L'uomo del treno

L'homme du train

FRANCIA 2002
Uno sconosciuto arriva in un villaggio dell'Ardèche: il suo nome è Milan. Fa conoscenza con Manesquier, un insegnante in pensione e, nonostante siano molto diversi, fanno amicizia. Milan avrebbe voluto vivere la vita tranquilla di Manesquier, mentre lui ha sempre desiderato fare l'avventuriero come Milan. Nel giro di tre giorni per entrambi accadrà un evento importante: Milan deve rapinare la banca del luogo e Manesquier deve sottoporsi ad un intervento...
SCHEDA FILM

Regia: Patrice Leconte

Attori: Jean Rochefort - Manesquier, Johnny Hallyday - Milan, Nelly Borgeaud - Sorella di Manesquier, Jean-François Stévenin - Luigi, Charlie Nelson - Max, Pascal Parmentier - Sadko, Isabelle Petit-Jacques - Viviane, Maurice Chevit - Il parrucchiere, Helene Chambon - L'infermiera radiografia, Jean-Louis Vey - Verlin, Sophie Durand - Infermiera sala operatoria, Olivier Fauron - Il collegiale, Veronique Kapoyan - La fornaia, Armand Chagot - Il giardiniere, Elsa Duclot - La cameriera, Alain Guellaff - Il chirurgo, Michel Laforest - Il farmacista, Riton Liebman - Il grosso, Edith Scob - Sorella di Manesquier

Soggetto: Claude Klotz

Sceneggiatura: Claude Klotz

Fotografia: Jean-Marie Dreujou

Musiche: Pascal Estève

Montaggio: Joëlle Hache

Scenografia: Ivan Maussion

Costumi: Annie Périer

Effetti: Matthias Weber (II), Cristophe Chanvin, Pierre Blain, Autre Chose, Stephane Bidault

Altri titoli:

The Man on the Train

Das Zweite Leben des Monsieur Manesquier

Durata: 90

Colore: C

Genere: DRAMMATICO

Specifiche tecniche: 35 MM (1:2,35)

Produzione: CINE' B, CANAL+, EURIMAGES, FCC, FILM COUNCIL, LA SOFICA SOFINERGIE 5, NATEXIS BANQUES POPULAIRES IMAGE 2, RHONE-ALPES CINEMA, TUBEDALE FILMS, ZOULOU FILMS

Distribuzione: MIKADO

Data uscita: 2002-11-22

NOTE
- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 59MA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA (2002)
CRITICA
"Un finto western. Una commedia sull'identità (e sul fallimento di un'esistenza, di ogni esistenza). Un auto-remake che rielabora e migliora l'originale. Come tutti i registi molto prolifici, Patrice Leconte non sempre l'azzecca, ma ogni tanto fa un film memorabile. E se i suoi due ultimi lavori, 'Rue des plaisirs' e l'inedito 'Félix et Lola', erano da dimenticare, eccone uno che si lascia vedere con piacere crescente. E - cosa ancora più rara - sembra capace di incontrare il gusto di spettatori molto diversi perché funziona simultaneamente su vari livelli". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 22 novembre 2002)

"Il finale non si svela, ma lascia un po' delusi perché dimostra e non suggerisce (che non si possono scambiare le teste, ma il cinema, ci permette di immaginarlo). Uno dei temi è l'insoddisfazione quando è troppo tardi. In concorso a Venezia, molto apprezzato dai festivalieri, è stato snobbato dalla giuria". (Silvio Danese, 'La Nazione', 22 novembre 2002)

"In realtà Leconte è un piccolo maestro che mantenendosi in equilibrio fra una raffinata qualità e le legittime aspettative del pubblico non di rado riesce a realizzare dei film notevoli, di cui 'L'uomo del treno' è uno degli esempi migliori. Affidandosi a una sceneggiatura di Claude Klotz, immergendo la vicenda sul tenero filo di 'Improvviso' di Schubert in un'atmosfera suggestiva, il regista sa pilotare con abilità la trama verso un finale che forse è il punto debole dell'intero disegno". (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 23 novembre 2002)

"'L'uomo del treno' poteva risultare un film a formula, l'ennesima variante del soggetto di 'strana coppia'; invece - grazie a immagini sobrie e dialoghi di un'intelligenza che fa bene alla salute - era uno dei più belli, personali, affascinanti in concorso all'ultima Mostra di Venezia (...) Se nello strano, letterario mondo di Patrice Leconte tutti sono un po' filosofi e poeti, l'assenza di realismo non disturba perché è coerente col gioco allegorico della doppia osmosi di personalità fra i protagonisti. Solo nell'epilogo il tono scade un po'; guarda caso, proprio quando il film, fino ad allora disinvolto e brillantissimo, si lascia andare all'ambizione sbagliata di un finale troppo gonfio di significato". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 24 novembre 2002)