Taxi Teheran

Taxi

IRAN - 2015
4/5
Taxi Teheran
Un taxi si aggira per le vivaci e colorate strade di Teheran. Diversi passeggeri si alternano a bordo dell'auto e ognuno di loro, intervistato dall'autista che è il regista stesso, esprime candidamente il proprio punto di vista e racconta di sé. La fotocamera fissata sul cruscotto cattura così lo spirito della società iraniana raccontandolo in un viaggio divertente quanto drammatico...
  • Altri titoli:
    Taxi Téhéran
  • Durata: 82'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 2K, DCP (1:1.85)
  • Produzione: JAFAR PANAHI FILM PRODUCTION
  • Distribuzione: CINEMA DI VALERIO DE PAOLIS
  • Data uscita 27 Agosto 2015

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
“Sono un cineasta. Non posso fare altro che realizzare dei film. (…) Per questo motivo devo continuare a filmare, a prescindere dalle circostanze: per rispettare quello in cui credo e per sentirmi vivo”. Non l’ha potuta fare pubblicamente questa dichiarazione, Jafar Panahi, e a Berlino a ritirare l’Orso d’Oro e il premio Fipresci dei critici per il suo Taxi Teheran (Taxi) non c’era lui, ma la nipotina Hana Saeidi.

Non può, Jafar, fare film né portarli ai festival, l’Iran glielo impone, eppure – ha detto Darren Aronofsky attribuendogli l’Orso – “le restrizioni sono spesso fonte d’ispirazione per un autore poiché gli permettono di superare se stesso”. Qual è la differenza tra un tassista e un regista, se non la decisione della destinazione? Non a caso, Jafar Panahi il tassista si prende delle libertà, e insieme delle missioni, che un tassista normale non si prenderebbe: ne va, appunto, della sua libertà, che è quella di girare, con il taxi e con la camera poggiata sul cruscotto. Entra di tutto, in quell’abitacolo: vecchie con pesciolini rossi da liberare, mariti incidentati e mogli in cerca di testamento, la nipotina – insopportabile – Hana, il vecchio vicino con un video inquietante, lo spacciatore di dvd e l’avvocato che ha difeso Jafar e, sì, è l’Iran qui e ora, compresa la manina che cerca la scheda SD per conto terzi.

Il taxi, ancor prima che il tassista, è il regista, l’uomo Panahi: non può più decidere dove andare, ma va, e la meta è il viaggio stesso, quale questo film è. “Niente può impedirmi di fare film e quindi mi ritrovo con le spalle al muro, malgrado tutte le costrizioni, l’esigenza di creare si manifesta in modo ancor più pressante”. C’è programmaticità, esemplarità, perfino paradigma, ma la dialettica con la “clandestinità” del girare è fertile: Jafar è in balia dei passeggeri che s’è scelto, noi spettatori del regista che abbiamo voluto scegliere, e così Teheran diviene la carta del cinema e il territorio dell’umanità. Giustizia non è fatta, ma l’arte è salva, la memoria – scheda e vissuto – è preservata: Jafar vive e lotta con noi, e il suo taxi, il suo cinema è un tempio, come la natura secondo Rimbaud.

Dunque, pesci, rose, il rosso del sangue, l’accostare e il proseguire della vita, colta nel suo prismatico farsi quotidiano: Taxi è un ready-made, quale forzatamente è oggi la misura e l’espressione del cinema, ovvero dell’arte-vita di Panahi. Oltre la rabbia, oltre lo sconforto e la rassegnazione, la sua camera si accende, ed è un cuore – il suo cuore – pulsante. C’è chi gli avvicina le rose per fargli capire che abbiamo capito: è vivo, pompa sangue, gira emozione, dolore e ironia. Insomma, mentre il mondo si esaltava con Uber, Panahi portava un taxi tra le stelle: chiamatelo.

NOTE

- ORSO D'ORO E PREMIO FIPRESCI AL 65. FESTIVAL DI BERLINO (2015).

CRITICA

"E tre. Da quando il tribunale iraniano lo ha condannato a non fare il regista per almeno vent'anni, sono ormai tre i film che Jafar Panahi ha realizzato in clandestinità. La novità (...) è che stavolta il grande regista iraniano è uscito di casa. Anzi si è concesso un lungo giro nelle strade di Teheran alla guida di un taxi (...). Ma il bello è che quest'impresa apparentemente 'tardo-neorealista' - riprendere da un'auto in movimento tutto ciò che la censura di Stato impedisce di mostrare - diventa una riflessione vivacissima e traboccante di idee sui meccanismi della censura e i dispositivi di messa in scena. Realizzata da un cineasta che è anche protagonista di questo docu-fiction così sapiente che tutto sembra incredibilmente vero ma tutto è probabilmente ricostruito con attori non professionisti (e senza nome nei titoli, per non metterli nei guai) e con palpitante spontaneità. Protagonista o meglio spettatore, proprio come noi, dello spettacolo incessante che si svolge dietro il parabrezza, nelle strade della capitale. Ma soprattutto dentro il taxi di Panahi, su cui salgono personaggi che potrebbero nutrire un romanzo anche se hanno solo poche scene a disposizione. (...) la figura più memorabile è ancora una volta quella di una ragazzina, nel film la (vera?) nipote del regista, che essendo una cineasta in erba permette al regista di porsi una serie di interrogativi morali elementari quanto inquietanti. Come si riconosce, ammesso che sia possibile, un 'cattivo'? Come si ferma, e come si rappresenta il male? Perché certi film sono 'indistribuibili', come sentenzia la nipote saputella, pur mostrando ciò che si vede tutti i giorni? Nei battibecchi tra zio e nipote, e nelle scene che lei stessa riprende dal vero con la sua telecamerina, soffrendo perché sa che non le potrà mostrare (che attrice!), sta il cuore di questo film dall'andatura scanzonata che però non smette di porre domande scomode. E gela il sangue con un finale impassibile affidato a un piano sequenza degno di Antonioni. Anche in piena era digitale insomma si può fare un film che riflette sulle immagini (sul loro potere, e sul Potere in generale) fino a dare le vertigini, con mezzi semplicissimi. Malgrado ciò che il film denuncia, è una buona notizia." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 21 agosto 2015)

"L'idea alla base di 'Taxi Teheran' è di una semplicità sconcertante (...). Che si tratti di un «film» e non di un «documentario» lo veniamo a sapere quasi subito, quando un simpatico pusher di dvd riconosce il regista alla guida (...) e smaschera i due clienti che sono appena scesi - a Teheran il taxi è un'istituzione collettiva - come attori (...). Ma anche lo spacciatore di film proibiti è un attore che recita una parte, anche se molto credibile e realistica, ed ecco che la distinzione film/documentario, vero/falso perde il suo significato e 'Taxi Teheran' diventa un film che riflette su se stesso, sulla propria natura e su quella della messa in scena. Tutti i clienti/personaggi che chiedono un passaggio al taxi guidato da Panahi interpretano un «ruolo», cioè recitano, ma nello stesso tempo danno vita a una delle tante facce dell'Iran, sono cioè realistici (se non proprio veri) e molto credibili. (...) Ne esce un film che interroga lo spettatore, per niente limitata dalla ristrettezza dei mezzi e dalle costrizioni della censura, e che non può che terminare sul nero di un futuro, dove la repressione è sempre in agguato (...) ma l'intelligenza e la passione sono sempre sveglissime." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 25 agosto 2015)

"Torna in mente una questione abbastanza imbarazzante. Possibile che la censura imposta agli artisti dai regimi dittatoriali, come è ancora oggi quello di Teheran, risulti in una certa maniera - anche se è difficile ammetterlo, anzi quasi indicibile - stimolante, produttiva, feconda, addirittura portatrice di ispirazione? (...) Lo stesso Panahi, che nel film è proprio lui con la sua riconoscibile e riconosciuta identità, guida un'auto pubblica in giro per le congestionate strade e superstrade della capitale iraniana, facendo una quantità di incontri con gente comune (che lo riconosce e lo ammira) e gli racconta i fatti suoi, lo coinvolge, gli chiede consigli e pareri. Una girandola di piccola vera umanità che, con il sorriso anche quando la fatica di vivere è evidente, dà la misura piena di un paese e di un popolo stracarico non solo di storia e cultura ma anche di potenzialità che non aspettano altro che di potersi esprimere pienamente." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 25 agosto 2015)

"(...) Panahi, affrontando con levità temi gravi, ottiene un risultato artistico autoriale di assoluta freschezza e autenticità. A turno diversi passeggeri salgono e scendono dalla vettura e dall'insieme dei loro discorsi emerge il quadro di un Paese con la sua varia umanità e le sue contraddizioni, ovvero quello che le autorità non vogliono venga raccontato. Il tutto si svolge con naturalezza, ma sornionamente Panahi orchestra le cose in modo che il film si strutturi come una commedia, anche divertente a dispetto dei risvolti amari; mentre di pari passo usa il cinema per far trapelare scomode, indicibili verità su un potere repressivo." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 27 agosto 2015)

"(...) il film è mirabile metafora della prigionia artistico/intellettuale a cui è costretto Panahi dal 2010: da quell'abitacolo si ascolta, osserva ed elabora l'Iran di oggi, contraddittorio e martoriato, perennemente inquieto. In 'Taxi Teheran', lontano dall'essere film pretestuoso e 'a tema', si avverte il talento puro e profetico del 55enne autore iraniano, intatto nonostante la tragedia che sta vivendo. Un triplice salto visivo da un unico punto di vista, una poesia che accarezza l'Arte e la Libertà. (...) Da non perdere." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 27 agosto 2015)

"Un regista che si deve inventare tassista per realizzare un film di nascosto. È l'iraniano Jafar Panahi, uno dei cineasti più importanti del suo Paese (...). Dopo due opere filmate dentro casa, piene di invenzioni dettate dalle circostanze e dalle limitazioni, il regista ha scelto l'automobile, uno dei luoghi topici e più riconoscibili del cinema persiano contemporaneo, un piccolo spazio di libertà che diventa un micromondo. (...) La novità rispetto ai precedenti 'This Is Not a Film' e 'Closed Curtain' (...) è che Panahi è uscito dalla depressione nella quale la privazione della libertà l'aveva spinto e ritrova il sorriso aperto che lo contraddistingue. Attraverso i diversi passeggeri che salgono e scendono, racconta tra ironia e denuncia la situazione dell'Iran. (...) Un film ribelle, pieno di voglia di essere se stesso fin dal suo esistere, dove realtà e finzione si confondono e diventano arte e vita. Una pellicola anomala anche nell'essere priva di titoli di testa e di coda, in quanto senza permesso del ministero della Cultura. Il finale può lasciare sorpreso lo spettatore ma contiene il senso di un lavoro che cerca di osservare e capire, di intervenire nelle cose, di essere empatico e pure rabbioso, di essere insieme pessimista e ottimista, ma mai rassegnato, di stare sul chi va là, pronto a reagire e possibilmente a tirare fuori il meglio delle situazioni." (Nicola Falcinella, 'L'Eco di Bergamo', 27 agosto 2015)

"Film iraniano, Orso d'oro a Berlino: ovvero bidone in arrivo. Infatti ci si annoia parecchio sull'auto del venerato regista Jafar Panahi, che s'improvvisa tassista per vedere l'effetto che fa. (...) Il regime di Teheran aveva imposto a Panahi di non girare più film per vent'anni. Troppo poco." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 27 agosto 2015)

"Tra le 'prime' (dieci addirittura) di questa prima settimana di ritorno in città, una che val la pena di inseguire. Perché è un bel film (ha vinto a Berlino) perché sostenendolo si fa un'opera buona (è una pellicola «contro» filmata nonostante mille divieti del regime iraniano) perché sostenendola si sostiene il regista, Jafar Panahi, autore civilmente benemerito come pochi altri." (Giacomo Ferrari, 'Libero', 27 agosto 2015)
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