Yves Saint Laurent

FRANCIA - 2014
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Yves Saint Laurent
Parigi, 1957. A soli 21 anni, Yves Saint Laurent è chiamato a prendere le redini della prestigiosa casa di moda fondata da Christian Dior, recentemente scomparso. Durante la sua prima, trionfale sfilata, Yves conosce Pierre Bergé, un incontro che cambierà la sua vita. Amanti e partner commerciali, i due uomini uniscono le loro forze e dopo tre anni creano la firma 'Yves Saint Laurent'. Nonostante le proprie ossessioni e i suoi demoni privati, Yves Saint Laurent è in procinto di rivoluzionare il mondo della moda grazie al suo approccio moderno e iconoclasta.
  • Durata: 100'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA PLUS 4:3/ARRI ALEXA STUDIO, SXS PRO, (2K)/HAWK SCOPE, 35 MM /D-CINEMA (1:2.35)
  • Tratto da: libro omonimo di Laurence Benaïm
  • Produzione: WY PRODUCTIONS, SND, CINÉFRANCE 1888, HÉRODIADE, UMEDIA
  • Distribuzione: LUCKY RED
  • Data uscita 27 Marzo 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Andrea Chimento

Parigi, 1957. La morte di Christian Dior porta il giovane e talentuoso Yves Saint Laurent, all’epoca ventunenne, a succedergli al vertice di una delle più importanti case di moda del mondo. La sua prima collezione sarà un successo planetario.Scelto come titolo d’apertura della sezione Panorama del Festival di Berlino 2014, Yves Saint Laurent è un biopic piuttosto tradizionale incentrato sulla vita del grande stilista francese, nato in Algeria nel 1936 e scomparso nella capitale francese nel 2008. Firmato da Jalil Lespert, si concentra sulle tappe principali del percorso umano e lavorativo dell’artista: dalla fondazione della propria azienda di moda nel 1962 ai tormenti interiori e alle crisi creative. Al centro della trama vi è anche, in particolare, il rapporto sentimentale e professionale con il compagno e socio Pierre Bergé (Guillaume Gallienne). Jalil Lespert, al suo terzo lungometraggio, realizza un film riuscito solo in parte: troppo schematico nella struttura narrativa, Yves Saint Laurent è poco emozionante e, a tratti, persino banale. Eccessivamente patinato dal primo all’ultimo minuto, il lavoro di Lespert si appoggia a continui cliché formali, tra musica colta e scelte fotografiche manierate. Sul rapporto tra Bergé e Saint Laurent era più interessante e coinvolgente L’amour fou, documentario firmato nel 2010 da Pierre Thoretton.

NOTE

- IN PROGRAMMA AL 64. FESTIVAL DI BERLINO (2014) NELLA SEZIONE 'PANORAMA SPECIAL'.

CRITICA

"(...) una superficiale ed ecumenica illustrazione delle tappe salienti di una vita dove il genio (molto) si lega a un po' di (inevitabile) sregolatezza, l'ammirazione (incontestabile) prende il posto di una qualunque (auspicabile) distanza critica e i personaggi che hanno attraversato la vita dello stilista assomigliano a tanti burattini obbligati a ripetere la stessa parte in commedia. Senza sfumature o approfondimenti. E tutto questo risulta come «annegato» in un'opulenza visiva che finisce per imbalsamare ancora di più il personaggio dentro una consacrazione cinematografica di cui non sentiva il bisogno. Certo, il film non è costruito alla stregua delle «cancellazioni» staliniste che facevano sparire dalle fotografie le persone che gli davano ombra. Si parla esplicitamente del suo ricovero in un ospedale psichiatrico a seguito della chiamata sotto le armi nel 1960 e delle sue sindromi maniacali, si vede la presenza invasiva della madre Lucienne (Marianne Basler) e il rapporto di totale possesso che Saint Laurent instaurava con le sue collaboratrici, a cominciare dalla modella Victoire (Charlotte Le Bon). Non sono nascoste né le sue estemporanee avventure notturne né la parte che Loulou de la Falaise (Laura Smet) ebbe nell'introdurlo alla cocaina, così come la passione che negli anni Settanta fece quasi perdere la testa allo stilista per Jacques de Bascher (Xavier Lafitte), rubandolo a Karl Lagerfeld (Nikolai Kinski). Ma tutto è raccontato con l'eleganza (e il sottotono) delle persone ben educate, che accettano i difetti senza scandalizzarsi troppo e sopportano in silenzio o quasi. Proprio come fa Pierre Bergé, il cui ruolo prende sempre più spazio man mano che il film procede. Assumendo le sembianze di un comprensivo angelo custode, che qualche volta si vendica (tra le lenzuola) ma più spesso capisce e risolve i problemi. Ho lasciato per ultima quella che è sicuramente una delle qualità del film di Lespert, e cioè l'interpretazione dei due attori principali. Pierre Niney nella parte di Yves Saint Laurent e Guillaume Gallienne in quella di Bergé hanno stupito tutti non solo per la prodigiosa rassomiglianza con gli originali ma anche per la bravura indiscutibile con cui sanno rendere sullo schermo i due protagonisti. Soprattutto Niney, da più di tre anni pensionnaire alla Comédie Française (si potrebbe tradurre con «aggregato», per distinguerlo dai membri sociétaires) sa restituire la fragilità del Saint Laurent ventenne con uno straordinario processo di mimesi fisica e psicologica. Eppure anche questa qualità rischia di trasformarsi in una specie di ostacolo cinematografico, come se l'identificazione totale dei due attori finisse per appesantire il film e «frenare» ancora di più il coraggio della messa in scena. Dov'è il rovello o la fatica o anche la genialità creativa dello stilista? Dov'è il suo ruolo innovativo nell'industria della moda? Dov'è l'angoscia interiore che spingeva l'uomo a comportamenti per lo meno discutibili? Tutto sembra svanire di fronte al mito. Ma non penso che possa davvero bastare. Come non basta far sfogliare a Saint Laurent un libro di riproduzioni di Mondrian per spiegare il gesto rivoluzionario all'origine della collezione del 1965..." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 24 marzo 2014)

"Il genere 'biopic', sempre frequentatissimo, si sofferma ora sul nume tutelare della moda francese dedicandogli ben due film: questo e uno di Bertrand Bonello, in uscita il prossimo autunno. (...) Pochi film biografici hanno saputo rivelare il segreto del talento del loro protagonista, musicista, artista o creatore di moda che fosse. Ora, senza pretendere un 'Quarto potere' su YSL, si sperava in qualcosa di più che un resoconto del perfezionismo depressivo, dei tormenti sentimentali e delle dipendenze del grande sarto. Però questo è quanto Jalil Lespert ci dà, cedendo il punto di vista al personaggio del narratore Berge (Guillaume Gallienne, appena visto in 'Tutto sua madre') fino a rinunciare ad averne uno proprio. Giocato sull'estetizzazione degli abiti e dei corpi, il film si risolve in un catalogo di tableaux vivants senza vero interesse." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 27 marzo 2014)

"A seguire 'Amour fou', il documentario di Pierre Torrethon, e in attesa del film non autorizzato di Bertrand Bonello, questa di Jalil Lespert è la seconda pellicola su Yves Saint Laurent (1936-2008) a venir realizzata sotto il segno di Pierre Bergé, suo socio e compagno di vita. Il che non fa del grande stilista un santino, come si poteva temere: perché di Yves, nel corso di una strabiliante carriera iniziata diciottenne da Dior, vengono mostrati i tratti geniali così come gli attacchi maniaco depressivi; la timidezza gentile e gli scatti di nervi; la disciplina e gli abusi di alcool e droga; l'omosessualità e le intemperanze erotiche. La debolezza è nel fatto che la sceneggiatura per quanto calibrata si mantiene un poco a distanza dai personaggi, senza dare un vero affondo drammaturgico. Ma i tanti mutamenti di cornici e d'epoca - dall'Algeria natia alla Parigi Anni '50 - sono felicemente rispecchiati dal regista Jalil Lespert; eccellenti gli interpreti entrambi della Comédie Française: Pierre Niney è un Saint Laurent introverso, illuminato da lampi di gaiezza; il Guillaume Guillen di 'Tutto sua madre' conferisce a Bergé grinta di manager e materna amorevolezza." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 27 marzo 2014)

"'Yves Saint Laurent' si è valso (...) della non scontata collaborazione del socio in affari e compagno di vita di YSL (1936-2008) Pierre Bergé che - particolare non di poco conto - ha consentito al regista franco-algerino Lespert l'accesso all'archivio della Fondazione e soprattutto agli indispensabili bozzetti degli abiti. Ovviamente non c'è da sorprendersi se la figura di uno stilista (come si dice comunemente e un po' sciattamente) finisca per sembrare cruciale nell'evoluzione globale di un fenomeno che ormai riguarda non solo l'apparire, ma anche l'essere e permette di comprendere qualcosa in più della cultura, la comunicazione e la psicologia di noi stessi in relazione agli altri; in questo caso, poi, reclama uno spasmodico interesse la personalità del protagonista, tanto più temeraria quanto più esposta ai tormenti dell'artista maledetto. La superficie del film, quindi, è dedicata ai pionieristici disegni, alle sfilate contornate da celebrities, all'amicizia con autorevoli intellettuali, al marchio di una sartoria che, scandalizzando i benpensanti, veste le donne con il mascolino smoking, le mise ispirate a Mondrian o le tuniche dorate in stile Marrakaech; mentre il contrappasso intimistico dovrebbe fare luce sull'omosessualità e le sue sfrenatezze, le dipendenze da alcol e droga e le drammatiche crisi maniaco-depressive con annessi ricoveri in ospedale. L'amalgama trai due versanti - per così dire tra l'anima e la carne - però non si realizza e il tutto scorre con timida eleganza, un pizzico di gossip beneducato e un'uniformità di toni e inquadrature che non cerca di competere con lo stile rivoluzionario di cui si sta celebrando il mito. Il film, si sarà capito, risulta lieve, piacevole e scorrevole anche perché si compiace di belle magioni, esotici sfondi e corpi stupendi mettendosi, peraltro, al riparo del dato di fatto che proprio di questo si è compiaciuto il timido genio dell'haute couture. E se qualcuno dovesse non gradire il taglio aneddotico che caratterizza la presenza invasiva della mamma, il rapporto sado-masochistico con modelle, amici, amanti o l'inesausto supporto di un Bergé a suo agio in tutte le parti, da quella dello schiavo d'amore a quelle dello stratega commerciale, dell'infermiere personale e finanche del duro raddrizzatore dei torti vicendevolmente inferti, l'argomento forte a disposizione del pubblico meno cinefilo sarà quello delle interpretazioni. Quasi mai, in effetti, colgono secondo noi nel segno le identificazioni totali o il mimetismo spinto ma stavolta sarebbe ingiusto, oltre che impossibile, disconoscere la superba classe di Niney e Gallienne, non a caso membri della Comédie Française." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 27 marzo 2014)

"Per anni Yves Saint Laurent è stato uno dei creatori più indiscussi dell'alta moda parigina, presto ammirato un po' ovunque nel mondo. L'ha seguito, standogli sempre vicino non solo come organizzatore e come socio ma anche come compagno di vita, Pierre Bergé, a lui sopravvissuto e pronto anche oggi a vigilare sulla sua memoria e sull'esattezza non solo delle reciproche vicende personali ma anche di quelle pubbliche nell'ambito delle quali aveva via via acquistato sempre più lustro quella loro impresa che ha quasi rivoluzionato in Francia la concezione della moda. (...) Ha firmato la regia un esordiente, Jalil Lespert, sempre attento a dar veste scenica con modi lineari e ritmi piani alle cornici tipiche dell'epoca, pur non trascurando, anzi approfondendole con vitalità e sincerità, le psicologie singole di tutti quei personaggi tanto celebrati, sia di primo piano, sia di sfondo. Li interpretano degli attori alcuni usciti dalla Comédie Française anche se il doppiaggio vieta di ascoltare il loro accento tipico, come ad esempio Pierre Niney nei panni di Saint Laurent, quasi agli esordi ma già con successi che hanno lasciato il segno; e come, nel personaggio di Bergé, Guillaume Gallienne già applaudito nei travestimenti di 'Tutto sua madre'." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo - Roma', 27 marzo 2014)

"Dall'omonima biografia di Laurence Benaïm arriva nelle sale il biopic su YSL autorizzato dal compagno e sodale di una vita Pierre Bergé. Patinato nei dettagli come un capo d'haute couture, il film sfila su una passerella del tempo, dal '57 al 2008, anno della scomparsa del geniale stilista franco-algerino affetto da disturbi maniaco-depressivi, che esordì giovanissimo nell'alta moda subentrando alla guida della Dior alla morte di patron Christian. Poche le emozioni a fronte dei molteplici ricami e costumi originali prestati dalla Maison, e posti a sublime decorazione di un melò dei sentimenti e del narcisismo. Sullo sfondo l'emancipazione femminile in un Occidente sempre più devoto al potere dell'immagine. Perfetta la coppia di attori protagonisti Niney-Gallienne." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 27 marzo 2014)

"Spiacerà a chi non ha un particolare interesse per le biografie degli stilisti, specie quelle dove non succede quasi nulla (Saint Laurent non ha avuto certo una vita esagerata alla Coco Chanel). Pierre Niney è bravo e somigliante al modello, ma non riesce a prestargli quello che Yves non aveva (una grossa personalità fuori dall'atelier)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 27 marzo 2014)

"Elegante e barbosa commedia biografica che ripercorre la carriera di un talento dell'alta moda." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 27 marzo 2014)
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