Second Chance

En chance til

DANIMARCA - 2014
Second Chance
Andreas e Simon sono due poliziotti, buoni amici tra loro anche se le loro esistenze scorrono su binari differenti: Andreas è sposato e conduce un vita tranquilla; Simon invece, ha divorziato da poco e passa il suo tempo negli strip club a ubriacarsi e in cerca di risse. Un giorno, i due sono chiamati a sedare una lite domestica tra un ragazzo e una ragazza tossicodipendenti. Durante il sopralluogo, Andreas scopre il piccolo neonato della coppia chiuso dentro un armadio: da quel momento qualcosa in lui cambia e, perdendo la cognizione di cosa sia giusto e cosa no, compirà un gesto assurdo...
  • Altri titoli:
    A Second Chance
  • Durata: 104'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: DCP (1:2.35)
  • Produzione: ZENTROPA ENTERTAINMENTS34 APS, IN COPRODUZIONE CON ZENTROPA INTERNATIONAL SWEDEN, FILMFYN, FILM I VÄST
  • Distribuzione: TEODORA FILM (2015)
  • Data uscita 2 Aprile 2015

TRAILER

NOTE

- REALIZZATO CON IL SOSTEGNO DI THE DANISH FILM INSTITUTE, THE SWEDISH FILM INSTITUTE, EURIMAGES, NORDIC FILM & TV FUND; IN COLLABORAZIONE CON DR AND SVERIGES TELEVISION.

- PRESENTATO AL 32° TORINO FILM FESTIVAL (2014) NELLA SEZIONE 'FESTA MOBILE'.

CRITICA

"(...) dopo due produzioni hollywoodiane o comunque giocate fuori casa (con Bradley Cooper e Jennifer Lawrence l'ultima, con Pierce Brosnan la precedente ), Bier con 'Second Chance' torna al suo habitat - sempre che le radici nazionali possano avere la meglio sul cosmopolitismo nella figlia di un ebreo tedesco e di un'ebrea di origine russa - per inventare una storia che ci vuole davvero una bella fantasia a inventare: non, dice lei, con l'obiettivo di scioccare il pubblico, ma di provocarlo e farlo pensare. Ma il dubbio, onestamente, c'è. Trattandosi di un racconto dai risvolti thriller non si può purtroppo anticipare più di tanto, e quindi argomentare il sospetto che la volontà di scioccare sia presente eccome. (...) Quello che si può dire è che, se l'idea (ancorché tanto estrema da sembrare davvero un po' malata ) è sicuramente forte, il suo svolgimento non lascia soddisfatti. Intanto un punto chiave. Nell'esplorazione dei misteriosi e sorprendentemente labili confini tra bene e male - ciò che evidentemente sta molto a cuore alla regista - la regista stessa ritiene che sia indispensabile provocare nello spettatore un terremoto emotivo coinvolgendo la sua empatia per situazioni e personaggi. Questo intendeva ottenere anche qui, soprattutto inducendo il pubblico a guardare se non proprio con piena solidarietà comunque con problematica comprensione specialmente ai personaggi di Andreas e anche di Sanne (...). Ma ciò non accade. Fanno tutti ribrezzo, e nessun interprete è all'altezza di una tragedia cosi fosca." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 30 marzo 2015)

"(...) è un thriller su cui si depositano ombre molto scandinave che attengono ai tormenti della psiche e alle turbe della mente. (...) L'idea della regista Susanne Bier e del suo sceneggiatore Anders Thomas Jensen è che in ognuno di noi c'è un lato oscuro pronto a scattare in determinate circostanze (...) la Bier mantiene un buon livello di suspense e Nicolaj Coster-Waldau si conferma interprete incisivo, ma in qualche modo il registro poliziesco del film ne indebolisce la credibilità di thriller dell'anima e viceversa. In particolare a essere penalizzato è il personaggio determinante del collega Simon, che resta sbiadito sebbene impersonato dall'ottimo Ulrich Thomsen di 'Festen'." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa' 2 aprile 2015)

"Il film segna il ritorno di Susanne Bier in Danimarca e ai suoi dilemmi morali pre-Oscar con un quesito che non può lasciare indifferenti: possiamo giustificare chi fa scelte sbagliate per la giusta ragione? Tutti potrebbero avere un'altra chance grazie al crimine del ladro di bambini, ma la resa dei conti arriva." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 3 aprile 2015)

"Scambio di neonati, ma non è commedia (Totò, 'Il 7 e l'8'), né mèlo ('I figli della mezzanotte') e neanche dramma ('Father and Son'), qui vuole proprio diventare tragedia, col turbo. Per riconquistare la fama e il pubblico del nord Europa dopo la fuga hollywoodiana Susanne Bier sembra bisognosa di calcare la mano. Troppo. (...) Patinato e maldestro, un po' rozzo negli estremi drammatici d'ambiente e nelle personalità, cerca colpi di scena funesti." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 3 aprile)

"Un film danese di serie qualità. Lo firma Susanne Bier, Premio Oscar per 'In un mondo migliore', con regie anche a Hollywood e in Italia, sempre acclamata, spesso premiata, e lo ha scritto con Anders Thomas Jensen, uno sceneggiatore con il quale ha realizzato molti dei suoi film più impegnativi. Il testo, nel film di oggi, è importante perché propone un inconsueto intreccio psicologico, con crisi morali quasi laceranti e personaggi di cui si intuiscono non solo le ragioni ma i segreti. (...) Un groviglio ben congegnato e imbastito in modo che non si sappia chi agisce bene e chi agisce male. In atmosfere sempre più tetre e affannate. Susanne Bier intenzionalmente non lascia mai che lo spettatore tiri un sospiro di sollievo, pur confortandolo almeno nel finale dando ad Andreas una seconda opportunità, cioè, come diceva il titolo internazionale una 'second chance'. (...) Nikolai Coster-Waldau (...) tutti i dubbi e gli equivoci che lo lacerano, li incide solo sul suo volto. Con severo equilibrio, senza mai una nota di troppo. Meno contenuta, invece, Maria Bonnevie, la moglie mortalmente depressa." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 4 aprile 2015)

"I primi trenta minuti sono perfetti. (...) Il premio Oscar Susanne Bier è la regina del cinema shock mai sciocco. Da brava scandinava picchia duro dai tempi di 'Open Hearts' (2002) con drammi lancinanti perfettamente scritti e recitati. L'inizio della sua ultima fatica, reduce dal secondo flop hollywoodiano consecutivo 'Una folle passione', parte con il botto per poi inesorabilmente calare in efficacia con il passare dei minuti. (...) Abbiamo visto tanti film sui risultati degli scambi di neonati, dalla commedia con Ficarra e Picone 'Il 7 e l'8' al giapponese 'Father and Son' fino al francese 'Il figlio dell'altra' sul conflitto israeliano-palestinese. In questo caso la Bier ha l'ottima idea di raccontare il terribile gesto in diretta, facendoci precipitare con Andreas in un incubo thriller dal sapore poliziesco. E allora cosa c'è che non va? Lui: Andreas. Per avere una faccia abbastanza robusta da reggere un copione tosto come quelli della Bier devi essere Mads Mikkelsen, Ulrich Thomsen (qui è il collega problematico del protagonista) o Nikolaj Lie Kaas (è Tristan ma lo ricordiamo come il fratello sensibile di Thomsen nel capolavoro della Bier 'Non desiderare la donna d'altri'). Il biondo perfetto Coster-Waldau (assurto a fama mondiale con la serie tv fantasy 'Il trono di spade') ce la mette tutta nei panni di Andreas ma, specie nella seconda parte, non riesce a trasmetterci le emozioni necessarie per chiudere con il botto un film partito in quarta. Peccato. Al contrario, splendida prova in crescendo della modella May Andersen (primo film per lei) in grado di uscire dal letargo della tossicodipendenza spinta da un primario istinto materno. Il film, alla fine, è tutto suo. (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 5 aprile 2015)

"(...) la danese Susanne Bier (...) dirige in patria 'Second Chance': un ritorno sia all'ambientazione e alle atmosfere della cui portata drammatica spesso si è avvalsa, sia alle tematiche a lei consuete, alla descrizione delle relazioni affettive ed erotiche fra individui, segnati da inconsueti sconvolgimenti interiori, frutto di scelte difficili, dettate da eventi eccezionali. Un film (...) in cui, fra emozioni e interrogativi, si seguono le vicende di due famiglie, quella di Andreas (...) e quella di due tossicodipendenti (...). Al di là della dubbia credibilità e verosimiglianza di alcune circostanze, la vicenda di «En chance til» (titolo originale: «Un'occasione per») è piuttosto intrigante per le inequivocabili implicazioni etiche. In questo ritratto di una famiglia felice riflesso in uno specchio scuro, Susanne Bier e lo sceneggiatore Anders Thomas Jensen, oltre a interrogarsi in base a quali elementi una donna possa definirsi una buona madre, mostrano come in ogni persona alberghi un lato oscuro, pronto a emergere in determinate circostanze, imponendo scelte che non tengono conto di ciò che è lecito e di ciò che non lo è. In tali frangenti per Bier e Jensen non è questione di decisioni giuste o errate, poiché, alla luce di una mera logica pratica, acquistano importanza le motivazioni alla loro base. Una presa di posizione discutibile, chiara nel racconto di un dramma familiare, che è nel contempo un «thriller etico» (la suspense è di buon livello), un racconto pregevole per il notevole scavo esistenziale, in parte compromesso da una insistita dinamica speculare, dal continuo, calcolato confronto fra amore e violenza, fra giusto e iniquo, fra lusso/pulizia e precarietà/sporcizia: una eccessiva ricerca del sensazionale a scapito di una più variegata e ricca incursione nei meandri dell'animo umano." (Achille Fregato, 'L'Eco di Bergamo', 8 aprile 2015)
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