Sette anime

Seven Pounds

USA - 2008
1/5
Sette anime
Nel passato di Ben Thomas c'è un segreto che ha lacerato la sua anima e gli ha causato profondi sensi di colpa. In cerca di redenzione, Ben decide di aiutare a migliorare le vite di sette persone (dal punto di vista economico, spirituale o medico). Una volta che il piano di Ben si è messo in moto, nulla potrà modificarlo, ma un amore inaspettato renderà più difficile portare a compimento il progetto.
  • Altri titoli:
    Sieben Leben
  • Durata: 125'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: WILL SMITH, JAMES LASSITER, STEVE TISCH, JASON BLUMENTHAL, TODD BLACK E MOLLY ALLEN PER OVERBROOK ENTERTAINMENT, ESCAPE ARTISTS, COLUMBIA PICTURES, RELATIVITY MEDIA
  • Distribuzione: SONY PICTURES RELEASING ITALIA (2009) - DVD E BLU-RAY: SONY PICTURES HOME ENTERTAINMENT
  • Data uscita 9 Gennaio 2009

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Traumatizzato da un terribile incidente d'auto che ha provocato la morte di sette persone, un esattore delle tasse (Will Smith) vuole redimersi salvandone altrettante. La scelta ricade su alcuni individui bisognosi di sostegno medico e dalla comprovata bontà. Ma sarà proprio una giovane cardiopatica (Rosario Dawson) a stravolgere i suoi piani e a riportarlo lentamente alla vita. Al suo secondo film americano - dopo l'acclamato La ricerca della felicità - Gabriele Muccino ritrova Will Smith in una parabola ambiziosa e cupa sulla forza del dolore e il significato della salvezza. Costruito come un vero e proprio giallo - Muccino gioca a carte coperte, e per tre quarti del film costringe il pubblico a seguire le mosse del protagonista senza esplicitarne il movente - Sette anime cerca di coniugare l'esistenzialismo di matrice europea con la sensibilità americana verso un cinema più esibito e spettacolare. Il regista romano rifiuta così ogni approccio emozionale e psicologico alla sofferenza preferendo raccontarne l'epidermide, le conseguenze determinate da una lacerazione interiore piuttosto che la lacerazione stessa. Consegnando però l'intimità all'azione, il dramma al melo-dramma (con inevitabile love story di sapore necrofilo), Muccino finisce per pervertire l'ordine simbolico del film, perché "usa" la storia e i suoi risvolti profondi in funzione dello spettacolo, non viceversa. Non sorprende dunque se la critica americana ha storto il naso parlando di religiosità new-age e intenti manipolatori: la spiritualità (e i supposti echi cristologici) rimane di facciata e temi delicati come il senso di perdita, il dono di sé, la compassione, vengono giocati su un piano puramente esteriore, come se bastasse un'espressione triste per parlare di tristezza e un'illuminazione tetra per comunicare l'abisso esistenziale. Così dopo il sorprendente esordio di due anni fa in terra straniera Muccino conferma i limiti di un cinema ancora troppo legato a un'estetica post-pubblicitaria, fatta di belle immagini, musica gradevole e poca sostanza. Non supportato nemmeno da Will Smith, in grande imbarazzo nei panni del samaritano che non vuole più vivere. Peccato per Rosario Dawson, l'unica che riesca a sembrare sincera anche quando prepara la parmigiana (sì, succede pure questo), e Woody Harrelson che spreca il suo talento nella parte di un pianista cieco ostinatamente buono e irrimediabilmente patetico.

NOTE

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI FIGURA ANCHE DOMENICO PROCACCI.

CRITICA

"Dopo l'anteprima, una voce amica molto autorevole mi aveva avvertito da Hollywood: «Mai visto un film più sbagliato...». Ma non tutti la pensano così. Certo siamo di fronte a un dramma che divide gli spettatori, come ha scritto Todd McCarthy su 'Variety': o ci stai, o no. Infatti le critiche sono nettamente spartite, con prevalenza di consenzienti; e i pareri del pubblico su Internet sono entusiastici. Da che parte schierarsi? (...)
Will Smith è un attore formidabile e lo conferma anche qui finché non ti stanchi, dopo quasi due ore, di scrutare sul suo volto l'interno affanno. La regia di Muccino è scattante, brillante, attenta ai particolari; e il testo di Grant Nieporte parte in modo davvero originale. Ma è ben noto che i paradossi a pensarci su finiscono per convincere sempre meno. Qualcuno ha scritto che dopo 'La ricerca della felicità' Smith & Muccino hanno voluto fare 'La ricerca dell'infelicità'. Se è vero, come sosteneva Strehler, che bisogna essere maestri di se stessi, interprete e regista si sono rivelati cattivi maestri. Dal loro successo in comune non hanno imparato granché. L'ambizione si è intorbidata, la freschezza si è dissolta nell'intellettualismo, il messaggio si è fatto confuso." (Tullio Kezich, 'Corriere della sera', 9 gennaio 2009)

"S'è parlato tanto della prima scena di sesso nella carriera di Will Smith: ma la sua con Rosario Dawson (che è una donna) è una scena d'amore. Nei film si vedono sempre dei letti, ma quasi mai ci entra chi ama il partner. In 'Sette anime' si ha invece questa sensazione. Così il pochissimo che si vede qui coinvolge più del molto che si vede altrove. Come si distingue un amplesso per amore da uno qualsiasi? Dalla preparazione, dal fatto che lui, ingegnere laureato al Mit di Boston, ripari - prima - una macchina da stampa del 1956 solo per far contenta lei. Una sceneggiatura e una regia con accortezze sono insolite. (...) . Quanto al titolo originale, le sette libbre alludono forse al peso delle anime che gravano sulla coscienza di Will Smith; quanto ai comprimari, Woody Harrelson ha pochi frammenti di film per sé, che in pellicola non pesano forse nemmeno sette libbre: ma restano in mente." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 9 gennaio 2009)

"Genere 'straziante'. Quello che costringe a piangere. Può indisporre. Tuttavia, per quanto indisponente,
'Sette anime' impone rispetto per il carico che si è sobbarcato Will Smith sotto lo schiacciante peso di un personaggio estremo e pieno di ombre, ossessionato dalla colpa e dalla ricerca di redenzione; e per la regia, la seconda firmata con la star da Gabriele Muccino." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 9 gennaio 2009)

"I critici statunitensi, con rare eccezioni, hanno picchiato duro, usando toni anche sarcastici, e vai a sapere se l'obiettivo fosse il film, certo ambizioso e inconsueto per gli standard hollywoodiani, o il divo nero, ormai asceso al rango di demiurgo, anzi di potenza industriale per via del fatturato." (Michele Anselmi, 'il Riformista', 9 gennaio 2009)
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