Apocalisse, ora

"Non è sci-fi, ma la situazione ipotetica di un futuro prossimo", dicono Peter Brosens e Jessica Woodworth. Che chiudono la trilogia uomo-natura con La cinquième saison
6 Settembre 2012
Apocalisse, ora

“Prefantascienza di ispirazione dantesca? Non abbiamo mai considerato il film come un prodotto sci-fi, abbiamo anzi cercato di evitare gli schemi di un genere specifico: con Dante però il collegamento è quasi naturale, è una figura senza tempo, nato secoli fa ma ancora capace di andare più avanti di noi”. Jessica Woodworth accenna alle linee guida che, insieme a Peter Brosens, sono state adottate per la realizzazione di La cinquième saison, terzo capitolo della trilogia diretta dalla coppia (americana lei, belga lui) sui rapporti tra uomo e natura. Il film – oggi in Concorso al Lido, prossimamente nelle sale distribuito da Nomad Film – arriva dopo Khadak e Altiplano e racconta di una misteriosa calamità che colpisce un remoto villaggio belga nelle Ardenne: terminato l’inverno, la primavera si rifiuta di arrivare. Allo sconvolgimento del ciclo della natura seguirà uno stravolgimento nell’esistenza degli abitanti del villaggio: due adolescenti, Alice e Thomas, lottano per dare un senso alla loro vita in un mondo che sta crollando intorno a loro. Crollo che la comunità, prima o poi, dovrà giustificare individuando un capro espiatorio: l’apicoltore itinerante Pol, arrivato nel villaggio insieme al figlioletto disabile poco prima che tutto avesse inizio.
“E’ la figura metaforica, l’outsider – dice ancora Jessica Woodworth – l’estraneo sacrificato, l’unico per tutto il corso del film capace di trasmettere sprazzi di filosofia e saggezza”. Chiusura di un cerchio che, dopo la Mongolia e il Perù, ha portato i due registi a confrontarsi con il Belgio, luogo in cui vivono da anni: “Era un passo logico concludere il percorso in un luogo a noi conosciuto – spiega Peter Brosens – ma soprattutto ci serviva una location occidentale rispetto alle due precedenti, dove la connessione uomo-natura è differente. Nelle Ande, in Mongolia e in altre parti del mondo la gente si sente parte di un universo più ampio e dipende dalla Natura: noi l’abbiamo demistificata, trasformata in qualcosa di utilitaristico, l’abbiamo uccisa, in nome di una convinzione, quella di essere al centro dell’universo, di essere i gestori del mondo”. Discorso che finisce inevitabilmente per arrivare all’attuale contesto economico mondiale: “La crisi di questi anni è causata dall’arroganza dell’umanità”, conclude Brosens.

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