UN INCENDIO VISTO DA LONTANO

ET LA LUMIERE FUT

FRANCIA - 1988
UN INCENDIO VISTO DA LONTANO
In un villaggio di capanne nel Senegal la vita si svolge piuttosto calma nel rispetto di leggi ambientali e di riti tribali. Sembra imperare con forza il matriarcato. A volte si invoca la pioggia e a volte il Vecchio dio - un idoletto di legno - la manda per la gioia di tutti. Matrimoni e ripudi vengono operati secondo formule antichissime. La disintegrazione arriva con i primi camion dei bianchi, guidati dai neri, poiché non lontano si abbattono alberi giganteschi e ultracentenari, per aprire strade che finiscono con il creare deserti rossastri e praticamente senza vita. Lentamente il villaggio muore, molti vanno in città come salariati o modesti artigiani, trasformati da semplici e liberi in fantocci rivestiti chiassosamente, ma patetici, destinati a vendere paccottiglia e giornali sui marciapiedi. Poi il villaggio viene dato alle fiamme ed un gruppo di turisti accampati nei paraggi vede da lontano l'incendio di quel lembo di foresta rigogliosa. Solo una coppia di giovani e i tre bambini tornano in quel sito diventato squallido, per ricostruirvi la loro capanna bruciata. Con nessuna speranza per l'avvenire.
  • Durata: 106'
  • Colore: C
  • Genere: ALLEGORICO
  • Specifiche tecniche: PANORAMICA
  • Produzione: LES FILMS DU TRIANGLE LA SEPT PARIS DIREKT FILM MUNCHEN
  • Distribuzione: ACADEMY (1989) - DOMOVIDEO

NOTE

MOSTRA DI VENEZIA NEL 1989, PREMIO DELLA GIURIA.

CRITICA

"Fino a un certo punto, insomma, il film può risultare impertinente o futile secondo gli umori. Ma andando avanti si intensifica il traffico dei camion intravisti fin dall'inizio, si moltiplicano gli schianti degli alberi nella foresta ed è chiaro che per il villaggio è finita. Stralunato è l'itinerario del meschino Yeré alla ricerca della moglie e dei figli, con il ciuccio fra lo sfrecciare di macchine della camionabile. Alle porte della città i neri in divisa gli infilano pantaloni e camicia, gli impongono la carta d'identità. C'è un comizio dittatoriale con gli applausi obbligati e i bambini schierati come balilla. La famigliola si ricongiunge in una bidonville e ogni ritorno sull'area devastata del villaggio diventa impossibile. Finiranno a vendere finti idoli sul marciapiede come vu' cumprà. Il viaggio di Yeré è un film nel film per il quale non sarebbe sprecata la parola capolavoro. Ai tempi dell'impegno avremmo preteso dal regista anche la soluzione del problema, che di solito si ipotizzava alzando il pugno o agitando la bandiera di un sol colore. Oggi ci basta che il problema stesso sia intimamente percepito, con la grazia dolente di un umorista malinconico, e contemplato sia pure da lontano." (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 1 Dicembre 1989)

"L'equilibrio non sempre è raggiunto, specie là dove i dati concreti costeggiano certi momenti dichiaratamente visionari, ma la misura del racconto continua ad essere, anche quando certi stridori sembrano farsi avanti, il continuo incontro fra l'occhio dell'autore e quello dei suoi personaggi, con una oggettività che riesce a diventare anche creativa: in cifre in cui la poesia e l'ironia, il dolore e la polemica implicita giungono, nelle pagine migliori, a fondersi con decisa intensità. Tra la cronaca e l'ode. Mi auguro che lo spettatore italiano, non fermandosi alle semplici apparenze, senta e capisca fino in fondo. La storia ci arriva da lontano ma la favola ha sapori quotidiani che la inseriscono direttamente nel reale. Basta tendere l'orecchio e aprire il cuore. Conquisterà senza fatica." ('Il Tempo', 25 Novembre 1989)


"Scandito da ventisei tabelle di didascalie e dialoghi come in un film etnografico, parlato in lingua diola, interpretato da attori neri improvvisati, 'Un incendio visto da lontano' ('Et la lumière fut', 1989) descrive, nei modi di un saggio di antropologia immaginaria, vita, costumi, usanze di un villaggio in mezzo alla foresta, una sorta di paradiso terrestre dove, quietamente tiranne, spadroneggiano le donne. All'ultima mostra veneziana dove vinse il Gran Premio speciale della giuria (cioè il secondo) i critici si divisero almeno in tre gruppi. Alcuni lo trovarono soporifero, piatto, cerebrale con qualche lampo di aguzza ironia, in bilico tra futilità e impertinenza. Altri misero l'accento sul sarcasmo beffardo, sull'umorismo aggressivo, notando, però, che la sua ironia antropologica può risultare a doppio taglio. Il sottoscritto si trovò nel terzo gruppo, quelli che, pur con tiepida adesione e non negando la sua spiazzante e fluida ambiguità, amarono il film. Controllato da una scrittura fredda e rigorosa nella sua rinuncia allo spettacolo, ravvivato da scatti di magica fantasia e da invenzioni di garbato umorismo, lo trovo un film monocorde e melanconico, di una tristezza leggera che il secco epilogo sottolinea. 'L'emozione della tristezza - dice Iosseliani - è positiva: significa che non abbiamo perso la memoria'." ('Il Giorno', 1 Dicembre 1989)
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