Triage

FRANCIA, SPAGNA, IRLANDA - 2009
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Triage
Mark e David, due fotoreporter, lavorano insieme da 12 anni viaggiando attraverso i paesi in guerra. Mentre si trovano in Kurdistan, David, stanco di tutta la violenza che si presenta ogni giorno davanti ai loro occhi, comprende di voler prendere un'altra strada e decide di tornare in Irlanda da sua moglie Diane, che sta per avere un bambino. Invece Mark, il più ambizioso dei due, resta sul campo cercando di scattare la fotografia che darà una svolta alla sua carriera. Qualche tempo dopo anche Mark, rimasto ferito, ritorna a casa. Qui viene a sapere che David in realtà non ha mai fatto ritorno e che di lui si è da tempo persa ogni traccia. Disorientato e spaventato, Mark non riesce a tornare alla sua vita e sembra non trovare pace neppure tra le braccia della sua compagna Elena. E' il 'fantasma' di qualcosa che è accaduto a David in Kurdistan a paralizzarlo, ma cosa? Mark sembra non riuscire a ricordare, e forse soltanto il nonno di Elena, un anziano psichiatra esperto in traumi bellici, potrà aiutarlo...
  • Durata: 96'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: romanzo omonimo di Scott Anderson
  • Produzione: PARALLEL FILM PRODUCTIONS, ASAP FILMS, FREEFORM SPAIN, TORNASOL FILMS, CASTAFIORE, IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION
  • Data uscita 27 Novembre 2009

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Il "triage" è una procedura di classificazione dei pazienti in pronto soccorso. A ciascun infermo viene assegnato un colore in base all'entità dell'infortunio, per poter stabilire una priorità nelle cure. Negli ospedali approntati in zone belliche - dove manca il personale e non di rado anche i farmaci - questo sistema può assumere contorni paradossali: i pazienti in "codice rosso" e senza alcuna possibilità di guarigione vengono finiti dal medico di turno con un bel proiettile in fronte. E' proprio quello che accade ai poveri guerriglieri curdi nel film che ha aperto ufficialmente il quarto Festival di Roma. Il problema è che Triage di Danis Tanovic regala altre brutture non contemplate dalla guerra e tanto meno dal buon cinema. Tratta dall'omonimo romanzo di Scott Anderson e ambientata alla fine degli anni '80, è la storia di due reporter britannici, Mark (Colin Farrell) e David (Jamie Sives), che partono alla volta del Kurdistan dove si consuma l'ennesima faida mediorientale. Mentre pashmerga e iracheni si ammazzano con brio, i due fotografi - fraterni e diversissimi tra loro (Mark è un vero squalo, David ha un minimo di coscienza) - cercano lo scoop accompagnati da un dottore autoctono che spara ai suoi pazienti e distilla pillole di saggezza. Alla fine, dei due reporter solo Mark - ovvero il più fico, Colin Farrell - tornerà a casa. Ma la sua personale guerra interiore non è ancora terminata. Turbato da ciò che ha visto, andrà in analisi curato da un vecchio strizzacervelli dei fascisti spagnoli (Christopher Lee). Letteralemente scollato nella struttura drammaturgica, tra una prima parte "De bello curdo" e una seconda da psicodramma, il nuovo Tanovic guarda al vecchio - ovvero al suo successo internazionale, No Man's Land - e finisce strabico: parte come una riflessione sulla responsabilità dei media di fronte alla guerra per terminare sulla riabilitazione di un uomo che ha abbandonato un amico al suo atroce destino. Qualcosa non torna, eccetto tutto l'abc sul tema di cui il regista bosniaco non tralascia nulla - l'orrore delle mutilazioni che diventano mutilazioni dell'animo umano, l'obiettivo fotografico che dovrebbe "documentare" e serve invece a dimenticare, la psicosi da reduce, la cura dell'interiorità per ristabilire la corporeità, etc... - e non risparmia nessuno: occidentali e non, fascisti o democratici, in fondo ognuno è colpevole perché nessuno lo sia. Un'ambiguità questa che, più del copione imbarazzante e dei suoi imbarazzati interpreti, non gli si può proprio perdonare.

NOTE

- IN CONCORSO ALLA IV EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2009).

CRITICA

"Tutto molto acuto, interessante, condivisibile, però il film a questo punto è diventato una predica, il Kurdistan e il suo 'Dottor Morte' (un misuratissimo Branko Djuric) sono uno sbiadito ricordo. E Tanovic ha sciupato un'altra occasione, dopo il malriuscito 'L'enfer', per tornare in sella. Non basta un buon soggetto, tantomeno una storia vera. 'Triage' nasce da un racconto di Scott Anderson, ex-fotoreporter, già ispiratore di un dei più brutti film di guerra mai visti, 'The Hunting Party', con Richard Gere. Solo un caso? Chissà." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 16 ottobre 2009)

"Ambientato alla fine degli anni Ottanta, nel Kurdistan martoriato da Saddam e poi a Dublino, il film racconta il vitalismo «amorale» che sembra impadronirsi di chi documenta la guerra cercando di non farsene coinvolgere e che un bel giorno è costretto a fare i conti con la propria capacità di convivere con il dolore. Ingigantita, per il protagonista, dalla sparizione dell' amico. Un tema forte e importante che il regista inserisce dentro la struttura di un melodramma lacrimoso: c'è la moglie incinta dell' amico, c'è la compagna di Mark (Paz Vega) che sembra vivere in uno strano limbo emotivo, c' è il nonno di lei (Christopher Lee) specializzato nel «cancellare» i sensi di colpa agli ex criminali di guerra e soprattutto c'è la trovata molto ovvia del «buco di memoria» che dovrebbe procrastinare le rivelazioni ma che invece finisce per rendere tutto un po' troppo scontato. Anche quel briciolo di commozione che la bella prova di Colin Farrell sa accendere." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 16 ottobre 2009)

"'Triage' è interessante nella parte di guerra guerreggiata e mediocre nel resto: pare uno di quei film americani dei Cinquanta sui reduci della Seconda Guerra Mondiale, di quelli in cui (come capita qui) i tormenti della psiche umana vengono espressi con immagini sublimi di cielo annuvolato, voli di foglie e sassi esplosi, acque tumultuose." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 16 ottobre 2009)

"In qualche modo Tanovic torna alla Bosnia, alla complicata questione della riconciliazione nazionale che è il cuore di ogni dibattito laddove si sono vissute guerre civili. Una necessità come i tribunali del Rwanda, il Sudafrica, l'Argentina, pure se con le sue contraddizioni e i suoi limiti. Ma finisce col perdersi, accende molte possibilità, lancia molti possibili spunti allo spettatore, ne sollecita riflessioni diverse senza andare in fondo. Resta là, nella storia del suo personaggio che tutto mette in gioco, che è materia densa ma anch'essa smorzata, spesso prevedibile nella sua scrittura che appiattisce il sentimento, lo spessore di conflitto reale. Con molto sangue come le foto, e poca imprevedibilità." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 16 ottobre 2009)

"Il festival di Roma si inaugura con un film che ci dice quanto la guerra sia una brutta cosa: poco più di un mese fa il Leone d'oro della Mostra di Venezia è andato a un film che mostra quanto la guerra sia una cosa brutta: non c'è cinemanifestazione in cui manchi un film che racconti quanto sia brutta la guerra, qui ce ne sono almeno tre o quattro; e anche in film in circolazione, pure comici, ci dicono che la guerra è proprio brutta. E se si tornasse ai vecchi tempi in cui i Berretti Verdi combattevano, almeno sullo schermo, una guerra bella, nel senso che, vincendola, la facevano finire e gli spettatori andavano a casa contenti?" (Natalia Aspesi, 'la Repubblica', 16 ottobre 2009)

"Tanovic non si avvale dell'espediente lacrimoso. Tutto nella sua persuasiva narrazione è asciutto. Prive di retorica sono le scene delle conseguenze di una guerra, con qui poveri esseri che ci vengono presentati senza apparente pietà, le parole del medico che uccide per compassione i feriti gravi, l'atteggiamento serio dello psichiatra e, infine, quel gesto affettuoso tra i due sposi che chiude una testimonianza dalla decisa fermezza pacifista." (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 16 ottobre 2009)

"Il film non riflette sul 'fardello' del primo mondo nei confronti delle vittime del terzo: il film 'è' quel fardello. Aggrava il tutto la fissità espressiva di Colin Farrell e l'assurdità di far interpretare lo spagnolo al grande Christopher Lee, che parla inglese (anche con la nipote!) simulando un accenno castigliano in stile paghetti-western." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 16 ottobre 2009)

"Onesto, quasi toccante, senza guizzi, mentre la musica bombarda più del necessario, 'Triage' è un film che Venezia non avrebbe preso mai in concorso. Qui, invece, ha ricevuto caldi applausi anche alla proiezione mattutina per la stampa, a dimostrazione che il luogo fa la differenza. 'No Man's Land' sfoderava ben altro stile, lasciando nello spettatore una sensazione di utile disagio; e poi non si capisce bene perché la nipote spagnola parli in inglese col nonno spagnolo. Siamo al cinema, ma il tono del film è realistico, quasi documentaristico in alcune scene; cosa ci voleva a far imparare all'ex Dracula Christopher Lee quattro battute nella lingua di Cervantes?" (Michele Anselmi, 'Il Riformista', 16 ottobre 2009)

"Tanovic lavora su una sceneggiatura incompleta dal romanzo dell'ex corrispondente estero Scott Anderson, e si affida a Colin Farrell per una prova d'attore assai difficile. Con una fisiognomica quasi di priva di dinamismo, Farrell non riesce, non può, corrispondere alla complessità di emozioni e interiorità di cui ha bisogno lo spettatore per questa parte." (Silvio Danese, 'Quotidiano Nazionale', 16 ottobre 2009)

"Nella prima metà, pur in mezzo agli orrori, tutto funziona bene con tocchi di black humour. Le cose peggiorano quando il fotografo Colin Farrell torna a casa zoppicante, senza l'amico David. Precipitano quando entra in scena Christopher Lee, che dovrebbe guarirlo dal trauma, e ha un repertorio inesauribile di certezza come: 'un sonno tranquillo in un adulto non è buon segno'. Detto da un attore famoso per 'Dracula il vampiro', introduce il virus del ridicolo in un film che vorrebbe essere serio e da dibattito." (Maria Rosa Mancuso, 'Il Foglio', 16 ottobre 2009)
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