Se fosse un film: Camere separate

Nadia Terranova riflette su uno dei romanzi più belli di Pier Vittorio Tondelli, a trent'anni dalla morte: una storia che meriterebbe un adattamento cinematografico
16 Dicembre 2021
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Se fosse un film: Camere separate
Pier Vittorio Tondelli

“Un giorno, non molto distante nel tempo, lui si è trovato improvvisamente a specchiare il suo viso contro l’oblò di un piccolo aereo in volo fra Parigi e Monaco di Baviera.” Ci sono incipit perfetti che tornano alla memoria sempre e ancora sempre, anni dopo che il loro sedimentarsi trasformante ha agito sulla nostra crescita, sul nostro immaginario, sulla nostra idea di letteratura.

Camere separate è stato per me un romanzo robustissimo e potente, cui sono dovuta arrivare con gradualità, tanto era incandescente la materia trattata e tanto si incrociava con certe mie vicende familiari. La storia della malattia mi riguardava, la storia della scomparsa della malattia dal parlare anche: era il primo romanzo italiano sull’Aids, e quella parola non veniva mai scritta, così come nella vita quotidiana degli anni Novanta non veniva quasi mai pronunciata. Non da chi l’aveva vista da vicino, perlomeno, come portasse dentro un carico di colpevolezza, di compromissione, un “essersela andata a cercare”.

Camere separate è una storia d’amore fra due uomini, è la storia della malattia e della morte di uno di loro, che fa lo scrittore ed è la persona che scrive il romanzo. Pier Vittorio Tondelli è stato uno di quegli intellettuali che segnano un prima e un dopo, con i loro libri e la loro visione letteraria. Oltre ad aver dato uno fra i più significativi scossoni alla letteratura italiana della fine del secolo scorso con le sue antologie Under 25, Tondelli con la sua prosa meravigliosa ha aperto nuove possibilità a un io narrante che si racconta, qui, con una terza persona dolente e non languida, profonda e non narcisa, di una spietatezza esatta.

Ma torniamo a quell’incipit. Tante e tante volte io l’ho immaginato, l’ho visto. Non è forse un inizio perfetto anche per un film? Il volto che si specchia nell’oblò, lo stesso volto la cui malattia è l’oggetto della narrazione. La giovinezza e la decadenza, gli amori, il sesso, i genitori, gli addii: tutto in questo romanzo è struggente, per ogni parola c’è bellezza, per ogni frase c’è attenzione. Eppure, anche se è difficile immaginare Tondelli interpretato da qualcuno che non sia Tondelli, sarebbe bello vederne rappresentata l’essenza: la pericolosità dell’amore, la sua eversiva tristezza, la sua contiguità con la morte che ne fa una sorta di postuma benedizione.

La fisicità di Leo, quella di Thomas, le loro solitudini, i loro dialoghi, le birre, le feste, la mondanità che perde sempre più significato, i compleanni, i tramonti, gli imbarazzi, gli hotel, i musei, l’Italia e la Germania, l’Europa della trasformazione degli anni Ottanta in Novanta: oggi questo sarebbe un film storico, sociale, importante, con il quale davvero si potrebbe riflettere insieme sui riverberi politici di una malattia (quasi) dimenticata.

Nadia Terranova

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