Still Life

Sanxia haoren

CINA, HONG KONG - 2006
In seguito alla costruzione della diga delle Tre Gole, il vecchio villaggio di Fengjie, con 2000 anni di storia alle spalle, è già stato sommerso dalle acque. Il nuovo quartiere destinato a sostituirlo è ancora in costruzione, perciò Han Sanming, un minatore rimasto lontano da casa per 16 anni, torna al suo vecchio villaggio per vedere cosa può salvare. Dopo aver ritrovato l'ex moglie, decide di risposarla. Anche l'infermiera Shen Hong torna a Fengjie in cerca del marito che non vede da due anni. I due si ritrovano ma capiscono invece che il loro matrimonio non ha più senso e decidono di lasciarsi per sempre.

CAST

NOTE

- PRESENTATO COME FILM A SORPRESA ALLA 63MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2006) HA VINTO IL LEONE D'ORO.

- CANDIDATO AI NASTRI D'ARGENTO 2007 COME MIGLIOR FILM EXTRAEUROPEO.

CRITICA

Dalle note di regia: "Una volta sono entrato per caso in una stanza e ho visto degli oggetti coperti di polvere sul tavolo. All'improvviso mi si sono rivelati i segreti della natura morta. (...) La natura morta rappresenta una realtà che abbiamo trascurato. Anche se il tempo vi ha lasciato profonde impronte, resta in silenzio e trattiene i segreti della vita. (...) Sono entrato con la mia telecamera in questa città condannata e sono stato testimone di demolizioni ed esplosioni. Tra il rumore assordante e la polvere ho gradualmente sentito che la vita può rivelarsi nei suoi colori anche in mezzo a tanta disperazione."

"I luoghi sono gli stessi sui quali a un certo punto del suo viaggio si affaccia il personaggio di Sergio Castellitto in 'La stella che non c'è' di Gianni Amelio, navigando lungo il fiume Yangtze. 'Still life' (cioè 'natura morta') del cinese Jia Zhang-Ke ha vinto a sorpresa il Leone d'Oro 2006. (...) Tra brutture, rovine, squallore, tristezza, umiliazione di una natura potente e impotente, grigiore (cifra del film) la vita continua." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 23 marzo 2007)

"E' un film struggente come un pianto poetico, un poco estetizzante, molto bello, che colma di emozione la fine d'una città demolita e sommersa per sempre, di persone perdute e ritrovate." (Lietta Tornabuoni, 'L'Espresso, 29 marzo 2007)

"In questa umanità e in questi ambienti che sanno già di desolazione e di abbandono i due contro eroi della piccola saga di Jia Zhangke discutono il presente e interrogano il progresso della Cina e il suo veloce e cieco avanzamento. In questo schianto realista fanno capolino ogni tanto momenti di surreale fantascienza, ironiche visioni del Futuro in forma di razzi e missili che prendono la volta del cielo. La 'natura morta' del titolo non lascia speranze, quella valle delle Tre gole è già solo un ricordo, come la possibilità di trovare un posto in quel mondo. Ma anche 'questo' cinema è già solo ricordo, sa di fantasmi, è già fantasma. La sua idea, per noi bella e preziosa, è decaduta, non più al passo con i tempi." (Dario Zonta, 'L'Unità', 23 marzo 2007)

"Si tratta comunque di una pellicola interessante, soprattutto per il realismo dell'ambientazione in un aggregato urbano lungo il fiume Yangzi; completamente stravolto dalla costruzione della Diga delle Tre gole. (...) Su questo scenario di miserabili ammassati a ridosso di svettanti grattacieli, in parte coincidente con quello di 'La stella che non c'è' di Amelio, l'autore getta uno sguardo disincantato, che riflette l'immagine di un paese in crescita frenetica ma disastrato nel tessuto culturale, sociale e familiare: un inferno dei vivi a tratti illuminato da barlumi di dolente umanità." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 23 marzo 2007)

"Jia Zhang-Ke ha la grande capacità di dialogare, di porsi dialetticamente e criticamente con il reale, attraverso lo spaesamento del singolo che attraversa addirittura le classi sociali. La macchina da presa si muove lenta attorno alle rive del lago, tra le macerie delle abitazioni, lasciandosi andare al dolce ondeggiare di piccoli particolari elementi che paiono alieni extradiegetici ma che servono a chiudere una singola sequenza, aprire la successiva e riaprire continuamente la speranza per una rinnovata forma di vita collettiva. Perché 'Still Life' è cinema ricco di quelle intuizioni, di quei dettagli perturbanti che apostrofano la creatività e il coraggio del metteur en scene. Il disco volante che zigzaga nella nebbia, l'ammasso di mattoni che prende il volo come uno shuttle, l'equilibrista tra le rovine, il bimbo che magicamente canta in mezzo alle case sventrate e ai fili penzolanti. Tutti a simboleggiare una scintilla d'amore tra esseri umani, che nessuna grande opera potrà mai cancellare con una colata di cemento." (Davide Turrini, 'Liberazione', 23 marzo 2007)

"Lo stile di Jia Zhang-Ke, il suo sguardo sulla realtà cinese del capitalismo in progress ha modellato le tendenze dei cineasti di nuova generazione, spostandone la sensibilità verso una narrazione centrata sul quotidiano. (...) 'Still life' lavora sul fuoricampo che esclude le immagini abituali della Cina per il gusto obliquo di un thriller di geografie dell'anima e atmosfere con sensibilità antonioniana più che 'alla' Rossellini. Gli eroi al presente che abitano questo paesaggio senza storia non sono più i ragazzi dei film precedenti di Jiang Zhang-Ke, non dipingono la realtà coi colori accesi dei sogni per tutti, fare soldi, viaggiare, bei bestiti, conoscere quel mondo riprodotto nel made in China a buon mercato in ogni suo possibile marchio. 'Still Life' è impastato di gradazioni raggelate, la polvere della diga, un vissuto vuoto e di cancellazioni. Non la realtà quale è ma l'immaginario, cosa c'è dietro, cosa ci sarà, frammenti di mondo da comporre insieme allo spettatore, un orizzonte libero di intuizioni da scoprire." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 23 marzo 2007)

"A Venezia era il film-sorpresa, lo videro in pochi e vinse il Leone d'oro. Meritato: come molti grandi cineasti Jia Zhang-Ke incrocia finzione e documentario. Prima di ogni suo film (vedi il magnifico 'Platform'), c'è sempre un luogo, un mondo che cambia. In 'Still Life' è la città vecchia di Fengjie, nella regione delle Tre Gole, dove proseguono i lavori della diga più grande della Cina, avviati da Mao su un progetto del primo '900. Domani si costruirà, per ora si demolisce. Ovunque ci sono macerie, reali quanto metaforiche. (...) Non mancano spiazzanti accensioni surreali. Ma quel mondo arcaico e modernissimo, pietoso e violento, non ha bisogno di metafore. E' un blocco struggente di vita e poesia. Peccato solo, al solito, doppiarlo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 23 marzo 2007)

"Sono storie di vite che s'intersecano o si intrecciano di nuovo, brevemente, per proseguire su percorsi che in parte sembrano già delineati. I personaggi si muovono in un contesto segnato da forti contrasti, sottolineato dai lenti movimenti della macchina, dalle lunghe inquadrature e dai dialoghi brevi. Il tutto caratterizzato da una fotografia che ingrigisce lo sguardo, rendendo l'atmosfera ancora più opprimente. Still life, pellicola certo di non facile approccio, vuole suscitare una riflessione sul prezzo del progresso e sul senso della memoria. Tuttavia questi temi, pur fortemente presenti, si presentano solo come sfondo. I personaggi sono troppo presi a vivere il presente, a ricostruire le loro vite, per interrogarsi con convinzione su quanto accade attorno a loro. (...) Così il parallelo tra la forzata metamorfosi ambientale e il cambiamento nei rapporti tra i protagonisti diventa la cifra del film, nella consapevolezza che, comunque vada, nulla sarà come prima. Pur in mezzo alle rovine, al rumore assordante, alla desolazione (Still life, natura morta) la vita continua. Nel perdersi e nel ritrovarsi, a volte dolorosamente, ci può essere spazio per una rinascita." (Gaetano Vallini, "L'Osservatore Romano", 31 marzo 2007)
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