Avati, il mio Dante

"La scuola ce l'ha fatto odiare, meritava di essere risarcito", dice il regista. Che porta in sala "il genio assoluto e misteriosissimo" dal 29 settembre
Avati, il mio Dante
Alessandro Sperduti in Dante. Credits: Federico Locchi

“A scuola ci hanno trasmesso un senso di inadeguatezza nei confronti di Dante tanto da farcelo odiare. Abbiamo provato disamore verso quest’essere umano anche esteticamente così sgradevole. Ecco, io ho fatto questo film perché ho pensato che Dante meritasse di essere risarcito e riavvicinato alle persone e a chi, come me, non l’ha amato e non si è incuriosito verso la sua opera, che andrebbe letta da autodidatta, come tutti i classici”. Parola di Pupi Avati che porta in sala il suo Dante, al cinema dal 29 settembre distribuito da 01 distribution, cercando di avvicinarlo agli spettatori dopo che a suo parere lo scorso anno, in occasione del settecentenario, “il genio assoluto e misteriosissimo” è stato celebrato in generale in modo poco umano e caloroso rendendolo ancora più distante dalla gente.

Per farlo sceglie una chiave di lettura diversa ovvero mette in ballo un altro grandissimo: Giovanni Boccaccio, qui interpretato da Sergio Castellitto. È lui che nel 1350 viene incaricato di portare dieci fiorini d’oro come risarcimento simbolico a Suor Beatrice, figlia di Dante Alighieri, monaca a Ravenna. Nel suo lungo viaggio, da Firenze a Ravenna, Boccaccio oltre alla figlia incontrerà chi, negli ultimi anni dell’esilio (Dante morì in esilio a Ravenna nel 1321) offrì accoglienza al sommo poeta e chi, al contrario, lo respinse e lo mise in fuga.

 “Tutti conosciamo quel naso, quel profilo, quella corona di allori, ma Dante è irraccontabile, non è un caso che nessuno abbia mai osato fare un film sulla Divina Commedia perché è l’unico poema che è rimasto parola- dice Sergio Castellitto-. Per conoscerla devi solo leggerla. Pupi con questa trovata narrativa ha raccontato l’irraccontabile attraverso il viaggio di un altro gigante ossia Boccaccio, che compie un gesto di amore filiale e umiltà. Ci ha raccontato un uomo che è stato cacciato, esiliato, che non ha potuto godere dell’amore della sua vita. Un uomo povero che è stato un soldato. Ecco, chi nella propria vita non ha vissuto la sensazione di un esilio? La grandezza del poeta è quella di far sì che tutta la sofferenza della propria esistenza si ricomponga in qualcosa di straordinario che è l’opera. Per questo motivo i poeti sono gli unici che ci possono salvare e i soli a essere veramente moderni”.

Alessandro Sperduti veste i panni di Dante e ovviamente non poteva mancare la sua musa, Beatrice, qui interpretata da Carlotta Gamba. Nel cast anche Enrico Lo Verso, Milena Vukotic e Alessandro Haber.

“Anche io ho sempre sentito Dante un po’ distante- dice Sperduti-. Avevo paura perché mi sono dovuto confrontare con un universo sconfinato, ma Pupi mi ha aiutato consigliandomi di concentrarmi sull’umanità di questa persona. Dante è un personaggio che non ha paura di mostrare la propria sensibilità e fragilità e questo lo trovo molto rivoluzionario. Noi oggi dovremmo imparare a fare come lui e a essere noi stessi”.  E Carlotta Gamba: “Ho compreso quanto sia importante continuare a illudersi e a immaginare. Due cose che stiamo perdendo. Pupi ha reso Beatrice una donna molto reale”.

Prodotto da Antonio Avati per Duea Film con Rai Cinema e girato in parte a Cinecittà, dove è stato ricostruito il borghetto in cui avviene la battaglia, e poi in Umbria, in Toscana e a Ravenna, e in gran parte recitato senza fare prove: “La scena della lettera con la quale Boccaccio si asciuga gli occhi mentre piange era un momento che non avevo previsto e che Sergio ha deciso di fare in modo totalmente autonomo e è stato un momento assolutamente armonico”, racconta Pupi, che per realizzare questo film ha abbondantemente attinto da La Vita nova di Dante, un diario che mette insieme  prose e poesie da lui scritte all’indomani della morte di Beatrice e anche dal Trattatello in laude di Dante, scritto da Giovanni Boccaccio, una delle prime biografie su Dante.

Infine conclude: “Sul finale Boccaccio dice alla figlia di Dante: “Continuo a vederlo ragazzo”. Ecco anche noi dovremmo tornare a relazionarci come quando eravamo ragazzi attraverso quella capacità poetica e a dire per sempre. Dopo settecento anni ancora ci emozioniamo a leggere i suoi versi e abbiamo i brividi per i suoi sonetti. Il potere della poesia è fondamentale. Film di poesia non se ne fanno. Ecco perché questo è un film di grande ambizione e mi auguro che venga visto in un momento così difficile per il cinema italiano e per il paese, ormai privato di ogni ambizione”.

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