Storie pazzesche

Relatos salvajes

ARGENTINA, SPAGNA - 2014
Un ingegnere specializzato in demolizioni; la cameriera e la cuoca di una tavola calda frequentata da camionisti; un uomo che si trova a vivere una storia enigmatica a bordo di un aereo; una sposa sconvolta, in un matrimonio che sfiora il dramma; un miliardario che conduce trattative clandestine per evitare una tragedia familiare; un uomo che all'improvviso si ritrova intrappolato in un insolito thriller stradale. Tutti loro si scopriranno vulnerabili di fronte a una realtà che improvvisamente può cambiare e diventare imprevedibile, trovandosi ad attraversare la sottile linea che divide la civiltà dalla barbarie. Una storia di inganni amorosi, ritorni dal passato, tragedie e violenze quotidiane, che spingeranno tutti loro a perdere il controllo...

CAST

NOTE

- IN CONCORSO AL 67. FESTIVAL DI CANNES (2014).

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2015 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2015 COME MIGLIOR FILM DELL'UNIONE EUROPEA.

CRITICA

"Cosa succede quando i freni inibitori si allentano e Freud si dà per vinto? Sono 'Storie pazzesche' prodotte da Almodóvar e dirette dall'argentino Damián Szifrón che sceglie sei fattacci di disagio psico sociale dall'humour freddo al trucido tarantiniano, per coprire l'arco costituzionale del «piacere» liberatorio di perdere il controllo. Racconti neri dove il grottesco regna sovrano e ci restituisce tutti alla vendetta barbara nascosta dalla glassa delle sovrastrutture e dal buonismo. Episodi che condividono, oltre a stress e depressione, un mezzo di locomozione, cioè l'auto, fonte primaria di patologie urbane (...). Il film parte con l'irresistibile epifania di un gruppo di passeggeri in aereo, prosegue con una vendetta gastronomica all'orientale e finisce nella festa di nozze con torta di panna e sangue. È il trionfo dell'inverosimile credibile con l'affiatamento di attori espertissimi in urla, isteria e affini: riconosciamo il grande Ricardo Darín, ma sono tutti perfetti, di scuola almodovariana ma zero sesso. La bravura del regista sta nel mixare il curioso, il tragico e il divertente per eccesso-difetto: tutto ciò che è reale è irrazionale, altro che Hegel. Così, sotto l'albero, queste sei candeline di vendetta (anche se prive di vero cinismo) risplendono con un loro inedito, originale sarcasmo, spacchettando il vendicativo inconscio dalla carta argentata." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 11 dicembre 2014)

"Con tanti lavori ispirati ai dieci comandamenti o ai sette peccati capitali, nessuno aveva ancora dedicato tutto un film al più sgradevole, pericoloso, socialmente imbarazzante dei nostri vizi: l'ira, la collera, più volgarmente la rabbia. Eppure l'ira, da non confondere con l'odio (più meditato) o con la sete di vendetta (più lucida e mirata), a differenza di altri vizi non conosce età. E attraversa epoche e culture trasformandosi per restare uguale a se stessa. Tanto da generare, da Achille in poi, forme sempre diverse di sfogo e di contenimento, in accordo con le convenzioni sociali e morali vigenti. Perché un conto era andare su tutte le furie nel Medioevo, poniamo, un altro perdere le staffe ai nostri tempi. E qui entra in scena l'argentino Damián Szifrón, classe 1975. Che in questi quattro episodi e un prologo, un poco diseguali ma nell'insieme abbastanza irresistibili (dunque da svelare il meno possibile, esplora altrettanti volti contemporanei dell'ira). Colpendo con particolare efficacia quando mette in gioco la dimensione in cui oggi siamo tutti immersi 24 ore al giorno, cioè la Tecnica. Non a caso i due episodi migliori si svolgono a bordo di un aereo e di un'automobile in avaria; e il personaggio che tutti ricorderanno uscendo dal cinema, non solo per la bravura dell'attore, è l'ingegner Ricardo Darín, esperto in demolizioni. Mentre il (ri)sentimento più diffuso, oggi che lo scarto tra le potenzialità virtualmente illimitate offerte a ciascuno di noi, e le possibilità concrete di realizzazione, si allarga senza rimedio ogni giorno, è naturalmente la frustrazione. Coniugata a quel meccanismo a identificazione garantita che potremmo definire 'E se...'. (...) Seguono sviluppi che una volta avremmo detto catastrofici e oggi etichettiamo sbrigativamente come pulp. Dimenticando che dai 'Mostri' di Dino Risi, 1963, fino al collettivo 'I nuovi mostri', 1977, i film a episodi sono stati una specialità del cinema italiano (ma ce n'è di geniali anche nella nouvelle vague). Ora rifanno gli argentini con Almodóvar come produttore e finiscono addirittura in concorso a Cannes. Dove magari non vincono premi, ma riportano il cinema a quel gusto sanguigno e plebeo di una volta che sotto Natale è una vera benedizione." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 11 dicembre 2014)

"Fino a che punto siamo disposti ad arrivare per vendicarci di un torto subito? E se, vittime di un sopruso, di un'umiliazione, di un tradimento, permettessimo alle nostre pulsioni violente di prendere il sopravvento? Sono queste domande il filo rosso che lega i diversi episodi di 'Storie pazzesche', terzo lungometraggio dell'argentino Damián Szifrón coprodotto dalla società spagnola 'Deseo' di Pedro Almodovar. II rimando più pertinente è lontano nel tempo: le commedie italiane a sketch come 'I nuovi mostri', compilazione di storie scellerate con Sordi, Gassman, Tognazzi e Muti all'epoca (il 1977) colpita dalla censura, che vietò alcuni dei suoi quattordici episodi. Qui i segmenti sono soltanto sei; benché Szifrón sia abituato a sceneggiare per la televisione argentina, tuttavia, non si tratta di una semplice somma di cortometraggi, ma di un insieme organizzato, e in più sensi. In senso tematico, per cominciare: tutti gli episodi riguardano la tenue frontiera tra civiltà e barbarie, i disagi del 'progresso' e le stressanti vite quotidiane del mondo moderno, il sadismo represso e il piacere liberatorio di perdere il controllo, l'individualismo esasperato. Oltre, in qualche caso, le disuguaglianze sociali e la corruzione generalizzata. Più che alla denuncia, però, Szifrón sembra interessato ad additarci l'insopprimibile meschineria dell'essere umano; e in questo si rilevano le più evidenti somiglianze con la grande commedia all'italiana. (...) Situazioni in cui, nell'una o nell'altra, molti spettatori potranno riconoscersi; però spinte fino a esiti che ricordano il cinema di Quentin Tarantino; o, a scelta, i più sadici cartoon Warner Bros. Oltre all'unità tematica - la vendetta è un piatto da servire caldo - c'è poi un'unità di stile. E non solo nello humour nero, cinico, crudele; ma anche nella capacità di Szifrón, co-montatore del film, di coordinare i vari episodi imprimendovi un ritmo (cui contribuiscono in modo decisivo le musiche di Gustavo Santaolalla) capace di farne un tutto omogeneo malgrado le diverse durate e i toni alterni di dramma, thriller, commedia adottati volta a volta. Ingenerale, però, l'unitarietà risiede in aneddoti tragici che scatenano gli spiriti animali dei personaggi, però travestiti di comicità. Anche se (ma qui non tutti saranno d'accordo) il cineasta avrebbe potuto mostrarsi anche più coraggioso, spingendo alcune situazioni al limite estremo. Ultima nota di unità in un film composto di episodi, l'ottimo gioco di squadra realizzato, pur in segmenti indipendenti tra loro, dal meglio degli attori argentini (...)." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 11 dicembre 2014)

"(...) sei episodi assai bizzarri quanto diseguali nell'esito, che mischiano grottesco, noir, ossessioni, pulp e pop con un montaggio serrato, originale nella consequenzialità e narrativamente sorprendente. Damiàn Szifròn ha concepito a beneficio dell'ondivago pubblico contemporaneo un prontuario di sopravvivenza improntato al più assoluto e spregiudicato cinismo: proprio quando sembra ammonire sui pericoli dell'istinto di vendetta o su quelli dell'indignazione sociale, il regista fa capire chiaramente come stia godendo pazzamente nel perdere e farci perdere il controllo del giudizio. Ne risulta un andirivieni di avventure adrenaliniche, parossistiche, sanguinarie, paradossali e persino scatologiche, in cui primeggia quello splendido attore che è il Ricardo Darín di «Il segreto dei suoi occhi». Prendere o lasciare la selvaggeria che è in noi, sembra suggerire l'immaginaria didascalia in margine alla scorreria provocatorio-snob; ma più realisticamente è forse il caso d'usufruire qua e là di un menu così supercalorico." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 11 dicembre 2014)

"Se quel che rimane oggi della tragedia è l'assurdità (o follia) del caso, allora 'Storie pazzesche' dell'argentino Damiàn Szifròn è una raccolta di piccole tragedie, seppur raccontate con il distacco ironico che caratterizza la commedia, dove un'umanità angariata e impotente esplode nella vendetta nei modi più inconsulti. (...) In un'alternanza di episodi più o meno convincenti, il film prodotto da Almodóvar mantiene un impeccabile smalto di regia e l'affresco macabro-pulp di una società allo sfascio può essere fonte di catartico divertimento, ma il cinismo che lo permea impedisce che scatti la molla dell'emozione e dell'empatia." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 11 dicembre 2014)

"(...) un film, folle, ferocissimo e certamente originale, che ha fatto esplodere di risate la cinefila platea dell'ultimo Festival di Cannes ove concorreva. 'Storie pazzesche' è il suo titolo che in originale suona 'Relatos Salvajes', cioè 'selvagge' esattamente come l'animo dei protagonisti dei 6 episodi di cui si compone il film, perfetta metafora dell'implosione/esplosione di rabbia dei nostri tempi. L'Argentina è il palcoscenico produttivo e narrativo della pellicola che Pedro Almodóvar ha voluto co-produrre, trovandone il soggetto evidentemente in linea alla propria poetica. Siamo nel territorio della barbarie pura, del disfacimento di una civiltà che non si riconosce più in regole, sistemi e pratiche ingiuste, sovrano è il Caos che deprime, mostrifica, fa perdere il controllo e la ragione. Per chi ama l'umorismo nero come la pece." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 11 dicembre 2014)

"(...) irresistibile commedia nera argentina, divisa in sei fette. Una più saporita dell'altra. L'umorismo prevale sulla tensione, che comunque vola alta, come nella terza tranche, imparentata con il mitico «Duel» di Spielberg. Complimenti al fiuto di Pedro Almodóvar, molto meglio come produttore che come regista." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 11 dicembre 2014)

"Spiacerà a chi le ordinarie follie le ha già viste, raccontate molto meglio, da non pochi film americani. Le sei vicende messe in pellicola dall'argentino Szifròn sono troppo ovvie e prevedibili per mettere in moto uno spettacolo significante (anche se è difficile non identificarsi coll'automobilista preso di mira dalla polizia locale)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 11 dicembre 2014)

"Commedia grottesca a episodi, in cui si fa spettacolo dell'abnorme cercando paradossi dell'aggressività, della vendetta, del rifiuto nella società dei soprusi. (...) tutto è carico di una fastidiosa intenzione dimostrativa. Dall'argentino Damiàn Szifrón è un aggiornamento impoverito dei 'mostri' di Dino Risi, buono per un passatempo satirico sul sogno di una cosa: farla pagare ai colpevoli. Attira forse perché è prodotto dai fratelli Almodóvar." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 12 dicembre 2014)
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