Taj Mahal

FRANCIA, BELGIO - 2015
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Taj Mahal
Una sera, rimasta sola nella sua camera d'albergo al Taj Mahal di Mumbai mentre i suoi genitori sono fuori a cena, la diciottenne Louise sente strani rumori in corridoio. Nel giro di pochi minuti si rende conto che è in corso un attacco terroristico. Il suo unico collegamento col mondo esterno è il suo cellulare, grazie al quale si tiene in contatto con suo padre, che sta disperatamente cercando di raggiungerla, dall'altro capo di una città precipitata nel caos. Louise ha di fronte a sé una lunga notte di paura, che dovrà affrontare da sola. Una notte che la cambierà per sempre.
  • Durata: 89'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: (1:2.35)
  • Produzione: AGAT FILMS & CIE/EX NIHILO, ARTÉMIS PRODUCTIONS, IN COPRODUZIONE CON FRANCE 3 CINÉMA

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Infine abbiamo trovato il vero scult del festival: è Taj Mahal di Nicolas Saada, thriller sullo sfondo degli attentati a Bombay del 2008 scritto coi piedi e diretto da un ignorante.
Durante la proiezione per la stampa sono stati diversi i momenti di forte ilarità. Il film sembra un esercizio sul ridicolo involontario perfettamente riuscito che sembra impegnarsi nel trovare sempre il modo di buttarla in vacca.
Il primo sentore lo si ha quando Saada decide di accompagnare il viaggio in  India di una famiglia francese (un uomo d’affari, la moglie e la figlia diciottenne, interpretata da Stacy Martin: pessima) con una incomprensibile musica jazz, non il massimo per calarti in una storia dai risvolti drammatici. Il bello è che le cose peggiorano, riuscendo Saada a infilare all’apice della tensione (apice per modo di dire) fastidiosissime musichette locali.
Nel frattempo accade poco o nulla: la famigliola, che alloggia nell’albergo attaccato dai terroristi, si divide, perché i due genitori decidono di andare a cena fuori mentre la figlia resta in hotel. I terroristi non si vedono mai, si sentono solo i rumori degli spari e delle esplosioni, mentre Stacy Martin se ne sta tutto il tempo accovacciata nella vasca da bagno a telefonare al padre, alla madre e a un amico del padre che, come lei, è rimasto in albergo e si  è nascosto in seminterrato. La cosa assurda della sceneggiatura è che non bisogna necessariamente aspettarsi che gli elementi che di volta in volta emergono abbiano uno sviluppo (il personaggio dell’amico del padre ad esempio), il più delle volte invece sembra che servano a far passare il tempo. Che non passa. Stendiamo un velo pietoso sui dialoghi e un altro ancora sul cameo di Alba Rohrwacher. Regia senz’anima.
Taj Mahal vorrebbe essere un thriller à la Panic Room sullo sfondo di un evento realmente accaduto. E’ invece un film da cui avremmo voluto scappare anche noi.

NOTE

- IN CONCORSO ALLA 72. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2015) NELLA SEZIONE 'ORIZZONTI'.
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