Dal Marocco con Sofia

"Tutte le problematiche del mio Paese affondano nelle diseguaglianze sociali”, dice la neoregista Meryem Benm’Barek. Premiata a Cannes e dal 14 marzo in sala
Dal Marocco con Sofia

In Marocco l’articolo 490 del codice penale prevede da un mese a un anno di reclusione per le relazioni sessuali al di fuori del matrimonio. E’ intorno a questa spada di Damocle che si sviluppa il racconto di Sofia (una formidabile Maha Alemi), protagonista dell’opera prima di Meryem Benm’Barek. Il film intitolato appunto Sofia, è stato presentato allo scorso festival di Cannes nella sezione “Un certain regard” dove ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura, ora arriva nelle sale il 14 marzo distribuito da Cineclub Internazionale Distribuzione.

“Un po’ di anni fa sono tornata in Marocco- racconta la regista franco-marocchina nata a Rabat e cresciuta a Bruxelles- Mi sono confrontata con la realtà marocchina e mi sono accorta che il cuore e il punto centrale di tutte le problematiche del paese è costituito dal divario e dalle diseguaglianze sociali”. 

Al centro della storia c’è una ragazza marocchina di vent’anni che vive a Casablanca insieme ai suoi genitori. Durante un pranzo di famiglia ha dei forti crampi allo stomaco. Sua cugina Lena (Sarah Perles) specializzanda in oncologia capisce subito la situazione e la accompagna in ospedale a partorire. Nessuno sapeva della sua gravidanza (nemmeno Sofia), ma adesso c’è un altro problema da risolvere entro 24 ore: Sofia deve sposarsi per non infrangere la legge e per “difendere il suo onore”. In questi casi infatti il matrimonio è l’unica via d’uscita possibile.

“La questione delle nascite al di fuori del matrimonio in Marocco è qualcosa di estremamente comune- prosegue Meryem Benm’Barek- Ogni giorno ci sono 150 donne che partoriscono senza essere sposate, rischiando il carcere, e poi in molto casi si ritrovano sole perché l’uomo se ne va. Sono anche stigmatizzate e discriminate da una società che non accetta che una donna abbia un rapporto senza avere la fede al dito. Per fortuna ci sono tante associazioni che si battono per l’autodeterminazione della donna come Solidarité Feminine, che ha quasi venticinque anni e che da sempre accoglie coloro che si sono ritrovate sole e con un bambino da crescere insegnandogli un mestiere per poi renderle indipendenti economicamente e farle gestire la situazione in autonomia”.

Per salvare la faccia dal punto di vista sociale Sofia dovrà in ogni modo trovare un padre a questa bambina nata fuori dal vincolo matrimoniale. A quel punto decide di coinvolgere nella faccenda un giovane ragazzo di nome Omar (Hamza Khafif), molto più povero di lei, che vive nel quartiere popolare e antico di Derb Sultan: “In questa situazione così complicata cerca una scappatoia, una via d’uscita per non infrangere l’onore della sua famiglia. Sofia non ha che lui perché è una ragazza che sta sempre in casa e non ha molti contatti con l’esterno per questo motivo decide di metterlo in mezzo”.

La pellicola ha ricevuto una buona accoglienza in Marocco: “Ha fatto ottimi numeri. Tante persone lo sono andate a vedere e lo hanno apprezzato. Anche il dibattito post film è stato ricco e stimolante. In Marocco ci sono due tipi di stampa: quella arabofona, letta dal popolo e dalla classe media, e poi c’è quella francofona, destinata alle élite. L’arabofona ha apprezzato e soprattutto ha capito il film per cui ha notato la critica alla borghesia che io faccio e 

sono usciti articoli nei quali c’è stata una grande analisi dei personaggi e delle dinamiche della storia. Quella francofona invece ha meno capito la messa in discussione dei privilegi della classe borghese e ci sono stati articoli più superficiali e meno analitici”. 

Nel film anche due visioni completamente diverse sull’amore incarnate da Sofia e sua cugina Lena: la prima è più tradizionale, indossa la djellaba (il vestito tradizionale), non parla bene il francese e pensa che in qualche modo all’amore ci si abitui, l’altra invece è più disinvolta e più volta verso l’Occidente (suo padre è francese), è istruita e crede nel colpo di fulmine.

“Quella scena è esemplificativa. Nel film ogni personaggio ha un proprio punto di vista diverso sull’amore- spiega la regista- Da una parte c’è Lena che ha una visione dell’amore estremamente borghese, di una persona privilegiata che ha una vita sociale e che vede tante persone e che perciò può dire che il colpo di fulmine esiste. Dall’altra c’è Sofia, una ragazza che fa una vita molto più tranquilla, esce meno e la pensa in modo più tradizionale”. E poi conclude: “La visione che abbiamo dell’amore è condizionata dalla nostra appartenenza, dal tipo di famiglia in cui si nasce e dalla classe sociale dalla quale proveniamo. I pensieri che abbiamo sull’amore non sono esenti da tutte queste dinamiche”.

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