The Conspirator

USA - 2010
2/5
The Conspirator
Washington, 1865. Abramo Lincoln è stato assassinato per mano John Wilkes Booth. Sette uomini e una donna, Mary Surratt, proprietaria della pensione dove l'assassino si riuniva con gli altri cospiratori, vengono arrestati con l'accusa di aver messo in atto un complotto per uccidere il Presidente, il Vice presidente e il Segretario di Stato. La difesa di Mary Surratt, considerata nemica della nazione, verrà presa dal giovane avvocato Fredrick Aiken, un valoroso ex soldato, convinto che la donna sia innocente e che sia stata usata come capro espiatorio per arrivare ad uno dei veri cospiratori, il figlio di lei John.
  • Durata: 122'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: AATON PENELOPE/PANAVISION PANAFLEX MILLENNIUM XL, 2K/SUPER 35 (3-PERF), 35 MM (FUJI ETERNA-CP 3514DI)/D-CINEMA (1:2.35)
  • Produzione: ROBERT REDFORD, JAMES D. SOLOMON, BRIAN PETER FALK, ROBERT STONE, WEBSTER STONE, GREG SHAPIRO PER THE AMERICAN FILM COMPANY, WILDWOOD ENTERPRISES
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION (2011)
  • Data uscita 22 Giugno 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Washington, 1865: Abramo Lincoln viene assassinato da John Wilkes Booth. Sette uomini e una donna, Mary Surratt (Robin Wright senza Penn), proprietaria della pensione dove l’assassino si riuniva con gli altri cospiratori, vengono arrestati. L’accusa? Aver messo in atto un complotto per uccidere il Presidente, il Vice e il Segretario di Stato. La difesa della sudista Mary Surratt viene presa dal giovane avvocato Fredrick Aiken (James McAvoy), un valoroso ex soldato: pur nolente, progressivamente si convincerà dell’innocenza della donna, utilizzata quale capro espiatorio per arrivare a uno dei veri cospiratori, il figlio John.
Il campione (?) del liberalismo su grande schermo è tornato: Robert Redford dirige The Conspirator, riportando il suo monito politico alla Nascita di una nazione, quella americana, appunto. Ma traducendolo per l’oggi: l’assassinio di Lincoln e l’11 settembre, le misure straordinarie di allora e il Patriot Act, la caccia a quegli assassini e la guerra al terrore, con la solita Giustizia a farne le spese, la Legge a piegarsi come un giunco.
La Surratt non è colpevole, ma un colpevole, quello che serve perché gli States non deflagrino ancor prima di muovere i primi passi: Redford mette alla berlina la ragion di Stato, che non ha verità e giustizia per sinonimi. Ed esalta, viceversa, l’attaccamento alla verità dei fatti, l’indagine oltre ogni ragionevole dubbio e oltre ogni affinità elettiva, quella di un riluttante nordista per una sudista, cattolica e comunque strega, con la lettera scarlatta del patibolo già impressa sulla fronte.
Esemplare la storia, elementare, purtroppo, la regia, addirittura da nascita della settima arte più che di mero servizio al messaggio: Redford regista è questo, prendere o lasciare. Impossibile chiedergli di più, difficile staccarlo dalla politica edificante e dal monito civile per fargli fare due movimenti di macchina, due voli cinefili, qualche estroversione stilistica: rispetto a Leoni per agnelli, comunque, è tutta un’altra Storia, e c’è più cinema, ma come in una fiction-tv di medio-alto livello.
Di più no, sebbene come direttore d’attori sia un grande, ma nemmeno questo è il vero problema: più che un film-film, The Conspirator è un’operazione di sensibilizzazione politica e memoria civile, perché quanto accaduto alla Surratt non accada ora o, meglio, accada – verità dei fatti… – ma se ne sia consapevoli e pronti a insorgere. Ebbene, stante la bontà dell’assunto, su regia e fattura è lecito chiudere un occhio, a patto che l’operazione funzioni, il messaggio arrivi: ma chi l’ha visto?
Pochi, pochissimi americani: 11 milioni di incasso, a fronte dei 25 milioni di dollari di budget. Altro che The Conspirator, la cospirazione del silenzio. Anzi, del silenzio assenso: Redford non va.

CRITICA

"Manca però la tensione solita dei processi hollywoodiani, nonostante la regia se la sia assunta Robert Redford dopo film di meriti certi quali 'In mezzo scorre il fiume' e 'L'uomo che sussurrava ai cavalli'. Gli scopi polemici su un dubbio uso della giustizia in determinate situazioni sono evidenti, ma non li sostengono gli impeti necessari, con dialoghi spesso un po' retorici e immagini, sullo sfondo, che rasentano molto più l'oleografia che non la cronaca. Gli interpreti, decorosi, recitano come se si trovassero in un telefilm. Cito almeno, perché abbastanza concreti, James McKay, l'avvocato, e Robin Wright, l'imputata." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 23 giugno 2011)

"Robert Redford torna alla 'nascita di una nazione': nel sangue e, soprattutto, nella ragion di Stato che fa fare gli straordinari alla giustizia, perché serve un colpevole, non necessariamente il colpevole. Palese il ping-pong tra ieri e l'odierna guerra al terrore, regia di mero servizio e messaggio politicamente edificante, ma sull'operazione è caduto un macigno: budget di 25 milioni di dollari, 11 milioni d'incasso negli Usa. Chi l'ha visto? Dopo 'Leoni per agnelli', dunque, il liberal Redford rincara la fuga dal pubblico: un'altra cospirazione o al cinema Obama non paga?" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 23 giugno 2011)

"Il cinema americano ritrova la vena politica, ma poiché non è facile parlare d'oggi ecco che i bravi yankee democratici vanno a spasso nel tempo cercando parallelismi. (...) Un saggio civile di cinema vecchio stile, dove la costanza della ragione vince nei confronti della paura irrazionale, tutto ratificato dalla sceneggiatura potentemente teatrale di James Solomon che ha il merito, citando anche Cicerone, di mescolare pubblico e privato. Il tema attuale è l'io morale che sta dentro di noi: quello dell'avvocato che ci mette l'anima (la condannata mai baratterà la vita accusando il figlio) sale negli occhi e nella coscienza con l'interpretazione da manuale di James McAvoy che, dopo aver assistito Tolstoj morente ed essere diventato un 'X Men', ora recupera il suo tasso d'indipendenza scozzese costruendo un anonimo eroe della bellezza della parola già proteso al Novecento." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 24 giugno 2011)

"Che magnifico attore è stato Robert Redford, star del cinema americano 'rinato' nei Settanta, icona bella, brava e democratica di 'Butch Cassidy' e 'La stangata' in coppia con Paul Newman, 'Come eravamo' con Barbra Streisand, 'I tre giorni del condor' con Faye Dunaway, 'Tutti gli uomini del presidente' con Dustin Hoffman... La successiva carriera registica si è sviluppata anch'essa in prima fila, ma dopo i quattro Oscar vinti all'esordio con 'Gente comune' si è via via attestata su valori medi tendenti al superfluo e al ripetitivo. Non fa eccezione, purtroppo, 'The Conspirator' un drammone giudiziario in costume che rievoca un episodio oscuro della storia patria con la consueta e ulteriormente rimarcata velleità d'applicarla come una decalcomania sulle problematiche recenti. Pur non volendo scoraggiare i potenziali amatori di un filone ultra-tradizionale da recepire con la mano sul cuore, resta da chiedersi come farà il pubblico nostrano a interessarsi a eventi così particolari d'oltreoceano quando snobba quelli, anche cruciali, di casa propria. (...) 'The Conspirator' appare il classico film, insomma, che si morde la coda predisposta al dibattito, nonostante sia stato realizzato nella pittoresca e pertinente cittadina di Savannah con una scenografia e una fotografia impeccabili, nonché con l'impiego di uno stuolo di comprimari intonati e credibili (da Tom Wilkinson a Kevin Kline e Danny Huston) come s'usava anche a Hollywood per i film impegnati d'una volta. Quello che manca in Redford e finisce per trasmettere un senso d'ovvietà e uggiosità alle immagini è la modernità del segno, il pathos della scelta, la paradossalità della morale. Con tutto il rispetto, non è questione d'età: basta vedere come riesce ancora a profonderli il più anziano di ben sette anni Eastwood." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 24 giugno 2011)

"Lincoln fu ucciso a teatro, durante uno spettacolo, da un militante del Sud che ironicamente era anche un noto attore, John Wilkes Booth. Griffith ricostruisce quella scena con uno scrupolo storiografico assoluto, e altrettanto - con stile diverso - fa Robert Redford in questo suo nuovo, bellissimo film, il più radicale e politicamente feroce che gli Stati Uniti abbiano prodotto da anni. Sembra figlio della rabbia che i 'radical' come Redford hanno maturato durante gli anni di Bush, e che esca in piena era-Obama è un bel segno: mai abbassare la guardia! A differenza del film di Spielberg, in cui Lincoln è protagonista assoluto, 'The Conspirator' racconta un lato oscuro e rimosso della storia. Il presidente viene ucciso nella prima scena e il film - in buona misura ambientato in un'aula di tribunale - racconta il processo a coloro che hanno aiutato Booth nel suo crimine. (...) 'The Conspirator' è stato pensato e girato molto prima della cattura di Bin Laden, ma sembra una bruciante riflessione a posteriori sui modi molto disinvolti che usano gli Stati Uniti per liberarsi dei nemici (e sulla 'dignità' politica e giuridica con cui queste operazioni vengono agghindate). Quello di Redford è un monito inquietante, reso ancora più forte dalla bellezza del film, assai più riuscito del precedente 'Leoni per agnelli'. Forse è il miglior film del Redford regista, costruito su una concezione pittorica affascinante (la fotografia di Newton Thomas Sigel coglie spesso i personaggi al buio, mentre vengono abbagliati dal sole) e su un ensemble di attori fantastici." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 24 giugno 2011)

"Si capisce che la storica vicenda abbia attratto l'attenzione di un democratico impegnato come Redford. II quale, studiata a lungo la materia con il suo sceneggiatore James Salomon, ha scelto di non romanzare i fatti, lasciando lo spettatore libero di decidere se la finale condanna (la Surratt fu la prima donna a venir giustiziata dal governo federale Usa) sia stata più o meno motivata. Ne risulta un film di indubbio interesse e rigore, ma non abbastanza incisivo sul piano drammaturgico. Nonostante gli eccellenti James McAvoy e Robin Wright Penn si impegnino a conferire loro uno spessore, Aiken e Surratt restano due personaggi emblematici, ancora in cerca di autore. Quanto agli altri bravi interpreti, da Cline a Wilkinson, non avendo spazio per un gioco di sfumature, si trovano a dover ripiegare sulla caratterizzazione." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 24 giugno 2011)

"Trent'anni passati dietro la macchina da presa costellate da otto stazioni che raccontano la 'Passione' di un paese, l'America, diviso in due anime profondamente contrastanti eppure, al limite del paradosso, in grado di parlarsi, di coesistere imparando dai propri errori del passato. A chi si immaginava un Robert Redford meno impegnato e con una coscienza civile più addolcita dall'elezione di Obama ecco la risposta di 'The Conspirator', che non si discosta dalle inquietudini di una carriera, da regista, trascorsa a distendere sul lettino da psicanalista il suo Paese, interrogato, lungo gli anni, in maniera incisiva e polemica. In questa suo ottavo lavoro, Redford analizza la reazione della nazione davanti allo sconvolgente omicidio di Abramo Lincoln, avvenuto sullo sfondo di uno stato profondamente diviso non solo tra Nord e Sud ma anche all'interno dello stesso governo. (...) La storia ci ha insegnato che il lieto fine non c'è stato perché, come voleva il ministro della Guerra, «La sopravvivenza di una nazione è più importante della vita di una donna». Eppure, grazie alla bravura dei due protagonisti e di un valido cast di contorno, la suspence dura fino all'ultima sequenza perché il cinema racconta la realtà ma è anche scatola di illusioni e sogni. Come quello di uno stato dove si venga giudicati per l'essenza delle persone e non solo per le proprie origini." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 24 giugno 2011)

"Piacerà a chi ammira il cinema iper 'liberal', iper garantista di Robert Redford. Occhio ai titoli di coda dove si rammenta che il figlio della Surratt, il vero colpevole, non pagò mai per il suo delitto. E si viene a sapere che l'avvocato difensore fondò poi il 'Washington Post' (che 107 anni dopo scoperchiò il Watergate)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 24 giugno 2011)
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