The Exchange

Hahithalfut

ISRAELE, GERMANIA - 2011
3/5
The Exchange
Un uomo torna a casa in un orario insolito. Sembra la casa di uno sconosciuto e non la sua: la luce è diversa, l'ambiente è vuoto, silenzioso, desolato; gli appaiono cose che non aveva mai notato prima. L'uomo appare come un turista in casa sua, ma è davvero certo che questa sia la sua vita?
  • Durata: 94'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: JULY AUGUST PRODUCTIONS, PANDORA FILMPRODUKTION, ZDF/ARTE

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Sarà capitato anche a voi. Tornare a casa in un orario insolito, scoprire una luce differente, sorprendervi di un particolare, poi un altro ancora, accorgervi che il mondo, intorno, offre migliaia di cose da niente, impossibili però da non contemplare.
E' lo spunto di The Exchange, opera seconda dell'israeliano Eran Kolirin, già regista de La banda: Oded (Rotem Keinan) riscopre la sua esistenza fino ad osservarla dall'esterno, partendo da un avvenimento fortuito. Il matrimonio, il lavoro, gli incontri in ascensore (sempre gli stessi, alla stessa ora): cambierà ogni cosa, perché a cambiare è la prospettiva, la diversa angolazione con cui Oded incomincerà ad osservarli. Senza essere visto: perché se è vero che puoi sorprendere la "routine d'osservazione", non è altrettanto pacifico che lo stesso riescano a farlo gli altri. E' questa, forse, la vera carta vincente del film di Kolirin, paradigma di una Mostra che, fino a questo momento, proprio nelle/sulle dinamiche dello sguardo/della percezione (da La talpa a Shame, da Terraferma ad Alpis, da Un été brulant a Wuthering Heights) ha impostato il suo fil rouge: per il resto, pur non abbandonando l'ironia e l'umorismo che contribuirono al successo de La banda, l'approdo del regista israeliano ad un cinema più concettuale, teorico, avrà bisogno di ulteriori verifiche. A tratti inaccessibile, insistito fino al parossismo, The Exchange rischia di restare intrappolato nello stesso esercizio (mentale, frutto di una riflessione sui "non luoghi" dello stesso regista) che ne ha caratterizzato la genesi.

NOTE

- IN CONCORSO ALLA 68. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2011).

CRITICA

"L'israeliano Eran Kolirin nasconde il senso del suo film ('Hahithalfut, Lo scambio'). Alla fine cita (forse) Antonioni e la partita a tennis di 'Blow Up' ma il comportamento sempre più catatonico di un fisico che sembra dubitare della concretezza delle cose, delle azioni e dei sentimenti va molto al di là dell'alienazione. Forse va verso la follia. Comunque verso il nonsenso." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 8 settembre 2011)

"Secondo il regista, il protagonista torna il bambino che era e che sa stupirsi di ogni cosa, anche la più banale: il proprio appartamento vuoto, il sotterraneo, il parcheggio, proprio perché il pur impercettibile cambio di prospettiva gli fa vedere tutto con occhi nuovi. Curioso e anche divertente, è sicuramente un film che spiazza per la sua imprevedibilità." (Andrea Frambosi, 'L'Eco di Bergamo', 8 settembre 2011)

"L'esistenzialismo al cinema ha varie forme. Chi lamenta «mi fanno male i capelli», chi fissa il vuoto in pedalini sporchi, chi torna a casa fuori orario per prendere una cartellina e posa l'occhio su un soprammobile. Ecole du regard su brutti pavimenti, smunte pareti, divani beige comprati dall'Aiazzone d'Israele. Soffriamo due volte. Per quel che vediamo (un tizio poco interessante che fa cose poco interessanti) e perché ci siamo persi - ma speriamo faccia marcia indietro - il bravo regista di 'La banda'." (Mariarosa Mancuso, 'Il Foglio', 8 settembre 2011)
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