The Hurt Locker

USA - 2008
The Hurt Locker
Iraq. Una squadra speciale dell'Esercito statunitense lavora per disinnescare ordigni imboscati, in luoghi vari, dalla Jihad e dare la caccia ai possibili attentatori. Il sergente William James, un disinnescatore specializzato che ha al suo attivo centinaia di operazioni portate a termine con successo su vari fronti, prende il comando del reparto composto dal Sergente JT Sanborn e dallo specialista Owen Eldridge. James sembra essere indifferente alla morte e non perde occasione per catapultare il resto della squadra in un gioco fatale di combattimento urbano dalle conseguenze imprevedibili...
  • Durata: 127'
  • Colore: C
  • Genere: GUERRA, THRILLER
  • Specifiche tecniche: SUPER 16 STAMPATO A 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: KATHRYN BIGELOW, MARK BOAL, NICOLAS CHARTIER E GREG SHAPIRO PER VOLTAGE PICTURES, FIRST LIGHT, KINGSGATE FILMS
  • Distribuzione: VIDEA CDE
  • Data uscita 10 Ottobre 2008

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

The Hurt Locker, la cassetta del dolore. Lì sono conservati in attesa di rimpatrio uniformi, medaglie e resti dei soldati americani caduti in Iraq. Un contenitore metallico, di forma rettangolare, che la Bigelow, tornata al cinema 6 anni dopo K-19, elegge a metafora di un’irriducibile distanza tra il valore di una vita umana e il suo significato nell’algido rituale militare: cassetta da chiudere e spedire in attesa che ne arrivi un’altra. Basandosi sul dettagliato reportage realizzato dal giornalista Mark Boal in Iraq, la Bigelow racconta i giorni vissuti pericolosamente da un reparto speciale dell’esercito, la EOD (Army Explosive Ordnance Disposal), destinata alle operazioni di bonifica dei campi minati iracheni. Nessuna battaglia campale ma solo il conto alla rovescia delle bombe ad orologeria, le crisi di nervi di soldati esposti a nemici invisibili, le imboscate e i tranelli dietro ogni via, finestra, montarozzo di terra. Sfruttando al meglio le possibilità della camera a mano e delle focali corte (sull’esempio del cinema inquieto di Greengrass, e il direttore della fotografia non a caso è Barry Acroyd, lo stesso di United 93), la regia ci costringe a condividere attese e pericoli, sangue e sudore dei soldati, non appiattendosi però su una rappresentazione “fisica” della guerra ma delinenando, scena per scena, una specie di elicoide narrativa che, priva di progressione drammatica, ci riporta sempre al punto di partenza. La guerra diventa così un eterno ricominciare daccapo, un continuo roteare del destino attorno all’asse vita/morte. Gli americani cercano di presidiare il territorio, prevenire attentati, muoiono o si salvano. Gli iracheni sono nascosti e quando si mostrano hanno volti indecifrabili: vittime o carnefici? Il leader della squadra degli yankee (un intenso Jeremy Renner), è il solo che ancora dubiti, tenti di venire fuori dal guscio, cerchi di “riconoscere” l’altro, ma incappa in un fallimento che mette a repentaglio la sua e la vita dei compagni. La Bigelow ha il merito di raccontare senza fronzoli, evitando risvolti melò e pretesti ideologici, ma si accomoda sui cliché del cinema a stelle e strisce, per come punta alla tensione (prendendosi però delle lunghe pause) e immagina la messa in scena: un Iraq simile al “pianeta rosso”, inospitale e minaccioso, soldati americani dentro scafandri da astronauti e robottini esploratori in tilt al primo intoppo. Un debito con l’immaginario sci-fi sottolineato anche da una citazione (involontaria?) di 2001: Odissea nello spazio, quando l’oscillazione in ralenti di un ordigno riporta alla memoria quella dell’osso e dell’astronave nel capolavoro di Kubrick. Come se quarant’anni dopo quel “saggio sulla violenza” non solo la civiltà ma anche il cinema americano fosse ancora incapace di creare immagini nuove e prospettive inedite.

NOTE

- PREMIO SIGNIS E PREMIO 'LA NAVICELLA-VENEZIA CINEMA' ("PERCHÉ PRENDENDO SPUNTO DA UN CONFLITTO TUTTORA IN CORSO, EVITA LE SECCHE DELL'IDEOLOGISMO E DELLA MERA CRONACA PER ESPRIMERE - CON STILE ASCIUTTO E ALLO STESSO TEMPO ESPRESSIVAMENTE RICCO - L'ORRORE E L'INSANA ATTRAZIONE DELLA GUERRA IN SÉ") ALLA 65. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2008).

- LA STORIA E' BASATA SU QUANTO HA VISTO IN PRIMA PERSONA IL GIORNALISTA E SCENEGGIATORE MARK BOAL CHE PER UN PERIODO E' STATO INVIATO AL SEGUITO DI UN REPARTO SPECIALE DI ARTIFICIERI.

- GIRATO IN GIORDANIA E A VANCOUVER (BRITISH COLUMBIA, CANADA).

- CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2010 PER: MIGLIOR FILM DRAMMATICO, REGIA E SCENEGGIATURA.

- OSCAR 2010 PER: MIGLIOR FILM, REGIA, SCENEGGIATURA ORIGINALE, MONTAGGIO, MONTAGGIO SONORO (PAUL N.J. OTTOSSON), MISSAGGIO SONORO (PAUL N.J. OTTOSSON, RAY BECKETT). IL FILM AVEVA OTTENUTO ALTRE TRE NOMINATION: MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (JEREMY RENNER), FOTOGRAFIA E COLONNA SONORA.

CRITICA

"Sensuale, tesa, raffinata, reazionaria nei modi democratica nelle parole, Kathryn Bigelow porta in mostra il suo 'The Hurt Locker', ultime in ordine di tempo immagini hollywoodiane sul conflitto in Iraq. Abbiamo sperato nei suoi occhi di donna per vedere 'altro' della guerra, e ci siamo beccate un film di quelli patria, onore e dedizione. Del resto, dopo la gloria restituita al valoroso esercito sovietico con 'K 19' avremmo dovuto intuire dove batte il cuore bellico della Bigelow. Quello che dichiara in sala stampa non combacia con le immagini. Sullo schermo, maschi-soldato molto amati dalla cinepresa che sfidano la morte a mani nude. Li sostiene l'adrenalina che trasforma la paura in droga. Invece che dei disadattati, per la maggior parte del tempo sembrano dei folli eroi che solo il calore dei bambini lasciati a casa può riportare ad un minimo di umanità. (...) Il titolo della Bigelow finisce per aggiungersi alla lunga lista di visioni incerte proposte da questo concorso". (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 5 settembre 2008)

"Due ore e dieci di azione e tensione ma anche di luoghi comuni sull'uomo di fronte al pericolo, sul rifiuto e insieme il bisogno di affetti, sul cameratismo e la paura. Diretto con professionalità ma senza nessuna originalità né distanza critica e mille miglia lontano da quei registi (Kubrick, De Palma, persino Stone) che hanno saputo riflettere davvero su questi temi. Una specie di Rambo a Bagdad, meno fumettistico ma ugualmente schematico". (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 5 settembre 2008)

"La sporca guerra vista da una donna: due ore e dieci di grande cinema d'azione, adrenalina pura, impegno senza retorica. (...) Potente e poetico, 'Hurt Locker' tiene lo spettatore inchiodato alla sedia e s'inserisce nella grande tradizione del cinema americano che non ha paura di confrontarsi con la realtà. (...) Kamikaze, autobombe e cecchini sono dappertutto, perfino i bambini vengono utilizzati per colpire. Ma non ci sono buoni e cattivi, per la Bigelow, e i protagonisti del film non sono eroi. Sia gli americani, descritti senza equivoci come occupanti, sia gli iracheni appaiono vittime della stessa, inutile follia. Ispirato a un reportage dello sceneggiatore-giornalista Mark Boal, embedded al seguito delle truppe, girato in Giordania a pochi chilometri dai combattimenti con moltissime comparse irachene, 'Hurt Locker' punta sullo stile documentaristico lanciato da 'Redacted' di Brian De Palma. E mostra la vita quotidiana di quei pazzi che a mani nude, sprezzanti del pericolo, sfidano ogni giorno il destino: intercettano ordigni, disarmano detonatori, scongiurano stragi sul filo dei secondi apparentemente indifferenti alla morte, stabiliscono rapporti con la popolazione locale". (Gloria Satta, 'Il Messaggero', 5 settembre 2008)

"Con 'The Hurt Locker', la regista di 'Point Break', 'Strange Days', 'Il mistero dell'acqua' e 'K-19' ha firmato un film, dignitoso e insolito, uno dei rari meritevoli dell'arte cinematografica ambìta dalla Mostra. (...) È l'opposto del personaggio del 'Cacciatore' di Michael Cimino, che - quando torna a casa dal Vietnam - non sa più cacciare". (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 5 settembre 2008)

"Appoggiandosi all'esperienza di un reporter, il Pulitzer Mark Boal, la regista mette in scena con apparente linearità, obiettività realistica e quasi entomologica una serie di missioni dell'unità comandata da un esperto nel disinnescare ordigni esplosivi in Iraq. (...) Bigelow insiste nel sottolineare l'accuratezza, e la cura dedicata alla psicologia dei militari sottoposti a pressione intollerabile, a scariche adrenaliniche eccezionali.(...) Resta un dubbio sull'atteggiamento ideologico del film. Soffermandoci, cogliamo la discendenza dei personaggi dagli stereotipi classici del western fordiano, la dialettica Henry Fonda - John Wayne: c'è il soldato che cede alla paura isterica, c'è quello che ottusamente ligio alle regole sempre in attrito con l'altro che fa di testa sua ma è quello decisivo, e non manca il classico 'Doc', il dottore che in questo caso è un signorino sfornato da qualche esclusiva università della East Coast. Perfino il mercenario Ralph Fiennes è 'dei nostri'. E gli iracheni restano una massa indistinta". (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 5 settembre 2008)

"Un film molto maschile e patriottico, che si perde nella seconda parte, narrativa e stereotipata. Si fa fatica a raccontare le guerre sporche, anche se hai talento e coraggio da vendere. Chiedete anche a Sam Mendes e Brian De Palma, autori dei discussi e irrisolti 'Jarhead' e 'Redacted'. L'Irak e il tema delle guerre contemporanee ossessioneranno il cinema ancora a lungo". (Boris Sollazzo, 'Il Sole 24 ore', 5 settembre 2008)

"La Bigelow è sempre capace di creare un alone di sospetto e di paura. E basterebbe questa forza a fare di 'The Hurt Locker' un film e non un semplice documentario. Il film ha un suo sottile filo narrativo. (...) La Bigelow non assume nel film un atteggiamento pro pace o pro guerra, ma al Lido ha ammesso: 'Volevo solo mettere in evidenza la futilità di questa guerra in Iraq come certamente di tutte le guerre'". (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 5 settembre 2008)

"Con questo nuovo film, che segue 'K-19' a distanza di sei anni (dal capolavoro 'Strange Days' è passato più di un decennio), torna ai suoi livelli migliori, e ci lancia un messaggio politico fortissimo: se la guerra - come ogni vera droga - plagia gli uomini e piega la loro volontà, quegli uomini non si fermeranno da soli. Bisogna che qualcuno, non 'drogato', li blocchi. Bisogna che intervenga la politica. Kathryn spera in Obama e effettivamente, visto 'The Hurt Locker', mettere un ex militante alla Casa Bianca forse non è una buona idea". (Alberto Crespi, 'L'Unità', 5 settembre 2008)

"'The Hurt Locker' è un grande film di guerra contro la guerra in Iraq, girato ovviamente ai confini con la Giordania, scritto da Mark Boal, reporter di guerra, prodotto e diretto da Kathryn Bigelow, specialista in cinema d'azione visionario e alla caffeina pura. Che qui ci racconta insostenibili sequenze horror alla David Cronenberg con l'analisi non cinica, psicologica e introspettiva, del più cinico dei conflitti, in uno stile diretto e senza orpelli, realistico e poetico 'controvoglia', che sarebbe molto piaciuto a Robert Aldrich". (Roberto Silvestri, 'Il manifesto', 5 settembre 2008)

"Il disegno forte di questa figura centrale, fatto risultare realisticamente in tutte le sfumature della sua psicologia, ma anche, intorno, e non solo come sfondo, l'arsura di quei combattimenti, l'avvicendarsi di quei militari pronto allo sbaraglio mentre, sulle immagini che li coinvolgono, vengono impressi di tanto in tanto degli annunci che informano dei giorni mancanti alla conclusione di quelle gesta. Confortando tutti, salvo il protagonista che di quei drammi foschi ha, invece bisogno quasi fisicamente. Un ritratto splendido al centro di un film di guerra come da tempo non si vedeva. Ancora una volta, indifferente al cambiamento di temi e di generi, Kathryn Bigelow ha fatto centro". (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 5 settembre 2008)

"'The Hurt Locker' ha un doppio spessore: formalmente potrebbe ance sembrare un film patriottico, ma l'orrore che la guerra in Iraq suscita nello spettatore, il pericolo costante rappresentato dalla guerriglia e dalla popolazione civile-ostile, fa un effetto fortissimo. C'è da sperare che il bel film abbia miglior fortuna dell'opera di guerra molto bella di Brian De Pala, 'Redacted', che non ha trovato una distribuzione italiana e ha dovuto ripiegare su Sky". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 5 settembre 2008)
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