Bud Spencer, un nuotatore con casco e guantoni

Bulldozer, Bomber e la memoria/nostalgia dello sport
Bud Spencer, un nuotatore con casco e guantoni

Bulldozer e Bomber. La vita cinematografica di Carlo Pedersoli, già affermato campione di nuoto, prende una piega nuova e definitiva nel lontano 1967 quando, contemporaneamente al poi inseparabile Mario Girotti aka Terence Hill, si “trasformerà” in Bud Spencer per Dio perdona… Io no! di Giuseppe Colizzi. E la “scissione” artistica che porterà i due ad intraprendere parallele carriere da solisti passerà per Bud dapprima attraverso il Piedone di steniana memoria, poi attraverso la collaborazione con Michele Lupo, regista romano classe 1932, con cui lavorerà in ben 5 film dal 1978 al 1982. L’unico tentativo western sarà Occhio alla penna, del 1980. Gli altri quattro titoli, curiosamente, rappresentano una particolarissima “doppia coppia”: Uno sceriffo extraterrestre, poco extra e molto terrestre (1979) e Chissà perché capitano tutte a me (1980), dittico sulle avventure del nostro in veste di sceriffo in una cittadina della Georgia alle prese con un insolito “bambino” (Cary Guffey), in realtà alieno giunto dalla costellazione di Vega; Lo chiamavano Bulldozer (1978) e Bomber (1982), di fatto il primo e l’ultimo film realizzati insieme a Michele Lupo, incentrati entrambi sulla figura di un ex campione dello sport (football americano e pugilato), in tutti e due i casi votatosi alla solitudine del ricordo che solo la vita sul mare può regalare, chiamato però dagli eventi a riconfrontarsi con il suo passato e riscattare così due momenti cruciali dell’ormai lontana carriera.

Lo chiamavano Bulldozer

Lo chiamavano Bulldozer

Bulldozer. E Bomber. È passando ancora una volta per due soprannomi, dunque, che la figura di Bud Spencer si “riappropria” della realtà molto più vicina al “già” Carlo Pedersoli: lo sport che lo vide primeggiare anche a livello internazionale, il nuoto appunto, trova nella doppietta Lo chiamavano Bulldozer e Bomber un richiamo fortissimo sul piano “intimo” (l’ex campione che dapprima non vuole più saperne dei suoi trascorsi ma che, poi, per forza di cose – attraverso le “forzature morali” di alcuni personaggi chiave – trasmetterà le sue competenze, addirittura scendendo in campo per far trionfare chi eticamente più meritevole) e un rimando molto più poetico, non direttissimo, dato dalla nuova scelta di vita del protagonista, in entrambi i casi divenuto solitario “lupo” di mare. Lupo… Michele Lupo: artigiano del cinema nostrano, regista nei primi anni ’60 di qualche peplum, poi dedicatosi al western, a qualche poliziesco o parodia (si ricorda con piacere Colpo maestro al servizio di Sua Maestà britannica), Lupo sembra non voler tradire i canoni che hanno reso famosi i film con Bud Spencer (e Terence Hill), soprattutto quelli dopo il periodo western, portando avanti quel particolare discorso incentrato sull’estetica molto fumettistica della “violenza” (evitando di mettere in mostra sangue e, soprattutto, non facendo mai morire nessuno), valorizzando pienamente il lavoro di due autori come Marcello Fondato e Francesco Scardamaglia, non a caso sceneggiatori di tutti i quattro film di cui si parlava sopra, mantenendo “alto” lo sguardo su sentimenti e nostalgia, elementi imprescindibili dei due titoli che stiamo affrontando.

Bomber

Bomber

Come detto speculari, girati addirittura nelle stesse identiche location (nel porto di Livorno, a Pisa, a Forte dei Marmi e a Camp Darby, di fatto il più grande arsenale USA all’estero, situato tra Livorno e Pisa) Lo chiamavano Bulldozer e Bomber (ultima regia di Michele Lupo, deceduto sette anni dopo la realizzazione) insegnano molto di più su “cultura della sconfitta” e “lealtà della vittoria” di quanto tanti altri strombazzati filmoni americani hanno tentato i fare: «Io faccio il marinaio, non do lezioni», risponderà inizialmente Bulldozer al gruppetto di ragazzi che gli chiedono di prendere a cuore la loro situazione e farla pagare all’arcigno sergente statunitense interpretato da Raimund Harmstorf (morto suicida nel 1998), primo dei tanti “volti noti” – si pensi anche a Joe Bugner, qui nella parte di Orso, nella vita peso massimo ungherese, più tardi (sempre nel 1998) campione del titolo europeo – nei precedenti e successivi film con Bud Spencer e «Per te potrebbe essere un affare, ma per me è diverso. È l’unico modo che ho per chiudere i conti con la boxe», dirà Bomber – soprannome dell’ex pugile Bud Graziano, ora marinaio, convinto da Jerry (Calà, naturalmente) ad aiutarlo per portare in auge la sua scapestrata palestra e trovare qualcuno in grado di sfidare gli atleti delle forze armate americane – al malvagio Rosco Dunn (Kelly Knoetze, anche lui pugile professionista dal 1976 al 1981), un tempo capace di sconfiggere Bomber sul ring ma solo dopo aver fatto ricorso a qualsiasi mezzo illecito disponibile, ora allenatore dei soldati a stelle e strisce, intenzionato a “comprare” Giorgione (interpretato dal misconosciuto Mike Miller), ragazzo napoletano a cui Bomber deciderà di insegnare i rudimenti della boxe, vera forza della natura che potrebbe finalmente risollevare le sorti del povero Jerry.

Sin troppo evidenti gli allacci tra le due opere (al punto di utilizzare gli stessi caratteristi nel medesimo ruolo, seppur in contesti differenti – pensiamo a Nando Paone, capace di ripetere in entrambi i film la stessa gag – bere un panino e addentare una bottiglietta di vetro… – o all’ex pugile Piero Del Papa, divenuto celebre per la mitica sequenza dal barbiere ne Lo chiamavano Bulldozer in cui dichiarava «Senti amico, io sono un duro… E se credi di far parlare me sei cascato male… Barba o capelli?»), praticamente impossibile non considerare Bulldozer e Bomber a mo’ di singola icona rappresentante il Bud Spencer a cavallo tra gli anni ’70 e ’80: lontanissimo dalla sua “precedente vita”, ormai attore all’apice di un percorso che lo ha portato a trasformarsi in riconoscibilissima “maschera” di un certo tipo di cinema, sembra quasi che “il personaggio” riesca ad anticipare quello che accadrà da lì a vent’anni, quando dopo un fisiologico allontanamento dai fasti della celebrità (assaporato tempo prima in seguito all’abbandono della fortunata carriera sportiva, ora dopo una “quasi” assenza decennale dalle scene), rivestirà i panni dell’anziano capitano portoghese sul poderoso vascello poeticamente e mirabilmente immaginato dall’Ermanno Olmi di Cantando dietro i paraventi.

Lo ritroviamo lì, sul mare, Carlo/Bud/Bulldozer/Bomber, imbiancato e forse stanco, a dirci ancora una volta che solo attraverso il passato, e le capacità acquisite nel tempo, potremo far fronte alle insidie del presente. E provare a sconfiggerne i soprusi.

Cantando dietro i paraventi

Cantando dietro i paraventi

Testo di Valerio Sammarco, dal catalogo della XXV edizione di “PRIMO PIANO SULL’AUTORE: BUD SPENCER E TERENCE HILL” (Assisi, 20 – 25 novembre 2006)

 

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