César nella bufera

Si dimette in blocco tutta la direzione dell'Académie dei César, accusata di opacità, sessismo, cooptazione ed elitarismo. Polemiche anche per le dodici candidature a Polański
César nella bufera

La direzione dell’Académie des arts et techniques du cinéma, l’organismo che assegna i Premi César (i principali riconoscimenti del cinema francese), ha annunciato la propria “dimissione collettiva”. A quindici giorni dalla cerimonia di premiazione – prevista per il 28 febbraio a Parigi – l’azzeramento dei vertici è un terremoto senza precedenti. La decisione arriva all’apice di una serie di controversie interne all’Accademia, dall’opacità della gestione amministrativa alla questione legata a Roman Polański.

“Per onorare coloro che hanno fatto cinema nel 2019, per ritrovare la serenità e rendere una festa del cinema una celebrazione, il consiglio di amministrazione ha preso la decisione unanime di dimettersi. Queste dimissioni collettive consentiranno il completo rinnovo della gestione”, si legge nella dichiarazione ufficiale dell’organismo, presieduto dal produttore Alain Terzian.

Dopo la cerimonia di premiazione, sarà avviato un processo di cambiamento per eleggere la nuova direzione. Sotto l’egida del National Cinema Center, dovrà occuparsi delle modifiche allo Statuto e all’attuazione delle misure di modernizzazione.

L’annuncio arriva dopo una lettera pubblicata su Le Monde in cui quattrocento personalità del mondo del cinema (tra gli altri, Bertrand Tavernier, Marion Cotillard, Michel Hazanavicius, Jacques Audiard, Céline Sciamma, Léa Seydoux, Gilles Lellouche, Omar Sy, Marina Foïs, Agnès Jaoui) chiedevano una riforma radicale dell’Accademia. Tra le disfunzioni principali di un sistema considerato “elitario e chiuso”: l’opacità dei conti, l’anacronismo dello Statuto, il sistema della cooptazione nella scelta dei membri dell’Accademia.

Gilles Lellouche, Marion Cotillard e Jean Dujardin – Foto Karen Di Paola

Ma anche i casi che hanno coinvolto la regista Claire Denis e la scrittrice Virginie Despentes, escluse dall’evento Dîner des Révélations dedicato agli attori emergenti. Nell’ambito di questa cerimonia, i giovani possono invitare dei talents più celebri in qualità di “padrini” o “madrine”. L’attore Jean Christophe Folly, rivelazione del film Blind Spot, aveva scelto Despentes: quando ha scoperto che l’Accademia aveva respinto la proposta, ha deciso di non partecipare all’evento. Ad Amadou Mbow, interprete di Atlantique, invece, è stata comunicata l’indisponibilità di Denis. Salvo poi scoprire che la regista non era stata contattata dall’organizzazione.

Atti francamente ingiustificabili, a cui l’Accademia, dopo varie pressioni, ha cercato di rimediare con una timida dichiarazione che ha solo acuito le tensioni. “L’Accademia ha sempre lavorato per rappresentare l’intero cinema, in tutte le sue forme, attraverso tutti i suoi artisti e nella sua più grande diversità. L’Accademia è attenta a tutte le proposte per migliorare tutti i suoi sistemi”. Ciò che contestano i quattrocento firmatari è proprio la frequenza con cui l’ente si rende protagonista di azioni che evidenziano una gestione discriminatoria e non trasparente.

Poiché l’elenco è riservato, non si conoscono i nomi dei 4.700 componenti dell’Accademia. L’ingresso è riservato a chi ha partecipato ad almeno tre film in cinque anni e può al contempo contare su almeno due “presentatori” che sponsorizzino l’accesso. Sappiamo, però, che il corpo elettorale è composto per il 65% di uomini e il 35% di donne.

La rappresentanza femminile non migliora nel CPA, l’organo che governa l’Accademia composto da professionisti che hanno ricevuto un Oscar, ex presidenti e altre personalità scelte per il loro contributo al cinema. Dei quarantasette membri, trentanove sono maschi. Recentemente la direzione aveva espresso la volontà di far entrare nel CPA almeno una dozzina di donne per raggiungere la parità. Ma, come si legge nella lettera aperta di Le Monde, “sarebbe di nuovo un sistema di cooptazione, una traccia di un’epoca che vorremmo finisse”. Anche il consiglio d’amministrazione non brilla per parità di genere: le donne rappresentano solo il 28,5%.

Tra i membri del CPA c’è sicuramente Polański, da tempo nell’occhio del ciclone per le accuse di stupro. Il suo L’ufficiale e la spia è il film che ha ottenuto il maggior numero di candidature in questa edizione (dodici) dei César, scatenando l’indignazione delle associazioni femministi e di parte dell’opinione pubblica.

L’ufficiale e la spia

Già all’ultima Mostra di Venezia, dove il film aveva vinto il Leone d’Argento, Polański era stato oggetto di polemiche, sollevate dalle dichiarazioni del presidente della giuria, Lucrecia Martel. “Io non separo l’uomo dall’opera”, disse prima della proiezione ufficiale. “Non mi sarà facile affrontare il film e non voglio partecipare al gala perché rappresento le donne del mio Paese che sono vittime di abusi. Per cui non mi sento di alzarmi e applaudire ma il film c’è”.

Nel 1978, in seguito all’accusa di stupro di una tredicenne, Polański fuggì dagli Stati Uniti in Francia. Per la giustizia americana è un latitante e compare nella lista rossa dell’Interpol. Vincitore dell’Oscar per il miglior regista nel 2003 per Il pianista, nel 2018 è stato espulso dall’Academy per violazione delle regole di condotta. A novembre, pochi giorni prima dell’uscita francese del suo ultimo film, è stato nuovamente accusato di stupro. L’attrice Valentine Monnier ha rivelato, infatti, di essere stata violentata nel 1975, all’età di diciotto anni, a Gstaad, in Svizzera.

Il regista ha negato l’accusa ma è ormai il principale bersaglio dei contestatori, pronti a una mobilitazione per boicottare la cerimonia dei César. In passato, Polański ha vinto quattro César per la miglior regia (Tess, Il pianista, L’uomo nell’ombra, Venere in pelliccia). Il suo produttore Alain Goldman ha annunciato che sarà presente “a priori” alla cerimonia. “Non vi è alcun motivo per cui non debba venire: sostenere Polański non significa sostenere lo stupro”.

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