The Terminal

USA - 2004
Viktor Navorsky è appena sbarcato all'aereoporto Kennedy di New York dall'Europa dell'Est, ma per ironia della sorte nello stesso momento il suo Paese di origine viene dichiarato inesistente a causa di un feroce colpo di stato. Viktor è senza patria e senza lavoro visto che il suo passaporto e i suoi documenti non sono più validi. Si stabilisce così nel terminal dell'aereoporto, dove viene accolto dallo staff e dove si innamora di una hostess.

CAST

NOTE

- FILM D'APERTURA ALLA 61MA MOSTRA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI VENEZIA (2004).

CRITICA

"Solo i grandi affabulatori sanno rendere l'ordinario meraviglioso come un mondo magico e remoto. Solo a Steven Spielberg, Andersen moderno, poteva riuscire un film denso e insieme miracolosamente lieve come 'The Terminal'. Una favola sul dopo 11 settembre, è stato detto. Ma soprattutto un'ariosa parabola sulla libertà e il Potere, l'immaginazione e la Legge, l'opulenza (che non sempre è ricchezza) e la povertà (che talvolta è piena di risorse). (...) Eppure, quando Navorsky rifiuta di dirsi spaventato dalla situazione in patria pur di ottenere asilo politico, oppure salva con un trucco destinato a diventare leggenda un russo colpevole di viaggiare con dei medicinali per il padre malato, sentiamo che 'Terminal' sfiora con tocco da fiaba piaghe tristemente attuali. E universali: mai come qui l'America è simbolo dell'intero Occidente. E Tucci, funzionario subdolo e gentile che rovescia il vecchio 'Sorvegliare e punire' di Foucault in un più evoluto 'sorvegliare e accudire', perché ogni delitto è lecito purché teleguidato, ci fa capire le nostre democrazie autoritarie più di tanti pensosi saggi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 2 settembre 2004)

"'The Terminal' è una commedia di buoni sentimenti, divertente all'inizio poi sempre più saccarina; troppo lunga e con i soliti sei o sette finali uno dietro l'altro, alla fine un omaggio ormai bugiardo a un'America che il terrorismo ha cancellato, quelle delle braccia aperte per chiunque, in fuga, cercava una nuova patria." (Natalia Aspesi, 'la Repubblica', 2 settembre 2004)

"Per il momento è giocoforza constatare che la montagna di carta e immagini eretta a celebrazione dell'evento inaugurale ha partorito un topolino. Ovvero uno dei titoli meno convincenti della gloriosa filmografia di Spielberg, detto anche dai famigli Sir Steven e perfino 'Re di Hollywood' nella rubrica di Peter Bart su 'Variety'. (...) Accogliendo 'The Terminal' per l'inaugurazione, ovvero un film che cerca di risarcirsi sul continente del mezzo insuccesso Usa, la Mostra si è messa al servizio di una campagna promozionale che tra giorni farà tappa al festival di Deauville. Nella parte dell'alloglotta dell'est che si ritrova intrappolato nell'aeroporto di New York, il geniale Hanks contribuisce a fare della prima mezz'ora un brano di cinema sopraffino, ma da un riuscito simil-Kafka si scivola in un meno riuscito simil-Capra, come vedremo riparlando del film all'uscita di fine settimana sui nostri schermi. Gli smoking applaudono con misura e si precipitano a conquistare le migliori piazze alla festa sulla spiaggia. Colgo al volo il giudizio di un veneziano: 'No xera tanto bel come che credevo'." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 2 settembre 2004)

"E'vero che 'The Terminal' non è una commediola, ma non appare abbastanza incisivo da essere un film compiutamente epocale. La miglior cosa da fare è abbandonarsi al divertimento del racconto, che rinnova l'interesse con trovate sempre nuove anche se non di primissima scelta, vedi i cascatoni sul pavimento bagnato. Tuttavia la messinscena risulta estremamente accurata anche nei particolari; e spicca il duello fra Tom Hanks l'immigrato, all'inizio quasi non parlante, tontolone solo in apparenza, e il funzionario Steve Buscemi (probabile candidato all'Oscar del comprimario) che incarna l'incomprensione, l'ottusità e la malizia della burocrazia d'ogni tempo e Paese. Il risultato è un film all'antica per il quale si è citato Frank Capra, ma rivisitato da un lettore di Kafka. Insomma, un piccolo film che grazie all'ispirazione e alla fattura sollecita grandi confronti." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 4 settembre 2004)

"Spielberg, beniamino di Venezia come del resto dei pubblici mondiali, si sintonizza sui toni da commedia incarnando, per così dire, l'altra faccia di Michael Moore: ispirandosi alla garbata ferocia di Jacques Tati e Charlie Chaplin riveduta e corretta dall'ottimismo di Frank Capra, il film prende partito sugli umori negativi e le paure che imperversano in patria, mette alla berlina certi ottusi meccanismi di difesa a oltranza ed esalta nel meccanismo narrativo della fiaba le minoranze troppo spesso umiliate offese e tuttavia uniche portatrici dei tradizionali valori americani di dignità, fraternità e tolleranza. Democratico fervente nonché accanito testimonial dell'era clintoniana, il regista utilizza il populismo come una chiave artistica e la macchina cinema come un prezioso Stradivario: se la rozza demagogia sembra bastare ai fans del giullare di 'Fahrenheit 9/11', è ovvio che alla Mostra sia convenuto puntare sul carisma dell'ultimo re Mida di Hollywood. Resta, però, il film nudo e crudo. Che non è un granché e, anzi, in tutta la seconda parte sconta lungaggini e melensaggini a volontà. (...) Il film forza i limiti dello spunto di sceneggiatura, comincia a inanellare aneddoti fine a se stessi ed è costretto a inventarsi una storiella romantica alquanto spudorata con l'affascinante e inaffidabile assistente di volo Amelia (Catherine Zeta-Jones). Come in 'E.T.', l'extra-terrestre perseguitato dal disincanto degli adulti viene adottato dai bambini, ovvero i proletari dal cuor d'oro che non intendono piegarsi alle paranoie della sindrome post-11 settembre. Spielberg, in sostanza, non tradisce i propri temi, ma la levità e la scioltezza del genere rosa/brillante trovano gli stessi intoppi evidenziati da 'Hook-Capitan Uncino', 'Prova a prendermi' e certi passaggi di 'A.I.-Intelligenza artificiale'. Festa a metà, dunque: davanti all'ingenuità strategica di un regista che ha il coraggio di restare fedele all'essenza del fantasticare, non si può che essere indulgenti; ma quando si ha a portata di mano una filmografia così imponente, la tentazione di scartare questo film e tenersi solo la superba performance di Tom Hanks è davvero forte." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 2 settembre 2004)
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