Urla di mezzanotte

Heart of Midnight

USA - 1988
Urla di mezzanotte
A causa di un grave trauma psichico subito durante l'infanzia, Carol soffre di alcune malattie psicosomatiche: dopo essersi rifiutata di parlare per molto tempo, ora zoppica vistosamente. Alla morte di suo zio Fletcher, Carol scopre di essere stata nominata erede di un night club in rovina e di diecimila dollari in contanti. Decisa a liberarsi dall'influenza di sua madre, inizia i lavori di restauro del night, trasferendosi nei sinistri locali di sua proprietà. Il vecchio night, però, nasconde segreti terribili e sembra essere abitato da una strana e inquietante presenza. Sola, non creduta dalla polizia, Carol trova un inaspettato aiuto in Larry, un misterioso ragazzo che nasconde però anche lui un segreto. Soltanto aprendo le porte chiuse a chiave, Carol riuscirà a far luce sul proprio passato.
  • Altri titoli:
    Au coeur de minuit
    Corazón de medianoche
  • Durata: 105'
  • Colore: C
  • Genere: THRILLER
  • Specifiche tecniche: 35 MM, ARRIFLEX
  • Produzione: AG PRODUCTIONS INC., VIRGIN VISION
  • Distribuzione: LIFE DISTRIBUZIONE (1990) - COLUMBIA TRISTAR HOME VIDEO

CRITICA

"Il titolo originale meglio rende il senso del film. 'Heart of Midnight', cuore della mezzanotte, ma in una doppia valenza: di oscurità e di nome proprio, cioè il buio dentro la protagonista ed il locale - uno sgangherato night - che lei acquista per diventare autonoma. Apparteneva allo zio il 'Midnight' un vasto salone per il bar ed una serie di stanze piene di oggetti per giochi erotici. Il tutto ha un aspetto sinistro, reso ancora più lugubre da rumori strani che turbano Carol. (...) Si direbbe che Matthew abbia letto con attenzione il trattato di Freud sull'isteria, in quanto le fobie sessuali di Carol - la sua paura dell'uomo - hanno la loro materializzazione isterica (appunto) nel locale, con il suo carico di peccato. Quindi un thriller psicologico che, purtroppo, perde sul finale, banalizzandosi con situazioni dai toni sado-maso (ma è tutto molto serio, niente giochini voyeuristici). Validi gli interpreti, soprattutto la vibratile Jennifer Jason Leigh. Gli altri sono Peter Coyote, Brenda Vaccaro e Frank Stallone, il fratello di Sylvester." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 24 Febbraio 1990)

"La sessuofoba Carol, sotto cura da uno psichiatra per un grave esaurimento nervoso, riceve in eredità un night-club di periferia e decide su due piedi di trasferirsi nel fatiscente edificio per proseguire i lavori di ristrutturazione iniziati dal defunto zio Fletcher, uno strano personaggio di cui ha confusi ricordi infantili. (...) 'Urla di mezzanotte' è il tentativo mal riuscito di raccontare una patologia nevrotica come fosse un thriller e un thriller come fosse un incubo mentale. Le ambizioni psico-cinefile di Matthew Chapman si dimostrano superiori alle sue capacità di regista e sceneggiatore e gli interpreti più che mediocri non meritano particolare menzione." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 25 Febbraio 1990)

"Convocare la purezza del Mito a risoluzione del racconto, laddove era proprio il torbido e lo sporco del thriller esibiti come tali a far divertire, significa mostrare per davvero un fantasma, squadernare l'orrore senza mediazioni. Carol danza e non zoppica più, il suo Larry prima imbottito di piombo è ora il suo partner leggiadro, le presenze inquietanti del film adesso servono al bancone del bar: Carol danza al centro quella Carol (il film) che è Marilyn (il cinema) e all'intorno la scena e i personaggi del thriller. Centro e intorno cessano ogni dialettica e si mostrano contaminati: fine del meta-genere, dell'ironia, della fredda sapienza intertestuale, dei meccanismi lucidi e difensivi dello spettatore, della possibile serializzazione narrativa dell'opzione metaforica della variazione sul tema, della possibilità di combinare ancora ulteriori inquadrature. Lo smarrimento di simili coordinate rigenera la paura come stato particolare; l'impossibilità conclusiva per lo spettatore di dialogare col film origina il neo-orrore. Chapman genera così un piccolo classico fuori dalla malinconia postgenerica e puronarratologica di 'Blood Simple'." (Flavio De Bernardinis, 'Segnocinema')
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