Una vita

Une vie

FRANCIA - 2016
3,5/5
Una vita
Normandia, 1819. La giovane aristocratica Jeanne du Perthuis des Vauds è appena uscita dal convento in cui ha studiato ed è ancora piena di sogni e aspettative per il futuro quando sposa il visconte Julien de Lamare. L'uomo si rivela ben presto avido, egoista e crudele e le illusioni di Jeanne pian piano si spengono. E' la storia di una donna ipersensibile e cresciuta in un ambiente molto protettivo, che dai 18 ai 45 anni si trova a dover affrontare la realtà brutale del mondo e ad abbandonare il paradiso perduto della sua infanzia.
  • Altri titoli:
    A Woman's Life
  • Durata: 119'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: (1:1.33)
  • Tratto da: romanzo "Una vita" di Guy de Maupassant (ed. Einaudi)
  • Produzione: TS PRODUCTIONS, IN CO-PRODUZIONE CON FRANCE 3 CINÉMA, VERSUS PRODUCTION, F COMME FILM, CN5 PRODUCTIONS,
  • Distribuzione: ACADEMY TWO (2017)
  • Data uscita 1 Giugno 2017

TRAILER

RECENSIONE

di Mirko Granata
Un romanzo di Maupassant e una storia di disperazione e destino infame da far tremare i polsi al pubblico e ai produttori. Eppure Stéphane Brizé fa un grande passo avanti rispetto al debole (seppur urgente) La legge del mercato e dispiega tutte le sue potenzialità di regista e narratore con un melodramma doloroso e aspro al limite della spigolosità.

Il film racconta – come dice il titolo – la vita di Jeanne che “comincia” appena uscita del collegio, di poco maggiorenne. L’amore con il visconte Julien la condurrà a scoprire il dolore celato dalle apparenti gioie, ma anche le briciole di felicità nascoste dai ribaltamenti del destino.

Scritto da Brizé mantenendo la struttura episodica del romanzo (all’epoca pubblicato a puntate come un feuilleton), Une vie è un dramma d’amore in senso assoluto, in cui i sentimenti e i rapporti personali sono raccontati con taglio duro, tutt’altro che conforme alle regole ingioiellate del film in costume.


A partire innanzitutto dallo schermo stretto, in 4:3, la macchina da presa sui personaggi soffocati dai luoghi e dai costumi che non segue la tendenza del cinema d’autore post-Dardenne ma prova a reinventare un linguaggio contemporaneo per una lingua – quella del romanzo ottocentesco – arcaica: a Brizé non interessano troppo gli ambienti e relativamente i personaggi. Al regista interessano i fatti, come a Maupassant, e i loro risvolti sul contesto sociale, ma alla drammaturgia e alla messinscena più piana preferisce un ritmo non facile, spezzato, solenne ma interrotto da strappi di ritmo, ellissi, lavoro sul montaggio brusco (di Anne Klotz) e sulla fotografia sporca (Antoine Héberlé).

Al décor, Une vie preferisce l’atmosfera, la matericità di immagini e luoghi da cui far trascendere le emozioni (erano decadi che non si vedevano scene en plein air così vive): un’operazione che ricorda quella di Andrea Arnold in Wuthering Heights, meno radicale di sicuro, ma quasi altrettanto riuscita nel trovare un modo attuale di adattare un romanzo d’epoca: basterebbe il modo spiazzante, reticente e di finissima intelligenza con cui costruisce tutte le scene madri, soprattutto le più forti e violente. Una lezione – anche – di morale dello sguardo.

NOTE

- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI: CANAL +, FRANCE TÉLÉVISIONS, CINÉ+, CENTRE NATIONAL DU CINÉMA ET DE L'IMAGE ANIMÉE, RÉGION HAUTE-NORMANDIE, PROCIREP, ANGOA; IN ASSOCIAZIONE CON INDÉFILMS 4; CON L'AIUTO DEL CENTRE DU CINÉMA ET DE L'AUDIOVISUEL DE LA FÉDÉRATION WALLONIE-BRUXELLES; CON IL SUPPORTO DI: TAX SHELTER DU GOUVERNEMENT FÉDÉRAL BELGE, INVER INVEST IN COPRODUZIONE CON VOO AND BE TV.

- PREMIO FIPRESCI COME MIGLIOR FILM IN CONCORSO ALLA 73. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2016).

CRITICA

"Godetevi, nel formato antico 4:3 che indaga su sguardi e virgoletta silenzi e pause, questo bellissimo, frenato mélo ispirato al primo Guy de Maupassant (1883). (...) Il film del francese Stéphane Brizé è della più classica matrice letteraria, ma è fatto della pasta del cinema: predilige le ellissi, scarta le scene madri, non pecca di retorica, inserendo questa storia ordinaria e straordinaria in un ordine di cose più vasto, chiedendo la complicità dello spettatore lettore, invitandolo a fare un doppio salto mortale: si parla di noi, di oggi, di avidità e illusioni." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 8 giugno 2017)

"Stéphane Brizé racconta la disillusione di una donna spensierata e innocente a partire dal primo romanzo di Guy de Maupassant, stratificando diversi piani temporali, alternando i bui tempi della delusione con quelli luminosi di un passato felice, pedinando la protagonista, restituendone i tanti stati d'animo, sempre in sintonia con la natura, e 'inscatolandola' in un formato cinematografico quasi quadrato per costruirle intorno una soffocante prigione emotiva. Il regista rilegge dunque l'opera letteraria con uno sguardo assai personale, formalmente rigoroso ed esteticamente puro, riflettendo su un destino umano che si fa universale." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 2 giugno 2017)

"Di questo affresco potente sulla decadenza della classe aristocratica resistente al mutare dei tempi, la traduzione mette a fuoco luci e ombre della protagonista, sognatrice determinata quanto inconsapevole, ossessivamente protettiva e opprimente. Affidandosi a uno stile così in controtendenza nella sua affascinante ed esasperante lentezza (Rohmer, Oliveira) da meritare incondizionata simpatia." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 1 giugno 2017)

"Ispirandosi al primo romanzo di Guy de Maupassant (1883), il regista Stéphane Brizé lo rivisita in un'affascinante chiave antinarrativa. (...) In una società che relega la donna a un ruolo passivo, Jeanne si lascia travolgere; e Brizé ne segue passo passo la vicenda umana con un approccio quasi da documentarista, dando allo spettatore la sensazione di assistere a una vita in diretta; e giocando la storia su ellissi, repentini passaggi di tempo, parole e non detto, sguardi e reticenze. Un puzzle da cui traspare il senso di quel contrasto fra illusione e realtà che è alla base della poetica di Maupassant; ma al contrario di Madame Bovary, che vorrebbe incarnare una fantasia in un mondo che non glielo permette, Jeanne è un'eroina che trova la sua grandezza nel piccolo gesto quotidiano, nella quieta accettazione delle stato delle cose." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 1 giugno 2017)

"Quello che caratterizza 'Una vita', e che lo distingue dalla massa di film dello stesso genere, è l'idea di saltare bruscamente da un momento all'altro dell'esistenza della propria eroina; interrompendo con un semplice taglio netto il flusso cronologico degli eventi. Ora, queste ellissi, contro ogni attesa, non servono a selezionare, nel flusso della vita, i momenti più salienti o significativi. Il matrimonio di Jeanne, la nascita del figlio, la morte della madre... non sono mostrati. Il taglio serve al contrario a escludere dal racconto quello che in genere la memoria trattiene. Qui invece siamo sempre prima o dopo la tempesta, mai durante. Ecco che il film raddoppia lo stoicismo. All'indifferenza verso le cose esteriori che il personaggio coltiva si somma e si aggiunge un'indifferenza del film all'evento. Epurato dei momenti d'azione, liberato dal problema di rappresentare il dramma, il film si abbandona ad una sorta di atarassia estetica, e si trova spesso a contemplare la propria attrice, il viso di lei rivolto verso un orizzonte al tempo stesso esterno e interno. Non si può negare a questa idea una certa audacia, e la volontà di rinnovare il genere del film sull'aristocrazia ottocentesca è già in sé degna di lode. Ma quello che su carta funziona, sullo schermo appare a conti fatti una falsa buona idea. Oppure un malinteso accordo di forma e contenuto. Brizé sembra aver malcompreso la formula di Bresson: «costruirò il mio film sul vuoto e sul silenzio.» 'Una vita' è perlopiù un film vuoto e silenzioso che un ottimo cast, tra cui la sempre eccellente Yolande Moreau, non riesce a riempire." (Eugenio Renzi, 'Il Manifesto', 1 giugno 2016)

"Francese, in costume, tratto dal romanzo d'esordio di Guy de Maupassant: attenzione, però, perché quello di Stéphane Brizé non è il solito mélo sdolcinato tutto porcellane e crinoline: è anzi un film a suo modo modernissimo, e inesorabile. (...) Una vita (...) una come tante: eppure, attraverso scelte precise e fuori dai canoni del genere (ellissi narrative, separazioni tra immagini e parole, e uno stile che pare quello spoglio e diretto della new wave rumena), Brizé ti avvolge lentamente col racconto e non ti lascia più andare, come non lascia mai andare Jeanne: fragile, inerte, ma sempre dentro l'inquadratura, schiacciata, prigioniera. Cinema meditato e meditativo («contro il logorio della vita moderna»), fortemente legato alla presenza della natura - il costante tornare della protagonista al suo orto - e al succedersi delle stagioni, dei piccoli ma grandi avvenimenti che fanno la vita di Jeanne. E la nostra." (Federico Gironi, 'Il Messaggero', 1 giugno 2017)

"Semplice e complessa come solo la vita può essere, il fatto di prenderla a titolo perentorio era un rischio di indubbio coraggio. Ma è evidente che al regista francese Brizé tale qualità non manchi, capace di passare dal sobrio e sociale 'La legge del mercato' (...) ad una personalissima traduzione del primo racconto di Guy de Maupassant. (...) Brizé adatta bene, dirige meglio e - complice un cast eccelso - offre un gioiello di ibridazione narrativa fra la lettura del diario della protagonista e sequenze più vicine al free cinema che alla solennità neoclassica. (...) Da non perdere." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 1 giugno 2017)

"Da un romanzo di Guy De Maupassant che sessant'anni fa ispirò una della prove migliori di Maria Schell. (...) Piacerà perché Judith Chemia regge bene il confronto con la Schell (non ne ha il carisma, ma porta sfumature che rendono il suo personaggio di condannata alla sofferenza meno prevedibile). E perché la Normandia dei primi dell'ottocento è attraversata dallo schermo luminosa e gelida come la pittura ha raramente restituito e il cinema quasi mai." (Giorgio Carbone, 'Libero', 1 giugno 2017)

"(...) un dignitoso dramma in costume, che piacerà certo più alle signore." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 1 giugno 2017)

"In linea con il premiato 'La legge del mercato', dove il volto di Lindon diventa fotogenia di emozioni morali, Brizé elegge Judith Chemla icona delle di grazie dell'eroina di Maupassant (...). Girato in formato monitor 1.33, spesso in medio primo piano su Joanna, per tenerci appresso al quotidiano di casa, giardino, sospiri d'amore e delusioni ingovernabili, è un mélo freddo e insieme ardente di slanci e rassegnazioni. Come cartoline da un inferno intimo, la sceneggiatura sceglie i momenti rivelatori e insieme i meno eclatanti, suggerendo allo spettatore pagine che ha letto o che leggerà. Da vedere." ('Nazione-Carlino-Giorno', 1 giugno 2017)

"Una storia che oggi può sembrare fin troppo inattuale ma che Brizé racconta con una forza di stile che affascina. Sfronda completamente gli accadimenti romanzeschi del libro (via il viaggio di nozze, via la seconda gravidanza, via molte svolte romantiche), intreccia i piani temporali per restituire la «confusione» della memoria, sceglie un formato «quadrato» per concentrarsi sul volto della sua protagonista, l'ottima Judith Chemla, e affidandosi soprattutto all'intensità della sua recitazione restituisce sullo schermo il dramma di una donna incapace di adeguarsi ai compromessi dei tempi, ma soprattutto il piacere di un cinema che vuole comunicare grazie al suo stile di messa in scena e non per proclami o facili sotterfugi." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 7 settembre 2016)

"Un classico della Letteratura, un periodo saccheggiatissimo (la prima metà dell'800), un film che non si era mai visto: 'Une vie' di Stéphane Brizé, da Maupassant, il migliore in concorso finora con 'La La Land'. Questione di scrittura, di regia, di consapevolezza. Il dilagante cinema in costume di solito soffoca sotto stucchi e crinoline. Qui lo stile è ellittico e controllatissimo, dialoghi al minimo, immagini essenziali (in formato 'quadrato'). E non c'è un abito, un interno, un paesaggio che non serva le emozioni di Jeanne, protagonista e punto di vista assoluto del film (la squisita Judith Chemla). (...) Un film tanto mobile quanto inventivo che concentra mille emozioni e informazioni in ogni dettaglio, abolendo enfasi e sottolineature in favore di un sentimento acutissimo dell'epoca (con grande presenza della Natura)." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 7 settembre 2016)

"Nel portare sullo schermo la vita della baronessa Jeanne devastata dagli obblighi della sua classe e dalla sua inerzia, Brizé non cerca nessun tipo di «rilettura» né si misura in modo personale con le atmosfere e le esistenze che lo popolano. La sua messinscena si concentra sulla protagonista, che in un crescendo di antipatia, si limita a svolazzi nell'orticello paterno, a sospiri ipocriti, a capricci davanti al mare e alle nuvole, secondo una maldigerita «lezione malickiana». (...) Per due ore il regista insegue le sue ambizioni autoriali agitando la macchina da presa senza alcuna consapevolezza e soprattutto senza alcuna visione personale, un'idea di regia o narrativa, qualcosa che riempia il vuoto delle sue immagini infilate l'una dopo l'altra nel vuoto." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 7 settembre 2016)

"Il regista compie una lettura intelligente, una lezione di messinscena che, se non colpisce per urgenza né per calore, mostra un'idea di cinema sicura. L'idea è di smorzare gli avvenimenti decisivi della storia, puntando in maniera volutamente ripetitiva sui momenti morti, la noia e la solitudine di questa donna, la cui oppressione è accentuata dal formato 'stretto' dell'immagine (1:37) e da una regia che la mostra quasi sempre di sbieco o di spalle." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 7 settembre 2016)

"'Une vie' è un mélo freddo e insieme ardente di slanci e rassegnazioni. Come cartoline da un romanzo, la sceneggiatura sceglie i momenti rivelatori e insieme i meno eclatanti, lasciando allo spettatore l'immaginazione di pagine che ha letto o che leggerà." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 7 settembre 2016)

"A Venezia arriva in concorso Maupassant e bisogna mettersi sugli attenti: 'Une vie' è uno dei suoi romanzi più belli e più spietati, e il film che ne ricava Stéphane Brizé è esemplare per fedeltà di sceneggiatura e intelligenza cinematografica. Sullo schermo, la Normandia dello scrittore risplende nelle primavere e si incupisce negli inverni, ma le stagioni rimandano agli stati d'animo e alle età: la giovane Jeanne è un prodigio di freschezza e di gioia di vivere, il tempo si incaricherà di appassire la prima e spegnere la seconda. Judith Chemia, Pierre Darroussin, Swann Arlaud e Yolande Moreau prestano i loro volti alla povera sposa, a chi l'ha messa al mondo e a chi, tradendola, al mondo la condannerà, e lo fanno con una souplesse e un'intensità ammirevoli. Un gioco di flashback mette a confronto le illusioni di una vita in cui rifugiarsi quando le delusioni della vita si fanno insopportabili, il combinato disposto di stupidità, fanatismo, mancanza di carattere fanno il resto." (Stenio Solinas, 'Il Giornale', 7 settembre 2016)

"Con «La legge del mercato» del 2014 il regista francese Stéphane Brizé raggiungeva la ribalta internazionale (...). Cambiando genere ed epoca, Brizé non perde però il tocco della sua regia sincopata e fluida allo stesso tempo. (...) Nel mettere in scena il testo di Maupassant, Stéphane Brizé predilige uno stile che è al tempo stesso classico (si affida alla scrittura da romanzo ottocentesco dell'autore) e insieme moderno (le continue ellissi narrative), in un continuo e molto interessante, nonché elegante, gioco di anticipazioni e salti improvvisi che non solo non infastidiscono, ma anzi irrobustiscono la narrazione. «Una vita»: non c'è altro che la descrizione della vita di Jeanne, dalla spensieratezza alla rovina, ma dentro c'è tutto un mondo: un mondo che ruggisce come le onde del mare che schiaffeggiano la costa bretone, un mondo che procede al di fuori e spesso contro quello di Jeanne, che resta incapace di comprenderne i meccanismi." (Andrea Frambosi, 'L'Eco di Bergamo', 7 settembre 2016)

"Film struggente, elegantissimo nella scelta di abiti e arredi: difficile apprezzarlo in un'epoca, la nostra, nella quale non c'è più spazio, e forse neppure la voglia, per cercare il tempo perduto." (Bruna Maggi, 'Libero', 7 settembre 2016)
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