Tutti gli uomini del re

All the King's Men

USA, GERMANIA - 2006
Tutti gli uomini del re
Willie Stark è un giovane idealista che si batte per i diritti civili e vuole cambiare il sistema politico corrotto dello stato della Louisiana. Grazie alle sue battaglie, riesce ad ottenere la carica di governatore dello Stato, ma scalando i vertici si trasforma anche lui in una facile preda della corruzione e del malcostume vigente tra i poteri forti e la classe politica trascinando nel gorgo anche tre rampolli dell'esausta aristocrazia locale.
  • Durata: 125'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRICAM, 35 MM (1:1.85) - DELUXE
  • Tratto da: romanzo "Tutti gli uomini del re" (premio Pulitzer per la letteratura 1947) di Robert Penn Warren ispirato dalla carriera del senatore Huey Long
  • Produzione: COLUMBIA PICTURES CORPORATION, AKM PRODUCTIONS, PHOENIX PICTURES, VIP 3+4 MEDIENFONDS
  • Distribuzione: SONY PICTURES RELEASING ITALIA
  • Data uscita 22 Dicembre 2006

RECENSIONE

di Francesco Alò
Willie Stark (Sean Penn) cresce in una fattoria in mezzo ai maiali prima di autonominarsi campione della povera gente e farsi eleggere governatore. E' rozzo, astuto e senza scrupoli. Jack Burden (Jude Law) è un giornalista cresciuto dall'altro lato della strada, tra buone maniere e partite a tennis con Adam e Anne Stanton (Mark Ruffalo e Kate Winslet), il migliore amico e il primo amore di estati rimpiante. Louisiana, anni '50. Colori fangosi, popolo analfabeta e ricchi indolenti. Jack pensa, come il Gattopardo, che si possa cambiare tutto per non cambiare niente. Willie urla: "Ogni uomo, un re", costruendo ospedali e strade per i poveri. Willie Stark e Jack Burden si incontrano e si piacciono. Il giornalista, bello ma impotente, prima resoconta per il suo giornale l'ascesa al potere del famelico parvenudai capelli scomposti, poi finisce per fargli da portaborse. Assisterà alla perdita dell'innocenza. Sua, di Willie e di chi è coinvolto nella relazione sadomasochista: l'amico Adam, l'ex amore Anne e l'affettuoso giudice (Anthony Hopkins) che gli ha fatto da padre. Steven Zaillian, autore dell'impegnato A Civil Action (1998), vuole troppo: affresco storico e metafora politica, scontro di classi e perdita dell'innocenza, disillusione ideologica e dramma psicologico. Troppa carne per un fuoco debole. L'edizione italiana dura due ore e venticinque minuti. Ce ne sarebbero volute cinque tanto sono interessanti i personaggi. Lo sceneggiatore premio Oscar per Schindler's List adatta fedelmente l'omonimo romanzo premio Pulitzer di Robert Penn Warren sull'ascesa e caduta di Willie Stark, ispirato al governatore della Louisiana Huey Long, assassinato nel 1935 e collocato dai vignettisti degli anni '30 vicino a Mussolini e Hitler. L'allora Presidente Usa Franklin Delano Roosevelt lo considerava "uno dei due uomini più pericolosi degli Stati Uniti". Già Robert Rossen trasse un film dal celebre romanzo, facendo vincere a Broderick Crawford l'Oscar nel ruolo del controverso Stark. Era una pellicola più sul politico affetto da delirio d'onnipotenza che non sul giornalista che perde l'innocenza. Quello di Zaillian è invece un film più sul giornalista che sul politico. Errore. I tanti struggimenti del pur bravo Jude Law non valgono una singola scena con Sean Penn, vero dominatore. Un re senza corona per un film tanto affascinante quanto irrisolto e narrativamente sbilanciato.

NOTE

- REMAKE DEL FILM OMONIMO CHE, DIRETTO DA ROBERT ROSSEN NEL 1949, VINSE TRE OSCAR: MIGLIOR FILM, MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (BRODERICK CRAWFORD), MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA (MERCEDES MCCAMBRIDGE).

CRITICA

"La buona volontà dello sceneggiatore-regista non è in discussione. Zaillian ha il merito di non istituire opposizioni fra buoni e cattivi, preferendo mostrare il machiavellismo costituzionale della politica; ispirata anche alla scelta di affidare la parte principale a Sean Penn, che s'immerge nel personaggio con un'energia venata di follia. Se l'attuale inquilino della Casa Bianca ha ottenuto qualcosa di buono, è stato di risvegliare il cinema americano facendogli ritrovare l'impegno. Peccato che la struttura narrativa macchinosa e la regia, troppo dimostrativa, appesantiscano un film eccessivamente lungo". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 29 dicembre 2006)

"Già portato sullo schermo da Robert Rossen in un film che anche grazie alla vigorosa interpretazione di Broderick Crawford vinse 3 Oscar nel '49, 'Tutti gli uomini del re' è una delle pietre angolari dell'immaginario politico americano. Si capisce che uno dei membri più influenti dello staff di Bill Clinton, James Carville, qui produttore esecutivo, sognasse da anni di farne un remake. Meno chiaro è perché Steve Zaillian, già sceneggiatore di 'Schindler's List', abbia spostato la vicenda dagli anni 30 agli anni 50 per sottolinearne l'universalità, attirandosi le critiche di buona parte della stampa Usa. Più che dagli anacronismi lo spettatore italiano sarà forse disturbato da un doppiaggio che regala al sudista Sean Penn un assurdo accento ciociaro-partenopeo. In compenso Zaillian azzecca la mossa chiave del racconto sospendendo la parabola del politico zotico allo sguardo estraneo e straniato del giornalista Jude Law, che affascinato dal demagogo e dalla sua energia finisce per rinnegare e tradire il suo giornale, la sua classe sociale, la sua stessa famiglia, in un processo di identificazione mista a repulsione (e autodistruzione) tratteggiato con insinuanti accenti noir. Niente di originale: come molti film di sceneggiatori, 'Tutti gli uomini del re' è privo di vero stile ma pieno di trovate, di dettagli, di effetti di buona scuola. Perché in America studiano, conoscono i classici, maneggiano con dimestichezza la grammatica e se occorre la retorica dei generi. Peccato che allo smaltato cast di bei nomi, tolti Sean Penn e l'untuoso Gandolfini, manchino l'impeto, il calore, la simpatia (o la schietta antipatia) dei loro personaggi. Come, del resto, in troppi film Usa di questi anni." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 29 dicembre 2006)

"Divulgazione fuori tempo massimo, in un'epoca in cui la politica ha superato i vizi populisti, di un nevrotico governatore che negli anni 50 va al potere in buona fede nel profondo Sud. Farà del suo peggio, annaspando nella demagogia e nella corruzione fino alla finale tragedia greco americana, morte e redenzione. (...) Passo indietro rispetto al bellissimo film del '49 di Rossen di cui tiene la struttura del racconto ma non il bisogno profondo di denuncia senz'ombra di soap, mentre in questo remake manca il verbo della sincerità, l'azione si perde tra camei di volti noti di bravi attori e Sean Penn, ovviamente sopra le righe, subisce l'affronto finale di un doppiaggio mafioso broccolino che reclama vendetta. Perché?" (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 5 gennaio 2007)
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