Cannes sulla Rivista del Cinematografo

Tante le novità sulla Croisette, che vi raccontiamo sul numero di questo mese. Dagli italiani Dogman e Lazzaro felice, alle rivoluzioni di Thierry Fremaux
3 Maggio 2018
Eventi, In evidenza
Cannes sulla Rivista del Cinematografo

“Ciò che rende diversa una manifestazione come Cannes è soprattutto la qualità, la ricerca degli autori, che ultimamente si era un po’ perduta nella lunga lista dei soliti (grandi) autori. Non sempre le ciambelle vengono col buco, può capitare che un bravo regista scodelli un filmino invece di un filmone e così via. Perciò il tentativo di Fremaux va nella direzione della ricerca”, scrive Marina Sanna nell’articolo Cannes, si cambia.

La 71a edizione del festival di Cannes si presenta al pubblico con una veste più rigorosa e innovativa. Basta selfie, stop alle anteprime, assente Netfix colpevole di non distribuire i suoi film in sala. Fremaux punta sulla qualità e sulla ricerca degli autori, anche se vuol dire rinunciare a nomi di richiamo. Ci sono opere prime e “una forte attenzione a pesi e contenuti politici”, al razzismo e alle conseguenze degli scontri tra etnie. Fanno eccezione “a ben guardare, un pugno di titoli, Dogman di Matteo Garrone e il Lazzaro felice di Alice Rohrwacher, il thriller Under the Silver Lake di David Robert Mitchell”, spiega ancora Marina Sanna.

 

Nella speranza che la Palma d’Oro sia italiana, Valerio Sammarco ci parla di Dogman in Cuore di cane: “Bastano le brevi, bellissime immagini del trailer di Dogman, il nuovo film di Matteo Garrone (ancora una volta in gara a Cannes dopo Gomorra, Reality e Il Racconto dei Racconti), per comprendere cosa, nel profondo, interessasse al regista romano della nota, efferata vicenda del Canaro della Magliana”. Una sceneggiatura iniziata dodici anni fa, scritta insieme a Ugo Chiti e a Massimo Gaudioso, che si ispira a un giorno di ordinaria follia. “Garrone si concentra su questo contrasto, sulla mitezza contrapposta alla ruvidità e alla prepotenza (anche fisica) per provare a raccontare quale fosse l’ipotetico terreno – ambientale, emotivo – su cui si trovavano Pietro De Negri (il vero “Canaro”) e Giancarlo Ricci (il vero ex pugile). E come la vittima si sia potuta trasformare in quel violento carnefice”, aggiunge Sammarco.

Per leggere tutti gli articoli abbonatevi alla Rivista del Cinematografo.

Affrettati!

Per abbonarti clicca qui.

Lascia una recensione

Lasciaci il tuo parere!

avatar
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy