Viviane

GETT le procès de Viviane Amsalem

FRANCIA, ISRAELE, GERMANIA - 2014
4/5
Viviane
Il processo di Viviane Amsalem e il lungo calvario giuridico che la donna ha dovuto affrontare per ottenere il divorzio dal marito Elisha. L'uomo, infatti, nonostante la lunga separazione non vuole dare il suo consenso davanti all'unica autorità giudiziaria competente per i casi di divorzio in Israele: la Corte rabbinica. Viviane e il suo avvocato devono fronteggiare l'atteggiamento intransigente di Elisha, sottostare alle estenuanti e assurde procedure, ascoltare i testimoni chiamati a deporre. Ma Viviane ha deciso di lottare per la sua libertà e soprattutto per la sua dignità.
  • Altri titoli:
    Gett
    Gett, the Trial of Viviane Amsalem
  • Durata: 115'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: (1:1.85)
  • Produzione: MARIE MASMONTEIL, SANDRINE BRAUER, SHLOMI ELKABETZ PER ELZEVIR & CIE, RIVA FILMPRODUKTION, DBG FILMS
  • Distribuzione: PARTHÉNOS
  • Data uscita 27 Novembre 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Giuseppe Gariazzo

“Gett” in ebraico significa divorzio. Ed è il titolo originale di Viviane, terzo film di una trilogia – iniziata con Ve’ Lakhta Lehe Isha (Prendere moglie, 2004) e proseguita con Shiva (I sette giorni, 2008) – sulle relazioni di coppia e familiari realizzata dai cineasti israeliani Ronit e Shlomi Elkabetz, sorella e fratello i cui lavori costituiscono pagine rilevanti del cinema d’Israele del nuovo millennio.
Tutto ambientato nel corridoio e nell’aula di un tribunale rabbinico, Viviane segue, udienza dopo udienza, nel corso dei mesi e degli anni, un processo per divorzio. La moglie, Viviane Amsalem (interpretata dalla regista), ha chiesto il divorzio dal marito Elisha, che non lo consente. E senza l’approvazione del consorte, i giudici non possono fare nulla.
Lo sguardo è frontale, immobile come la situazione descritta e che sembra non conoscere via d’uscita, accentuata dalla pressoché totale assenza di musica. Sono invece i dettagli (sui piedi, l’abbigliamento, i volti) e i personaggi maschili e femminili quasi da commedia a creare delle traiettorie interne alle immagini nel tentativo di esplorare i comportamenti di chi è obbligato per un tempo imprecisato a condividere uno spazio ristretto.

NOTE

- SELEZIONATO ALLA 46. QUINZAINE DES RÉALISATEURS (CANNES 2014).

- CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2015 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Ancora una volta, gli Elkabetz inventano una storia assolutamente realista, ma che appare assurda a chiunque ignori le leggi di Israele, dove il matrimonio civile non esiste, dove solo il rabbino può pronunciare o sciogliere un'unione e dove il marito ha l'ultima parola davanti ad un tribunale rabbinico, vale a dire interamente maschile, che in ogni caso prima ancora di schierarsi dalla parte dell'uomo, difende tenacemente l'imperativo più antico del popolo ebraico: moltiplicare i figli di Israele. Accanto a questo imperativo, ci sono gli usi, i costumi e le incredibili interdizioni che regolano la vita della comunità sefardita e che ne definiscono l'unicità. Gli Elkabetz giocano con i codici di questa comunità, alla quale essi stessi appartengono, con grande intelligenza." (Eugenio Renzi, 'Il Manifesto', 28 Novembre 2014)

"Scritto e diretto da Ronit e Shlomi Elkabetz, il film racconta di una violenza antica e silenziosa, che non è solo israeliana, ma che in Israele è evidente per il fatto che il matrimonio non vi è regolato da norme laiche, ma solo religiose. (...) Su tutto questo i fratelli Elkabetz avrebbero potuto girare una sorta di pamphlet, un film di denuncia civile. Invece, per loro e nostra fortuna, hanno preferito immergersi nell'umanità dei protagonisti (e dei molti personaggi secondari, tutti resi da splendidi attori e attrici). (...) La macchina da presa si muove in mezzo a loro, guardando con i loro occhi, e vedendo non solo tragedia, ma anche commedia e farsa." (Roberto Escobar, 'L'Espresso', 28 Novembre 2014)

"Impostato sulle figure retoriche di iterazione e attesa di scioglimento, usa il primo piano come dialettica di duello e la risposta del marito, 'no', come un colpo di pistola sul duellante legato. Sono chiare anche le ragioni dell'ortodossia, radiografate con indiretta denuncia di responsabilità. Sui piatti della storia dell'umanità e delle sue religioni il film mette la femmina come soggetto e l'amore come proprietà. La bilancia esplode. Da vedere." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 28 novembre 2014)

"Se pensate che nulla sia più appassionante di un 'courtroom drama' americano, forse non avete ancora visto un film giudiziario israeliano. Altro che arringhe, giurie popolari, giudici umorali e mi oppongo vostro onore. Qui i giudici sono tre rabbini, l'unica fonte del diritto è la religione, almeno nelle cause di divorzio. E i contendenti, i testimoni e perfino gli avvocati devono stare attenti a ciò che dicono e come si vestono. Perché «qui siamo tutti imputati», almeno in potenza, e i rabbini non scherzano. Tanto più che per la legge ebraica nei divorzi l'ultima parola spetta al marito, che in base a una tradizione risalente al Deuteronomio può accordare o meno alla moglie il 'ghet', ovvero il ripudio. Che i coniugi siano religiosi o meno, sottolineiamo. Ne sa qualcosa la povera Viviane (Ronit Elkabetz, attrice meravigliosa e ancora una volta coautrice del film insieme al fratello Shlomi, con cui forma una delle coppie più interessanti del cinema mondiale). (...) lo spettatore cerca di tener dietro a un film che suggerisce mille possibili interpretazioni con un'economia di mezzi stupefacente. Tutto è segno, infatti, in questo film-processo generoso quanto rigoroso che a tratti sembra una pièce di Eduardo girata da Dreyer. Gli sguardi, i silenzi, gli abiti, i colori, i gesti, teatrali o trattenuti (guai a sciogliersi i capelli...), le voci. Ma anche i sentimenti che lampeggiano, più o meno decifrabili, negli occhi dei coniugi. E in quelli di tutti, perché può capitare che un teste accusi l'avvocato di amare segretamente Viviane, gettando su entrambi un sospetto gravissimo. Che il film si guarda bene dal confermare o smentire, facendo di quella che altrimenti sarebbe solo una sacrosanta requisitoria in favore della parità dei sessi un romanzo affollato di storie, passioni, atti mancati, cui un gruppo di attori fantastici dà tutti i sapori e le emozioni del mondo." (Fabio Ferzetti, 'il Messaggero', 27 novembre 2014)

"Ultimo capitolo di una trilogia scritta e diretta con il fratello Schlomi dall'attrice Roni Elkabetz (Viviane), il film si svolge dentro un'aula giudiziaria, scandito in scene introdotte da sottotitoli che indicano lo scorrere del tempo fra un'udienza e l'altra su una durata conclusiva di cinque anni. Tuttavia, nonostante la struttura teatrale, coinvolge e intriga come un thriller vuoi perché, in un'alternanza di registro comico e drammatico, i dialoghi sono abilmente giocati su un ambiguo intreccio di verità contrastanti; vuoi perché i personaggi (avvocati, giudici, parenti e amici chiamati a testimoniare) sono ben ritagliati; vuoi perché la macchina da presa si sposta sul filo degli sguardi creando uno sfaccettato sottotesto di puro cinema. Al centro un memorabile ritratto di donna trasparente, forte, determinata; sullo sfondo un paese moderno che cela una mentalità arcaica. E' il film che rappresenta Israele all'Oscar: una scelta davvero illuminata." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 27 novembre 2014)

"Care signore, Rosalie care, se avete ancora negli occhi 'Divorzio all'italiana', sappiate che altrove va pure peggio: non perché vi vogliano scaricare a tutti i costi, ma perché non vi mollano. Dell'indimenticabile film di Pietro Germi del 1961 con Marcello Mastroianni si scrisse (Telesette): "Una commedia grottesca intinta di nero con forti accenti satirici sui costumi e le istituzioni". Ebbene, levate il nero, mischiate farsa e comico, dramma e grottesco, commedia e satira, e troverete un'altra separazione (im)possibile: 'Divorzio all'israeliana', nome in codice: 'Viviane'. Basta scambiare attivo e passivo, maschile e femminile, e 'mutatis mutandis' sono tante le assonanze con la parabola di Fefè Cefalù, eccetto il genere precipuo d'appartenenza: 'Viviane' è fantascienza distopica, ovvero dolente neo-neorealismo. (...) un film, un courtroom drama da far impallidire 'II caso Paradine' o 'La parola ai giurati', un Kammerspiel (dramma da camera) che mette alla sbarra non una donna, non un uomo, ma un sistema. Non c'è accanimento contro il singolo, lo stesso Elisha non (con)cede perché Viviane la ama ancora, i rabbini non sono aguzzini, i testimoni non sono truffaldini, ma nessuna ragione parziale può pareggiare quell'irragionevole dato di fatto: Viviane non può decidere il suo destino, non può andarsene. Se stiamo con lei, quello spettatoriale non è un sostegno apodittico: stiamo con Viviane perché empatizziamo, comprendiamo, compatiamo. E la regia aiuta: non abbiamo mai un totale, una visione onnisciente, bensì (false) soggettive, ovvero inquadrature con il nome e cognome di chi sta guardando quel che vediamo sullo schermo. Un'immagine che incarna un'idea, insieme elogio dell'individuo, rifiuto di un totale totalitario, chiamata alla responsabilità personale: nel caso, paiono tutti sinonimi di divorzio. Candidato da Israele all'Oscar 2015, 'Viviane' è imperdibile." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 27 novembre 2014)

"Piacerà non solo alle femministe (che hanno già eletto Viviane a loro eroina). Ronit Elkabetz (protagonista e regista) ha un pregio che non tutte le femministe hanno: l'ironia. I maschi del film sono odiosi, ma anche divertenti. I rabbini, poi, sembrano sceneggiati da Woody Allen." (Giorgio Carbone, 'Libero', 27 novembre 2014)

"Estenuante dramma social-giudiziario, tutto girato in tribunale. (...) Se si togliessero le decine di «egregio rabbino» si guadagnerebbe mezz'ora buona. Meno male che da noi esiste il divorzio breve." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 27 novembre 2014)

"C'è una sola informazione da sapere prima di lasciarsi andare alla visione di 'Viviane': in Israele non esiste il matrimonio civile, c'è solo quello religioso, e quindi il divorzio (che esiste) può essere ratificato solo da un tribunale rabbinico, che ha bisogno però del pieno consenso del marito. Fatta questa premessa si è pronti per entrare nell'aula di tribunale dove Viviane e Elisha Amsalem stanno discutendo del loro divorzio: o meglio dove Viviane chiede un divorzio che il marito non sembra intenzionato a concedere. Gli antefatti e le ragioni dei due contendenti li scopriremo scena dopo scena, anzi rinvio dopo rinvio, perché la cosa chiara da subito è che il marito non vuole concedere il divorzio alla moglie, che pure vive ormai fuoricasa, dalla sorella, da tre anni. (...) Costruito con ammirevole economia di mezzi, tutto all'interno dell'angusta aula di tribunale con poche scene nell'adiacente sala d'attesa, ritmato dalle scritte in sovrimpressione che scandiscono il passare del tempo («sei mesi più tardi», «tre mesi più tardi», , «due settimane più tardi»... Per arrivare a una conclusione, dopo 115 minuti di proiezione, ci vorranno cinque anni di rinvii), sceneggiato e diretto da Ronit Elkabetz (che interpreta anche la dolente Viviane) insieme al fratello Shlomi, il film è uno dei più forti e commoventi ritratti di tenacia femminile che il cinema abbia offerto negli ultimi anni. E non a caso la critica francese Dominique Martinez ha paragonato alcuni dolenti primi piani della protagonista a quelli di Renée Falconetti nella 'Giovanna D'Arco' di Dreyer. Qui non c'è il rischio di una condanna al rogo, come per la Pulzella d'Orléans, ma è pur sempre di una vita che si parla, quella di una donna che ha trovato la forza di ribellarsi a un marito ossessionato dall'ortodossia religiosa e incapace di dimostrare l'affetto che una moglie ha bisogno di sentire. Il tema prende concretezza scena dopo scena, rinvio dopo rinvio, affidato ora a una risposta piccata dell'«egregio rabbino» che presiede il giudizio («lei deve stare al suo posto, donna!»), ora a una testimonianza ottenuta non senza difficoltà da una vicina succube del marito. A confrontarsi sulla scena sono due idee della dignità umana: quella che rivendica la donna alla ricerca di una vita che non sia fatta solo di dovere e di sottomissione, e quella che difende l'uomo, disposto a vivere con una donna che non lo ama pur di non ammettere il suo fallimento (e tacitare la sua gelosia). Due idee che l'ortodossia religiosa non sembra prendere in considerazione, come si capisce dal comportamento fazioso del terzo incomodo del film, l'«egregio rabbino» che guida Il tribunale. Se lo spettatore finisce per schierarsi con la donna, la messa in scena cerca invece di tenere i due coniugi sullo stesso piano, o comunque di spiegare con equanimità i punti di vista opposti, affidati ora alle parole dei rispettivi legali ora ai silenzi dei due protagonisti. Concedendosi solo qualche significativa scelta di regia, come quelle delle scarpe di Viviane, eleganti e femminili durante il processo, dimesse e «penitenziali» nell'ultima, silenziosa inquadratura. Il perché di questa scelta, lo lasciamo scoprire allo spettatore." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera, 26 novembre 2014)

"'Viviane' è uno di quei film miracolosi in cui sembra non succedere niente e invece avvince con momenti drammatici e ironici, con una intensa sceneggiatura e attori eccezionali: specialmente lei, Viviane, l'attrice Ronit Elkabetz, che è anche sceneggiatrice e regista del film assieme al fratello Shlomi. (...) La battaglia tra Viviane ed Elisha (Simon Abkarian ) e tra i due difensori, per lui il fratello Shimon (Sassen Gabay), per lei il bell'avvocato Carmel (Menashe Noy) è fatta di parole, di silenzi, di sguardi: irridenti, inflessibili, torvi quelli del marito, sofferenti, ostinati quelli di lei. Viviane ha una bellezza nobile e stanca, un viso pallido e intenso, meravigliosi capelli neri, che la religione considera un' arma di seduzione scandalosa, raccolti sulla nuca e che in un momento di stanchezza e sfiducia lei scioglie e accarezza, un gesto sfrontato davanti ai rabbini che la richiamano immediatamente. Anche gli abiti segnano il crescere della sua insofferenza e voglia di ribellione. Prima vestita castamente di nero e in pantaloni, poi con una camicia bianca femminile, e ancora con le belle gambe nude e i tacchi alti o con una fiammeggiante camicia rossa. Alla fine porterà delle babbucce piatte, come per affrontare un futuro di libertà ma anche di rinuncia. (...) Viviane è l'ultima parte di una trilogia i cui precedenti film non sono stati distribuiti in Italia. Israele l'ha candidato per l'Oscar al film straniero (...)." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 24 novembre 2014)
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