Timbuktu

FRANCIA, MAURITANIA - 2014
3/5
Timbuktu
Non lontano da Timbuktu, ora governata dai fondamentalisti islamici, Kidane vive pacificamente tra le dune con la moglie Satima, la figlia Toya e il pastore 12enne Issan. In città, la gente soffre impotente per il regime di terrore imposto dai jihadisti, determinati a controllare la loro fede. Tutto è stato bandito: la musica, le risate, le sigarette, persino il gioco del calcio; le donne sono diventate le ombre, ma continuano a resistere con dignità. Ogni giorno, nei nuovi, improvvisati tribunali vengono emesse tragiche e assurde sentenze. A Kidane e alla sua famiglia tutto questo finora è stato risparmiato, ma il loro destino cambia quando lui uccide accidentalmente Amadou, il pescatore che ha macellato "GPS", la sua amata mucca. Kidane, infatti, dovrà vedersela con le nuove leggi degli occupanti stranieri.
  • Durata: 97'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: (1:2.35)
  • Produzione: LES FILMS DU WORSO, DUNE VISION, IN COPRODUZIONE CON ARCHES FILMS, ARTE FRANCE CINÉMA, ORANGE STUDIO
  • Distribuzione: ACADEMY TWO (2015)
  • Data uscita 12 Febbraio 2015

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

Una partita di pallone, senza il pallone. È forse l’immagine simbolica più forte di Timbuktu, nuovo film del regista mauritano Abderrahmane Sissako che, come da titolo, racconta l’oggi della leggendaria città del Mali, stretta nella contraddizione di un passato glorioso, mitico e di un presente condizionato dalla repressione dei jihadisti islamici. Che impongono nuove “regole” (i guanti per le donne, musica e pallone al bando…) e vigilano affinché le stesse vengano rispettate. Attraverso una messa in scena che alterna momenti di grande respiro (alcuni campi lunghi difficili da dimenticare) a canoni narrativi propri del cinema africano, Sissako costruisce un film libero, a tratti elementare, che è di per sé metafora di un grido.
Fuori dalle mura erette con il fango regna il deserto, e con lui le dinamiche di una natura che continua strenuamente a sopravvivere: come la gazzella inseguita dalla jeep all’inizio e alla fine del film, costretta ad una fuga senza senso dai reiterati colpi di fucile di alcuni bracconieri. “Non la uccidere, stancala…”. Ma l’Africa, e con lei i suoi figli, continuerà a correre, forse senza una direzione precisa, sperando di sopravvivere. Anche a se stessa. Un film dall’andamento lento, più ingenuo che furbo, esaltato però da almeno tre-quattro momenti di altissima suggestione. Uno su tutti: la veduta larga sul Niger al tramonto subito dopo il fortuito omicidio che cambierà le sorti di uno dei personaggi del film.

NOTE

- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI: CANAL+, CINÉ +, ARTE FRANCE, LE PACTE, TV5 MONDE ET LE CENTRE NATIONAL DU CINÉMA ET DE L'IMAGE ANIMÉE; IN ASSOCIAZIONE CON INDÉFILMS 2; CON IL SUPPORTO DI DOHA FILM INSTITUTE.

- PREMIO DELLA GIURIA ECUMENICA AL 67. FESTIVAL DI CANNES (2014).

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2015 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Basterebbe il prologo del meraviglioso 'Timbuktu' per capire l'immensa portata del lavoro di Sissako, il primo regista al mondo che riesce a raccontare l'orrore della Jihad senza esserne sopraffatto proprio perché rifiuta ogni retorica spettacolare per farsi carico del vero problema del cinema di fronte alla violenza. Come raccontare le peggiori nefandezze senza farsene ipnotizzare, che sguardo opporre alla brutalità più tragica e cieca? Nel 99% dei film che consumiamo ogni giorno, la scena della gazzella e degli idoli avrebbe generato un'orgia di immagini e rumori choc. In 'Timbuktu' prevale la bellezza, l'incanto di ciò che è vivo e un attimo dopo viene distrutto. È una scelta morale ancor prima che estetica, ma dà forma e linfa all'intero film. I jhadisti dunque arrivano a Timbuktu, perla del Mali, come è accaduto davvero nell'estate 2012, per imporre la loro legge con le armi. Ma il film non ne fa creature diaboliche (e affascinanti), anzi insiste su debolezze e goffaggini rendendoli ridicoli ma anche umani, e ancora più colpevoli. (...) una partita a calcio senza pallone, giocata dai ragazzi di Timbuktu (...) è forse la scena più memorabile dell'anno. Anche perché la bellezza non un effetto collaterale o una variabile indipendente ma è proprio 'il' problema, se non la soluzione. E' la bellezza della musica, degli abiti, dei colori che i jhadisti vietano, la posta in gioco e la vera risposta alla follia integralista. E' la calma di quei luoghi, la serenità dei loro abitanti, la gioia che emana dalla piccola famiglia di quel tuareg (...) a essere un affronto per quei fanatici ipocriti. Ma ancora una volta Sissako (mauritano, classe 1961, appena 4 film e un pugno di corti e documentari in 25 anni, tutti decisivi) non calca la mano, non alza la voce, semmai la abbassa, non corteggia l'orrore ma lo batte a suon di fermezza, umorismo (sì, anche umorismo) e idee di regia." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 12 febbraio 2015)

"(...) dramma poetico e struggente con cui Sissako mostra come la jihad porti dolore e lutto in terre che vorrebbero solo vivere in pace. Il regista mauritano rappresenta una comunità di islamici moderati forse un po' idealizzata e facile da amare. Pur nella tragicità delle situazioni, riesce a coniugare realismo e lirismo, non negandosi neppure un'inaspettata vena di humour che ricorda il cinema del regista palestinese Elia Suleiman. Si apprezza soprattutto l'appassionata difesa delle donne, prime vittime dell'integralismo." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 12 febbraio 2015)

"Forte di una cordata che include i maggiori produttori di cinema d'autore francese (ARTE, Canal , Le Pacte..) e il laboratorio del Doha Film Institute, è il quarto lungometraggio del regista mauritano del bellissimo 'Bamako'. Arrivato negli Stati uniti (...) proprio mentre le notizie sull'Isis in Siria e Iraq si fanno ogni giorno più grondanti di sangue, il film è stato incondizionatamente esaltato dalla critica e ha trovato un pubblico senza precedenti per il lavoro di Sissako. (...) Come 'Bamako', 'Timbuku 'è costruito secondo una struttura corale, anche se meno libera, più simmetrica, che trova il suo esile perno narrativo nella storia di Kidane (...). Filtrato dall'occhio di Sofiane El Fani (già direttore della fotografia di 'La vie d'Adele'), 'Timbuktu' ha una qualità pittorica sincopata, eccentrica, quasi austera." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 12 febbraio 2015)

"'Timbuktu' di Abderrahmane Sissako non è esattamente 'II Grande Dittatore' del XXI secolo, anche se - proprio come il capolavoro di Chaplin - riesce ad alternare momenti poetici a piccoli sketch ironici. A prevalere, tuttavia, è un tono cupo, drammatico, molto lontano dalla soavità della favola politica in cui Charlot prestava i baffetti ad Adolf Hitler. La commedia, del resto, non è nello stile di Sissako, il regista mauritano che per realizzare 'Timbuktu' (...) ha affrontato molti rischi, sia in Mali, dove il film è ambientato, sia nel suo Paese, dove la troupe si è trasferita per ultimare le riprese non senza incontrare altre ostilità e minacce. Attori in maggioranza non professionisti o comunque non abituati al grande schermo, a partire da Ibrahim Ahmed, il musicista di origine maliana e da tempo attivo in Spagna al quale è andato il ruolo del pastore berbero Kidane, quanto di più simile a un protagonista si possa immaginare in una vicenda corale come questa. (...) Al di là delle innegabili qualità artistiche, il merito maggiore di 'Timbuktu' sta nella messa in scena dell'impatto devastante tra l'ideologia jihadista e una società tradizionale capace di custodire i valori della tolleranza e del rispetto, nel segno di un islam per il quale l'unica 'lotta' possibile è di tipo spirituale e interiore. Non si tratta, insomma, di contrapporre l'Occidente 'civilizzato' alla pretesa di un violento ritorno a un passato arcaico. Al contrario, i guerriglieri sono i più esposti alle lusinghe della modernità: imbracciano fucili automatici, guidano motociclette e fuoristrada, realizzano video di propaganda, si chiamano tra loro al cellulare adoperando un inglese maccheronico. La loro modernità, però, non è meno parodistica del loro atavismo. (...) Un capovolgimento di logica ribadito nella sequenza che rappresenta, a tutti gli effetti, la sintesi del film e la celebrazione dello spirito che lo sostiene. Giocare a calcio non si può, lo abbiamo già detto. I ragazzi allora si ritrovano al campetto senza pallone, mimano cross e passaggi, punizioni e azioni in area. Esultano quando uno di loro finge di segnare e sono prontissimi a smettere non appena all'orizzonte si profila la solita moto su cui viaggiano i guardiani della virtù. Non è la gag del mappamondo nel 'Grande Dittatore', però la ricorda, la ricorda molto." (Alessandro Zaccuri, 'Avvenire', 8 febbraio 2015)
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