Altri Comizi d’Amore

A cinquant'anni dal documentario antropologico di Pier Paolo Pasolini, il bis di Massimiliano Finazzer Flory tra omologazione e tradizione
Altri Comizi d’Amore
Massimiliano Finazzer Flory - foto di Margherita Bagnara

A più di cinquant’anni dal documentario antropologico Comizi d’Amore (1964) di Pier Paolo Pasolini, quintessenza della sua conclamata cifra stilistica votata all’autenticità, l’interprete, regista e drammaturgo Massimiliano Finazzer Flory decide di riprenderne la struttura, ideando un versione attualizzata e moderna del film-inchiesta pasoliniano. Il progetto, dal titolo Altri Comizi d’Amore e in collaborazione con Rai Cinema, nasce dall’esigenza dell’autore di scandagliare due tematiche quanto mai attuali: l’omologazione, in passato veicolata “dalla televisione e che ora è ad appannaggio dei telefonini” e la tradizione intesa come “amore per il passato” e riflessione sulle nostre radici. Ma anche un voler riconsiderare l’amore oggi, ormai “insufficiente per eccesso di autoreferenzialità, isolazionismo, egocentrismo”.

E se Pasolini indagava i pensieri e i pregiudizi in tema di amore e sessualità di un’Italia divisa tra boom economico e arretratezza ben radicata, il regista ripensa il metodo ‘alla Pasolini’ e idea “delle interviste sulle sfaccettature dell’amore, nella sua totalità, in una commistione tra teatro e cinema”, realizzando “le scene d’interno in un albergo misterioso dove entrare in intimità con l’amore” privilegiando i dialoghi a tutto il resto, perché “la parola è già azione”. Non interviste ma colloqui dove potrà instaurare con l’interlocutore un rapporto di assoluta spontaneità e genuinità.

Le riprese in esterno, invece, avranno l’obiettivo di contestualizzare l’analisi sui nuovi usi e costumi degli italiani e allo stesso tempo ripercorrere i luoghi “degli affetti” dell’intellettuale, da Casarsa a Roma, per “ricercarne le ceneri”. Non luoghi per antonomasia legati alla filmografia di Pasolini, piuttosto località in cui cogliere la solitudine di un uomo “che vive la propria maturità” e di un’anima controversa di cui Finazzer Flory ha “sempre avvertito la serietà”.

Una devozione alla scrupolosità che il regista incarna nella sua personale missione di formare tramite la cultura “nei confronti della quale siamo in difetto” per ripartire finalmente da questa, non nascondendoci dietro futili scuse. Quello di Finazzer Flory sarà quindi un atto di integrità al mezzo cinematografico – “sarò onesto con il cinema”- coniugando anche un forte desiderio di concepire “una dimensione urtante” caratterizzata da incondizionata sincerità.

Il documentario si inserisce perfettamente nelle celebrazioni del centenario dalla nascita di Pasolini e la lavorazione avrà inizio nel mese di marzo e conclusione a fine maggio.

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