70 anni di un capolavoro

Usciva nell'agosto del 1950 una delle pietre miliari della storia del cinema: Viale del tramonto di Billy Wilder. Ecco come allora venne accolto dalla RdC
24 Aprile 2020
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70 anni di un capolavoro

Indiscusso capolavoro (tra i tanti) di Billy Wilder e tra le vette della storia della settima arte, Viale del tramonto usciva nell’agosto di 70 anni in America, mentre in Italia sarebbe arrivato solo a febbraio dell’anno dopo. Ancora oggi è considerato il riferimento imprescindibile di qualsiasi film sul cinema, omaggiato e saccheggiato da innumerevoli epigoni negli anni. Agli Oscar se la vide – perdendo – con Eva contro Eva di Joseph L. Mankiewicz, forse l’unico grande film sul cinema a suo livello per intensità, ferocia, riuscita artistica. Per ricordare la pietra miliare di Wilder, ripubblichiamo la recensione che Giorgio Santarelli gli riservò sulla Rivista del Cinematografo di Aprile 1951. Positiva, non entusiastica, con qualche riserva. Interessante per un discorso storico sulla critica e per ciò che ci dice, una volta di più, sui capolavori: quelli veri si rivelano sempre a distanza di tempo.  

Due elementi, entrambi evidenti ed importanti formano l’ossatura di questo film che narra la storia di una vecchia diva del muto che non si sa rassegnare all’ormai scontato tramonto della sua popolarità.
La figura della vecchia diva, chiusa nella sua villa tra ricordi innumerevoli della sua attività cinematografica, appare nell’alone di una disperazione che invano tenta e cerca di annullare mediante il taglio netto con il mondo odierno, e che le deriva dalla solitudine cui è condannata per l’oblio in cui è abbandonata dai produttori e dal pubblico.
Non si rassegna e la sua resistenza allo scorrere inevitabile del tempo assume l’aspetto di una vera e propria psicosi, tanto che alla fine sboccherà nell’inevitabile pazzia.

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Dramma, quindi, interiore e profondo: ecco il primo elemento, forse l’elemento più importante. Ma la rievocazione dell’epoca passata del film muto, ed il ricordo dell’atmosfera del divismo, imperante allora più che oggi, è presentato con toni grotteschi di esagerazione che ha significato di falsità nei confronti di un mondo e di un modo che è tramontato perché va oltre ogni presupposto umano. Il principe indiano che va ad Hollywood per avere un paio di calze di seta della diva, e che poi gli serviranno per strangolarsi, fa il paio con il museo caotico ed imponente di foto che sommergono ogni mobile della vecchia villa, e si affianca alla figura del maggiordomo, svelante con la sua personalità la parte più grottesca di quei rapporti. Questo maggiordomo, che è stato lo scopritore della stella, il suo primo regista, il suo primo marito, e che le rimane affezionato, anche dopo lo scioglimento del vincolo coniugale, tanto da mettersi al servizio della diva per avere l’onore di non separarsi da lei.

E’ appunto la rappresentazione di questa mentalità, grottesca perché falsa, tragica perché falsa e grottesca, il secondo elemento che fa da sfondo motore all’azione, altrimenti limitata alle normali proporzioni di dramma intimo ed un po’ lacrimogeno. La figura del giovane soggettista, che è fuori di questo mondo artefatto, anche quando è costretto a viverci dentro, è infatti la meno riuscita perché priva di sufficiente rilievo nelle sue caratteristiche, così da non lasciar chiaramente intendere se il suo comportamento dipenda da calcolo amorale o da incapacità di ribellione, alla quale dovrà pur giungere, ma solamente perché spinto dall’amore. Vi giungerà troppo tardi, quando lo spirito artificiosamente risorto della diva non potrà subire una nuova più forte delusione e sfocerà nel delitto e nella pazzia.

Gloria Swanson, nell’impersonare la vecchia diva del muto, ha saputo dare al suo personaggio un’evidenza magistrale, fondendo quanto di tragico e nel contempo di grottesco nasceva da una figura da lei stessa vissuta. Il tono di supermimica in molti atteggiamenti si riallaccia volutamente al film muto ed è indicativo della mentalità del personaggio, abbarbicato ad un’epoca ormai trascorsa. Stesso addentellato di stile si può notare in Eric Von Stroheim, per cui il gigionismo che si nota in alcuni momenti va inteso quale mezzo intensamente espressivo e dà al personaggio il sapore anacronistico che, dalla villa, alla Isotta Fraschini, a tutta l’atmosfera, fa parte di un mondo magicamente trasportato dai suoi tempi ai nostri giorni.

Il film ha pertanto una sua fisionomia e, se pure non vi si riscontra un contenuto poetico che lo metta sul piano della produzione eccezionale, tuttavia non deve essere sottovalutato e l’opera del regista Billy Wilder, anche se aiutato dalla bravura degli eccezionali (interessante Cecil Blount De Mille nella parte di sé stesso), và apprezzata per aver saputo legare i vari elementi del lavoro ed aver costruito efficacemente un’atmosfera che presentava difficoltà evidenti di ambientazione. (Giorgio Santarelli, Rivista del Cinematografo, Aprile 1951)

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