Sembra mio figlio

BELGIO, CROAZIA, IRAN, ITALIA - 2018
3,5/5
Sembra mio figlio
Sfuggito alle persecuzioni in Afghanistan quando era ancora bambino, Ismail vive in Europa con il fratello Hassan. La madre, che non ha mai smesso di attendere notizie dei suoi figli, oggi non lo riconosce. Dopo diverse e inquiete telefonate, Ismail andrà incontro al destino della sua famiglia facendo i conti con l'insensatezza della guerra e con la storia del suo popolo, il popolo Hazara.
  • Altri titoli:
    Just Like My Son
  • Durata: 103'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: MATTEO ROVERE, ANDREA PARIS PER ASCENT FILM CON RAI CINEMA, COOPRODOTTO DA CAVIAR FILM, ANTITALENT, TANGERINE FILM
  • Distribuzione: ASCENT FILM
  • Data uscita 20 Settembre 2018

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Sembra mio figlio è il secondo lungometraggio di “finzione” di Costanza Quatriglio, a 15 anni da L’isola, che nel 2003 la portò alla ribalta della Quinzaine des Réalisateurs di Cannes. Nel mezzo tanti, valenti e pluripremiati documentari. Si sente forte, e non solo per le location persiane, la prossimità al cinema iraniano, in particolare quello del compianto Abbas Kiarostami: contiguità poetico-stilistica, perché l’urgenza civile, l’impegno politico, l’afflato umanista non prevengono né sovrastano mai le immagini, al contrario, ne sono il precipitato. Sono immagini, scene e sequenze impegnative, da sempre, quelle di Quatriglio. E la “finzione” non fa eccezione.

Scampato alle persecuzioni in Afghanistan ancora bambino, Ismail (Basir Ahang) vive in Europa con il fratello Hassan (Dawood Yousefi): la madre rimasta in patria, anzi, nel vicino Pakistan improvvisamente non lo riconosce più. E’ tempo di partire, lasciandosi dietro quella che è più di un’amica (Tihana Lazovic, già apprezzata in Sole alto) per fronteggiare non solo le vicissitudini familiari, ma il destino di un intero popolo, gli hazara.
Oggi otto milioni di persone, quelle sopravvissute a crimini di guerra, contro l’umanità e, sì, genocidio: in origine buddisti, poi sciiti perseguitati dai sunniti sia in Afghanistan che Pakistan, furono sterminati già nel 1890 dal re Abdul Rahman Khan, e nei primi mesi del 2018 già un migliaio ha perso la vita tra attentati e attacchi suicidi.

Quatriglio travasa e trasforma le vite, le storie – su tutte quella di Jan, ovvero Mohammad Jan Azad, qui co-sceneggiatore – già raccolte e filmate nei doc Il mondo addosso (2006) e il corto Breve film d’amore e libertà per enucleare nel dramma degli hazara il rapporto primario figlio-madre, in cui la cineasta condensa la dialettica fertile e umanissima tra conoscere, riconoscere e conoscersi.

Se la sceneggiatura tra ellissi, non detti e salti è sfidante, Sembra mio figlio istruisce senza infingimenti né paradigmi il parallelo tra il ricercare una madre e il cercare di fare cinema, pigiando sul minimo comune denominatore dell’umanità o, meglio, dell’appartenenza al genere umano. Una questione che si fa strada nei silenzi di Ismail, nella fisicità così calma e dirompente insieme del poeta Basir Ahang, di cui risuonano muti i versi: non è un film perfetto, Sembra mio figlio, ha tutte le imperfezioni che fanno l’uomo, le mancanze che chiamano alla complementarità, la necessità di uno sguardo altro. Il nostro: sembra mio figlio, è uno spettatore.

NOTE

- REALIZZATO IN COLLABORAZIONE CON FILM IN IRAN CON IL SUPPORTO DI EURIMAGES CON IL CONTRIBUTO DEL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI E DEL TURISMO E CROATIAN AUDIOVISUAL CENTER CON IL SUPPORTO DI BELGIUM TAX SHELTER E FRIULI VENEZIA GIULIA FILM COMMISSION E REGIONE LAZIO FONDO REGIONALE PER IL CINEMA E L'AUDIOVISIVO.

- FUORI CONCORSO AL 71. FESTIVAL DI LOCARNO (2018).

CRITICA

"Costanza Quatriglio è una personalità di rara costanza, professionalmente e umanamente, ha fornito prove molto convincenti della sua fiducia nel cinema come strumento etico per capire la realtà. La nuova prova è 'Sembra mio figlio' (...) viaggio di estrema fatica morale e materiale, un viaggio all'indietro nel suo inconscio fino a trovarsi tra donne in attesa di deportazione: scena magica. Non c'è alcuna retorica: immagini, silenzi, sguardi sono eloquenti e il volto di Ismail (Basir Ahgang) è quello di tutti noi, figlio di ognuno." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 20 settembre 2018)

"Divisa in due parti, Europa e Asia, è la ricostruzione, scabra e insieme evocativa, della storia vera di un rifugiato, uno dei ragazzini del doc "Il mondo addosso" (2005). (...) Nei titoli di coda si ricordano le stragi degli hazara afgani, che da maggioranza etnica è diventata piccola minoranza sparsa nel mondo. Già il volto di Ismail (il poeta Basir Ahang), amato e interrogato dalla cinepresa in una scelta quasi esclusiva di primi piani e rari scorci sociali netti, è una trama materica di sofferenze di diaspora nella sensibilità dei nostri giorni. Concentrato il dialogo con la madre e il conflitto col fratello in flebili telefonate, il film si apre poi al "ritorno" tra deportazioni e omicidi di massa con un colpo di cinema (da una discoteca a un rito religioso) e un finale emblematico. È però l'intero progetto a funzionare, un aspro frutto di finzione generato da un poderoso albero di documentazione. Quattriglio è tra i migliori cineasti italiani." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 20 settembre 2018)

"(...) Sopravvalutato dramma antileghista e sinistroide con il pregio di portare all'attenzione pubblica la tragedia di un popolo ingiustamente massacrato dai talebani. Il resto è sceneggiatura debole, dialoghi futili e personaggi «tagliabili» come la bionda slava avulsa dalla trama. Non dalla noia." (SteG, 'Il Giornale', 21 settembre 2018)
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