Vulcano - Ixcanul

Ixcanul

3.5/5
Guatemala, Maya e l'esordio alla regia di Jayro Bustamante: aspro, doloroso, bello

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GUATEMALA 2015
La 17enne María vive in una comunità maya alle pendici di un vulcano attivo, in Guatemala, ed è destinata a un matrimonio combinato con Ignacio, il supervisore della piantagione di caffè dove lavora con i suoi genitori. In realtà, la ragazza sogna di andare a vedere 'la grande città', ma il suo status di donna indigena non le permette di avere contatti con quel 'mondo moderno'. L'unica via d'uscita per lei si chiama Pepe, un giovane raccoglitore di caffè che vorrebbe andare negli Stati Uniti, ma che dopo promesse e incontri clandestini se ne va abbandonandola incinta. Poi, a causa del morso di un serpente María riuscirà finalmente a raggiungere quel 'mondo moderno' che, sebbene a caro prezzo, le salverà la vita...
SCHEDA FILM

Regia: Jayro Bustamante

Attori: María Mercedes Croy - María, María Telón - Juana, Manuel Antún - Manuel, Justo Lorenzo - Ignacio, Marvin Coroy - El Pepe, Leo Antún - Capo spirituale

Sceneggiatura: Jayro Bustamante

Fotografia: Luis Armando Arteaga

Musiche: Pascual Reyes

Montaggio: César Díaz

Scenografia: Pilar Peredo

Costumi: Sofía Lantán

Altri titoli:

Ixcanul Volcano

Durata: 90

Colore: C

Genere: DRAMMATICO

Specifiche tecniche: 2K, DCP

Produzione: MARINA PERALTA, PILAR PEREDO, EDGARD TENEMBAUM, JAYRO BUSTAMANTE PER LA CASA DE PRODUCCIÓN, TU VAS VOIR

Distribuzione: PARTHÉNOS/LUCKY RED

Data uscita: 2015-06-11

TRAILER
NOTE
- ORSO D'ARGENTO PREMIO ALFRED BAUER AL 65. FESTIVAL DI BERLINO (2015).
CRITICA
"Il punto di partenza del racconto è una storia vera, occasione di riflessione su miti, riti e contraddizioni di un mondo ancestrale, dove tradizioni e rituali si tramandano immutabili di madre in figlia. E dove la perfetta simbiosi tra esseri umani e natura si scontra con una visione del mondo totalmente antitetica e incompatibile con le credenze di una realtà che sta scomparendo. (...) Il film, del quale non vogliamo svelare completamente il finale (...) punta il dito contro il traffico di minori che ha colpito le comunità guatemalteche sugli altipiani, dove il rapimento di bambini (circa 400 all'anno, secondo le stime dell'Onu) non è un segreto. Il Guatemala si è così guadagnato il triste primato di principale paese 'esportatore' di bambini nel mondo. Un'agghiacciante realtà che il regista ha scoperto molti anni fa, su un territorio a lui molto familiare (...). Il regista, capace di dare forza, verità e spessore alle immagini senza far ricorso a un approccio documentaristico, costruisce il proprio racconto poco a poco, immergendoci lentamente nella pacifica vita quotidiana di una famiglia attraverso i suoi gesti, le sue tradizioni, la sua lingua, mostrando il profondo legame di quelle popolazioni con il vulcano locale, simbolo di una forza pronta ad esplodere." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 2 giugno 2015)

"Non è un film allegro (...), ma è un film di una bellezza straziante, dove ogni inquadratura e ogni scena possiede la forza della verità e della poesia insieme, un'opera prima (...) che riconcilia col cinema e la sua «missione». Che è quella di aprire gli occhi sul mondo senza imporre nulla ma anche senza nascondere nulla, dove ogni immagine sembra necessaria e per questo bellissima. (...) Potrebbe essere materia per un melodramma ma la miseria materiale e morale trasforma tutto nello scontro doloroso tra le forze che fanno andare avanti gli uomini, la spinta a sopravvivere tra compromessi quotidiani, il bisogno di sperare in un futuro diverso, la consapevolezza che la famiglia è comunque l'unico rifugio possibile. (...) Bustamante che ha scelto degli autentici contadini per portare sullo schermo i suoi personaggi, costruisce il film con una costante attenzione all'ambiente, fisico e umano insieme, che finisce per imprigionare i vari protagonisti e guidare le loro azioni. La sua macchina da presa si limita a registrare i fatti, ma è la forza del cinema (e delle sue sequenze) a portare sullo schermo quello che il regista vuole farci vedere e capire. (...) l'esordiente regista racconta con un'economia di mezzi e una forza emotiva davvero straordinarie." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 9 giugno 2015)

"Non è usuale vedere un film proveniente dal piccolo Guatemala. 'Vulcano' (...) ha vinto l'Orso d'argento a Berlino, uscendo da uno stretto ambito di specialistico interesse etno-antropologico. In effetti è un caso di cinema etnoantropologico per la materia che tratta e per il metodo di ricerca che ha condotto al risultato. Ma è anche di più. E sull'ibrido crinale della docu-fiction è interessante confrontarlo con la parallela uscita di 'Louisiana' dell'italiano Minervini. Entrambi concentrati nell'osservazione ravvicinata di comunità marginali se non di reietti, con una differenza: nel caso guatemalteco l'emarginazione è involontaria ed è conseguenza della storia e di una catena di ingiustizie mostruose giunte sino a noi, nell'altro è autoinflitta e accompagnata da un rabbioso vittimismo non del tutto giustificato. (...) 'Vulcano' non è un saggio pedagogico ma una storia, contenendo però molti elementi di informazione." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 10 giugno 2015)

"Il punto di forza è la sensibilità delle sue immagini, l'uso del piano sequenza controllato e senza compiacimenti (...). E' il suo sguardo sui corpi dei personaggi nel loro rito quotidiano, i momenti più belli del film sono nella complicità che unisce Maria e sua madre, del resto il femminile è la scelta narrativa del film. Un legame quello tra le due donne teneramente fisico, fatto di carezze e di una sapienza antica tramandata nel tempo, contare le lune e saltare sul vulcano. Di una tattilità che del corpo coglie gli umori e i cambiamenti, di confidenze, mani che si toccano, che accarezzano senza imbarazzi. Bustamante lavora dunque sul paesaggio, emozionale e fisico al tempo stesso, sulla terra, sulla vita quotidiana dei suoi contadini scandita dalla disperata e continua fatica di sopravvivere. (...) C'è una durezza quasi implacabile-nella messinscena di Bustamante, costruita sull'opposizione dei due spazi: la natura poco idilliaca dove vivono i suoi protagonisti in cui i sogni di un altrove, il cielo invisibile oltre il vulcano, non soffocano antiche credenze, riti che li tengono anch'essi in qualche modo prigionieri e che sembrano di pazzi visti con l'occhio di oggi. E il mondo «fuori», una modernità straniera ugualmente rapace, forse persino più subdola nell'averli già condannati per sempre." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 10 giugno 2015)

"Uno dei motivi per cui abbiamo apprezzato 'Vulcano' (...) è che sulla base di un approfondito lavoro di approccio alla realtà il guatemalteco Jayro Bustamante ha realizzato un riuscito film di finzione, senza pretendere di farlo passare per un documentario. Storia di un tentativo di ribellione che si risolve in rassegnata accettazione dello stato delle cose, la storia di Maria - adolescente appartenente alla comunità maya kaqchikel - ha un sapore di verità: e invece è stata scritta e messa in scena selezionando i protagonisti fra la gente del luogo, a partire dalla protagonista Maria Mercedes Coroy con il suo straordinario viso di misteriosa maschera. (...) una cultura arcaica di cui il film riesce a farci pervenire con semplicità la spirituale essenza." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 11 giugno 2015)

"Tra gli esordi più convincenti dell'annata, e per questo premiato con l'Alfred Bauer Prize a Berlino 2015, 'Vulcano' nasce dall'esperienza diretta del regista, collocandosi in quel fragile interstizio in cui la vita reale si prolunga nel cinema. Poetico e durissimo, ancestrale ma di viscerale attualità, il film ci conduce in territori narrativi ed antropologici di intensità non comune." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 11 giugno 2015)

"Piacerà a chi s'infilerà in qualche sala d'essai sulla spinta del successo del film al festival di Berlino. Bustamante s'impone come regista da tener d'occhio. Guatemalteco di nascita, cresciuto in Europa è tornato al paese colla voglia di raccontarlo com'è. Un posto dove tutti (o quasi) si trovano stranieri in patria." (Giorgio Carbone, 'Libero' 11 giugno 2015)

"Ci sono ancora film che rivelano mondi. Grazie a talenti solitari e coraggiosi, luoghi, culture, persone di cui non sospettavamo l'esistenza prendono vita sotto i nostri occhi con la necessità, l'evidenza fisica, in una parola la profonda bellezza che sono il segno, raro, del grande cinema. Il primo film del guatemalteco Bustamante (...) è uno di questi film in cui l'antropologia si fa poesia perché l'esplorazione si sposa alla forza di uno sguardo sempre alla giusta distanza dal mondo che tiene a battesimo. Né troppo vicino né troppo lontano. Né troppo discreto, né troppo insistente. Fino ad accordare il nostro respiro con quello dei personaggi che palpitano sullo schermo come figure balzate da un mondo remoto dentro al nostro. Senza esotismi né miserabilismi. (...) Bustamante estrae dalla (...) vita quotidiana squarci accecanti di bellezza e verità filmando tutto con lo stesso sguardo contemplativo e insieme partecipe. (...) Mentre in città, nella civiltà, incombe un destino di sfruttamento perfino peggiore. Che il film racconta senza cambiare registro, senza alzare la voce. Con una forza emotiva e una raffinatezza visiva che lasciano stupefatti. È nato un regista. Uno vero." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 13 giugno 2015)