Still Alice

USA - 2014
La 50enne Alice Howland è una rinomata professoressa di Linguistica presso la Columbia University, è felicemente sposata con il marito John e ha tre figli che l'adorano. Improvvisamente, in occasione di una Lettura presso la UCLA, Alice - proprio lei! - inizia a dimenticare alcune parole. Ben presto, a questo primo evento altri ne seguono e Alice, convinta che si tratti di un tumore al cervello, senza dire nulla al marito e ai figli decide di fare una serie di accertamenti. La diagnosi si rivelerà devastante e metterà a dura prova l'esistenza della donna e i suoi legami familiari: Alzheimer precoce...

CAST

NOTE

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI FIGURA ANCHE TRUDIE STYLER.

- SELEZIONE UFFICIALE ALLA IX EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2014) NELLA SEZIONE 'GALA'.

- GOLDEN GLOBE 2015 A JULIANNE MOORE COME MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA DI FILM DRAMMATICO.

- OSCAR A JULIANNE MOORE COME MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA.

CRITICA

"Raccontare la malattia al cinema è uno dei campi minati più difficile da attraversare: per il rischio dell'eccesso, del ricatto, a volte anche della superficialità. E perché lo spettatore spesso finisce per «respingere» quasi inconsciamente un argomento che lo costringerebbe a confrontarsi con la parte più fragile e indifesa di sé, mettendosi in gioco forse più di quanto non sia disposto a fare. Ma è anche la ragione per cui, dalla parte dei registi e degli sceneggiatori, la «malattia» diventa una sfida che vale la pena di affrontare, coinvolgente e stimolante. È quanto devono aver pensato Richard Glatzer e Wash Westmoreland, coppia di registi consacrata dal Sundance dove il loro 'Non è peccato - La Quinceañera' vinse i premi del pubblico e della critica nel 2006 (dopo essersi fatti notare nel 2001 con un contrastato ritratto del mondo porno con 'The Fluffer'), quando fu loro proposto di portare sullo schermo il romanzo di Lisa Genova 'Still Alice - Perdersi' (Piemme Edizione) (...). Non è la prima volta che il cinema affronta una delle malattie più devastanti e inafferrabili che esistono (e che vede le donne più indifese e colpite). (...) Qui però il film (e il romanzo) mettono in campo un significativo ribaltamento di prospettiva: mentre solitamente i film «osservano» la malattia dal punto di vista di chi sta loro accanto - coniuge, medico o amico che sia -, in 'Still Alice' lo spettatore vive il dramma dal punto di vista della malata. E' lei che vediamo prendere pian piano coscienza della propria condizione, accorgersi della gravità della malattia e cercare di lottare contro un morbo che si insinua giorno dopo giorno nel suo corpo e nella sua mente. Con almeno una sequenza che non si può dimenticare, quella in cui si costringe a una serie di «compiti» con cui poter misurare il suo livello di malattia così da essere pronta alla più radicale delle soluzioni. L'ho lasciato per ultimo, ma è evidente che un film costruito con questa prospettiva si può reggere solo su un'interpretazione perfetta e su un'attrice superlativa. Julianne Moore è entrambe queste cose, capace di far trasparire sul suo viso la discesa verso la perdita di sé di Alice, senza cedere a facili effetti melodrammatici e restando sempre convincente nel suo ruolo di malata. Accanto a lei non sfigurano né Alec Baldwin, nel ruolo del marito che non vorrebbe del tutto abdicare alle proprie ambizioni professionali, né Kristen Stewart (una sorpresa dopo 'Twilight') nella parte della figlia «ribelle» che vorrebbe fare l'attrice e che saprà ricomporre i legami tormentati con la famiglia. Ma è la Moore che tiene sulle proprie spalle tutto il film, rendendolo credibile e commovente. Il Golden Globe appena vinto come miglior attrice drammatica e la nomination agli Oscar ne sono una ulteriore conferma." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 19 gennaio 2015)

"Da quando il benessere e l'aumento dell'età media hanno sdoganato il tabù delle malattie, i registi hanno passato in rassegna l'arsenale dei generi cercando le armi più adatte per un tema così subdolo. C'è chi ha guardato in faccia il procedere del male fino in fondo (Haneke con 'Amour'), chi lo ha avvolto in una trama quasi poliziesca (il Lee Chang-Dong del bellissimo 'Poetry'), chi ha convocato perfino il musical (Valérie Donzelli con 'La guerra è dichiarata'). 'Still Alice' appartiene al sotto-genere molto pragmatico e americano dei film-terapia. Non conta solo il male ma il modo in cui lo viviamo. Da un lato dunque gli autori scrutano le reazioni della malata (meravigliosa Julianne Moore) (...). Dall'altro i suoi familiari, portando a galla qualche piccolo nodo in quella famigliola felice (tutto è bello nella vita di Alice, tanto da rendere quel male ancora più crudele, e alimentare sensi di colpa: come se lei fosse la macchia in un quadro perfetto). Nello squilibrio fra queste due parti stanno i limiti di un film apprezzabile, sincero, accurato e ovviamente toccante, ma non abbastanza radicale da 'domare' davvero un tema potente e sempre un po' ricattatorio. Molto bello comunque il rapporto tra la Moore e la figlia attrice (Kristen Stewart), che sulle prime sembrava così arduo. Mentre la scena della conferenza in cui Alice parla della propria malattia non lascerà nessuno a ciglio asciutto." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 22 gennaio 2015)

"Prima c'era il filone chiamato, spietatamente, cancer-movie. Poi, complici l'Aids e l'emergere al discorso pubblico di alcune patologie, i film di malattia si sono moltiplicati in modo esponenziale (...). Hanno due requisiti, strettamente collegati tra loro: permettono di ricattare emotivamente lo spettatore, facendolo identificare con i personaggi, e offrono ad attori noti l'occasione di portarsi a casa un Oscar. (...) A parte qualche spostamento di 'fuoco' dell'immagine, per rendere gli episodi di spaesamento, 'Still Alice' ha uno stile neutro, non molto più marcato che un episodio della serie tv statunitense 'La malattia della settimana'. Nel mostrare la progressione del male il film è perfino 'educato'; in tono con la sua protagonista acculturata e impavida, capace di non abbandonarsi mai alla disperazione. Va da sé, tuttavia, che alcuni episodi siano struggenti: non tanto quelli in cui Alice cerca il proprio passato in antichi home-movies, un po' ovvi, quanto i momenti in cui guarda se stessa al computer, complice cui ha affidato le estreme testimonianze della propria identità. Qualche spunto in più sull' implicazione tra le due memorie - umana e artificiale - avrebbe potuto aggiungere spessore. Invece la regia preferisce mettersi per intero al servizio della performance di Julianne Moore, che si carica letteralmente il film sulle spalle offrendo una prestazione al livello di quella, memorabile, di Judi Dench malata di Alzheimer in 'Iris un amore vero'." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 22 gennaio 2015)

"«Still Alice», come tutti i film sulle peggiori malattie del secolo, procura emozioni a volte troppo dure per un comune spettatore e richiede l'adesione di cinefili a tutto campo, magari pronti a inchinarsi di fronte all'annunciata incarnazione da Oscar della rossa e proteiforme protagonista Moore. (...) I registi Westmoreland e Glatzer (quest'ultimo, per una lugubre coincidenza, a sua volta ammalatosi di SLA) raccontano il lento, inesorabile svanire della mente di Alice, cercando, sia pure con uno stile convenzionale e funzionale, di riprodurre le connessioni emotive che la donna tiene in vita quanto le è più possibile con le persone che le sono vicine e care. Sì, certo, l'intento d'infondere coraggio appare nobile e in un certo senso doveroso, però sia il senso di speranza che quello di serenità pressoché mistica implicitamente richiesti mettono a disagio chiunque abbia varcato la soglia della sala." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 22 gennaio 2015)

"Fra i vari film dedicati all'Alzheimer - la malattia del «lungo addio» - nessuno si era mai avventurato a raccontarne il dramma dal punto di vista della persona colpita come accade in 'Still Alice' (...) , ispirato al romanzo best-seller (...) di Lisa Genova. Una neuropsichiatra americana che, assistendo la nonna nella deriva degenerativa, si è domandata cosa accadeva dentro di lei. Se rassegnarsi al fatto che un essere amato perda progressivamente coscienza di sé è prova durissima da affrontare, quanto può esserlo per chi vive l'esperienza in prima persona? Soprattutto quando si tratta di un adulto ancora in pieno possesso delle proprie facoltà, come nel caso della cinquantenne protagonista del titolo, professoressa di linguistica all'Università di Harvard. (...) Ma questo non è un mélo strappalacrime, è una pellicola che commuove per la delicatezza e la sensibilità con cui parla di una dignità umana che nessun male può annientare, di una fiamma affettiva che resta accesa fino all'ultimo e poi rimane a scaldare le memorie di chi resta. Sceneggiatori e registi, Richard Glatzer e Wash Moreland registrano con finezza le progressive fasi di un sospeso, estraniato rapporto con la realtà intrecciando lo sguardo, ora lucido ora nebbioso, di Alice sulle cose allo sguardo dell'obiettivo sul suo volto. Che è il volto di una straordinaria Julianne Moore, calata con interiorizzata naturalezza in un'interpretazione già premiata con il Golden Globe e (...) in lizza per l'Oscar. II quartetto per archi e piano del musicista inglese Ilan Eshkeri crea una rarefatta atmosfera d'attesa: dell'ottimo cast di contorno citiamo il solido Alec Baldwin e una sempre più matura Kirsten Stewart." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 22 gennaio 2015)

"'Still Alice' di Richard Glatzer e Wash Westmoreland (...) ha una sola e indiscussa protagonista, Julianne Moore. Gli altri attori, compreso Alec Baldwin che interpreta il marito, sono il necessario corredo affinché in modo didascalico si possano dimostrare gli effetti della malattia. Se da un lato, il film porta lo spettatore dentro le angosce e lo spaesamento di Alice, con i suoi tentativi di riorganizzare e riaggiornare la propria memoria; dall'altro, i due registi sentono il bisogno di mettere dei punti di riferimento chiari, degli appigli ai quali quello stesso spettatore possa aggrapparsi, il marito premuroso ma anche costretto a pensare al lavoro, i figli che devono regolare alcuni conti in sospeso e che cercano di elaborare il lutto che verrà. Pochi rischi e tante buone emozioni." (Mazzino Montinari, 'Il Manifesto', 22 gennaio 2015)

"(...) il film della coppia Glazer e Westmoreland trova il suo diamante in una Julianne Moore da Oscar quasi sicuro (e Globe già intascato). Classico dramma da commozione 'con dignità' offre più spunti di riflessione e apprezzamenti umani (anche per il fatto che Glatzer sia affetto da SLA) che non cinematografici." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 22 gennaio 2015)

"Piacerà per via soprattutto di Julianne Moore, una delle peggiori attrici del mondo nei ruoli di eroina vincente e una delle migliori come dolorosa perdente." (Giorgio Carbone, 'Libero', 22 gennaio 2015)

"(...) la perdita di sé è resa memorabile da una strepitosa Moore." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 22 gennaio 2015)
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