Il mio corpo per un poker con Elsa Martinelli androgina, la bizzarra ronde sugli anni di piombo di Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada (1983), il confronto con Eduardo De Filippo in Sabato, domenica e lunedì (1990) con l’adorata Sophia Loren. E soprattutto quello che resta il suo capolavoro, lo sceneggiato Il Giornalino di Gian Burrasca (1964), trionfale musical realizzato con i contributi di Nino Rota e Piero Tosi e interpretato dalla ventenne Rita Pavone nei panni di un ragazzino. Se non era rivoluzione quella…

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