The Beautiful Days of Aranjuez

Les beaux jours d'Aranjuez

FRANCIA, GERMANIA - 2016
Una bella giornata estiva. Un giardino. Una terrazza. Una donna e un uomo sono seduti sotto gli alberi accarezzati da una brezza estiva. In lontananza, nella vasta pianura, si staglia la sagoma della città di Parigi. La donna e l'uomo intrattengono una conversazione sulle rispettive esperienze sessuali, l'infanzia, le memorie, l'essenza dell'estate, la differenza tra uomini e donne, la prospettiva femminile e la percezione maschile. Sullo sfondo, all'interno della casa che si apre sulla terrazza, lo scrittore immagina questo dialogo e lo scrive. O è il contrario? Potrebbe forse essere che questi due personaggi suggeriscono allo scrittore quello che sta mettendo nero su bianco: una lungo dialogo finale tra un uomo e una donna?

CAST

NOTE

- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI: CNC, FFA, MEDIENBOARD, FILM- UND MEDIENSTIFTUNG NRW, RTP.

- IN CONCORSO ALLA 73. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2016).

CRITICA

"Di amore parlano i due protagonisti di 'Les beaux jours d'Aranjuez' (...), testo teatrale di Peter Handke che il regista tedesco Wim Wenders mette in scena forse con troppa fedeltà. (...) Il testo ha parti pletoriche (le prime esperienze in altalena) e altre belle e sincere che Wenders mette in scena con una fedeltà degna di miglior causa, concedendosi solo due piccole libertà (Handke giardiniere che pota una siepe e Nick Cave che esegue dal vivo una delle canzoni che ascolta lo scrittore) e puntando molto su un 3D che dà profondità alla natura sullo sfondo ma che non aiuta il piacere della visione." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 2 settembre 2016)

"Va di moda dire male di Wim Wenders, a meno che non faccia documentari come il bellissimo 'Pina' (...) o 'Il sale della terra' (...). Ed è vero che il regista di titoli memorabili (...) ha sbagliato parecchi film di fila. Ma un grande talento può fallire il colpo, non svanire nel nulla, e da quando ha iniziato a lavorare sul 3D in chiave non spettacolare ma psicologica ed emotiva, il regista simbolo della '"nuova ondata' tedesca anni 70 ha ritrovato una strada difficile quanto personale. Lo provava l'impalpabile e sottovalutato 'Ritorno alla vita' (...). Lo ribadisce oggi 'Les Beaux Jours d'Aranjuez' (...). Nulla in apparenza suggeriva l'uso del 3D per una pièce che consiste in una lunga, attenta, meticolosa chiacchierata fra un uomo e una donna in campagna in una bellissima giornata estiva. Eppure la terza dimensione c'è fin dall'inizio: è la mente dello scrittore, impersonato da un attore, che sullo schermo evoca i suoi personaggi, ascolta, ne cattura parole e sentimenti. Talvolta sovrapponendo la sua voce, in tedesco, alla loro che recitano in francese (controllati e bravissimi Reda Kateb e Sophie Semin, nella vita moglie di Handke). (...) E dunque, parlando e confrontandosi senza reticenze, ecco venire alla luce con nettezza tridimensionale non solo le mille differenze fra il mondo (lo sguardo) maschile e quello femminile, ma il drammatico mutamento dei rapporti fra i due sessi (anche sul piano immaginario, fondamentale al riguardo) che viviamo in questi anni. Un tema a dir poco capitale, raramente esplorato con tanta forza. Il film forse piacerà a pochi. Ma certo a quei pochi piacerà molto." (Fabio Ferzetti, Il Messaggero', 2 settembre 2016)

"Delude (...) decisamente (...) Wim Wenders, con un curioso esperimento in 3D. (...) Wenders, anche se soggetto spesso a tentazioni di pensatore, è in verità sempre stato anzitutto uomo di immagini, e nel filmare il testo va a rimorchio, finendo col sottolinearne gli aspetti più velleitari, senza che i due interpreti (...) aggiungano particolare intensità. Se si esclude il prologo (con delle immagini di Parigi deserta, in stile cartoline pop-up, sulle note di 'Perfect Day') e un finale che è la cosa più viva del film, non si capisce molto nemmeno il perché dell'uso del 3D." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 2 settembre 2016)

"Reminiscente del cinema di Rohmer o forse di De Oliveira, Wenders sceglie un registro aereo e letterario, traendo suggestione dal magnifico paesaggio campestre, ma a dispetto del 3D il tutto resta troppo statico e voluto." (Alessandra Levantesi Kezich, La Stampa', 2 settembre 2016)

"Il passaggio ritmico dall'immagine alla parola scritta e poi ancora all'immagine continuerà per tutto il film con un terzo elemento, l'uso del 3D che serve ad accogliere lo spettatore, fargli percepire in maniera sensuale la dolcezza di un'estate indefinita, proprio come faceva Rohmer con ogni singola foglia degli alberi. Ed è come se Wenders si muovesse avendo in mente quei film, ma proiettato verso un cinema del futuro che tende a includere sempre di più lo spettatore nello schermo trasmettendogli sensazioni epidermiche. (...) La ritmica del racconto ondeggia tra lo studio dello scrittore e la veranda abitata dai suoi personaggi, un juke box Wurlitzer che suona Nick Cave fino a farlo comparire in scena esibendosi in 'Into My Arms'. Insomma un fantastico gioco di dislocamento dove sono disseminati ad arte misteri e giochi senza tempo - l'altalena dai significati ancestrali, la confessione, il racconto a cominciare da Aranjuez con il castello reale, un luogo che potrebbe evocare anche Aznavour. E presente più di tutti è il gioco del cinema con le sue silhouettes, ombre effimere da far comparire nella mente e poi sulla carta prima che sullo schermo. Wenders ci conferma che nel film proprio di paradiso terrestre si tratta, ha scelto la residenza di Sarah Bernhardt a pochi chilometri da Parigi." (Silvana Silvestri, 'Il Manifesto', 2 settembre 2016)

"Wenders richiede gli occhialini 3D per forgiare foglie vere, soffi di vento, insomma tutto l'apparato fenomenologico che conosciamo di Handke. Di entrambi si sente la fiducia di essere compresi dalle donne, e probabilmente non si sbagliano. Uomini: da vedere!" (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 2 settembre 2016)
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