C’era una volta il West fa 50

Non solo 2001: Odissea nello spazio. Quest'anno anche il capolavoro di Sergio Leone compie mezzo secolo. Ecco perché non bisogna dimenticarlo
6 Giugno 2018
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C’era una volta il West fa 50

Bertolucci, Argento e Leone: erano loro il buono, il brutto e il cattivo (non necessariamente in quest’ordine) che diedero vita a C’era una volta il West. Firmarono insieme il soggetto del film, consegnarono un trattamento di oltre trecento pagine, poi si divisero. Rimase Sergio Leone a guidare la locomotiva, a portare sul grande schermo il mito della ferrovia con gli occhi di un ragazzino che lo vede per la prima volta, quasi dimenticando De Mille e Ford.

Si apriva la “Trilogia del tempo”, che si sarebbe completata con Giù la testa e C’era una volta in America. La durata delle sequenze si dilatava, la macchina da presa indugiava sugli sguardi, sulle lunghe attese che precedono i duelli. Leone era un grande affabulatore, il maestro assoluto del western all’italiana. Amava l’epica, ma anche il naturalismo portato all’estremo, con i corpi squarciati che cadevano al rallentatore sulla sabbia. Lui montava i suoi film sulla musica di Ennio Morricone: prima lo faceva comporre, poi pensava alle immagini. Non a caso il protagonista di C’era una volta il West si chiama Armonica, come il suono dello strumento che lo accompagna.

 

Ma la vera novità (per il cinema di Leone) è il ruolo della donna, finalmente al centro della scena e pronta a farsi valere anche con un fucile in mano. Sembra di rivedere Johnny Guitar, con una Joan Crawford da antologia. Qui è Claudia Cardinale a “portare il cinturone”: non ha paura di ribellarsi alla violenza degli uomini. A difenderla da un nemico senza scrupoli (interpretato da un Henry Fonda genialmente in controtendenza) è Charles Bronson, un antieroe dal passato tormentato pronto a scatenare una pioggia di fuoco. A differenza dei paladini di Ford, i personaggi di Leone sono sporchi dentro e fuori, uomini quasi sempre senza scrupoli o portatori di vendetta, non più animati da una qualche morale, come nei grandi classici, ma dalla rapacità personale.

Nel 1968 il simbolo del western per eccellenza, John Wayne, apparteneva ormai a un’altra epoca, quella della frontiera come terra di espansione, quella in cui il sogno americano volava ancora alto. Anche il “Duca” non era più quello di Ombre rosse o di Sentieri selvaggi, e lo stesso anno, con Berretti verdi, avrebbe costruito il suo manifesto a favore della Guerra in Vietnam. Che cosa era rimasto del Selvaggio West? La violenza narrata come una favola, il cinismo elevato a norma di vita.

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