Rabbit Hole

USA - 2010
3/5
Rabbit Hole
Becca e Howie erano felicemente sposati e avevano un bimbo di quattro anni, Danny, morto a causa di un incidente stradale, provocato dal giovane fumettista Jason. I due coniugi hanno cercato di venire a patti con il dolore immergendosi in realtà differenti, ma il tempo e le vicende personali stanno portando entrambi verso un inevitabile allontanamento. Alcune scelte determinanti e la forza del loro amore riusciranno a dare loro il coraggio per elaborare il lutto e trovare la voglia di ricominciare ad affrontare la vita insieme.
  • Durata: 90'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: RED ONE CAMERA
  • Tratto da: pièce teatrale "Rabbit Hole - La tana del Bianconiglio" di David Lindsay-Abaire (Premio Pulitzer 2007)
  • Produzione: NICOLE KIDMAN, GEOFF LINVILLE, GIGI PRITZKER, PER SAARI, LESLIE URDANG E DEAN VANECH PER BLOSSOM FILMS, ODD LOT ENTERTAINMENT, OLYMPUS PICTURES
  • Distribuzione: VIDEA-CDE (2011)
  • Data uscita 11 Febbraio 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

Come affrontare la più dolorosa delle perdite? Quali conseguenze può avere, in un matrimonio felice, la morte dell’unico figlio? Danny, quattro anni, non c’è più da 8 mesi, travolto da un’auto mentre tentava di rincorrere il cane fuori dal cancello di casa: i genitori, Howie (Aaron Eckhart) e Becca (Nicole Kidman, anche produttrice), non si danno pace da allora. Ma lo fanno in maniera diversa: lui continua a condurre la vita di prima, lavora, gioca a squash, cerca un “contatto” quotidiano con la moglie, poi la notte rimane solo a guardare fino allo sfinimento i video con il bimbo che gioca. Lei è bloccata, sospesa tra l’incancellabile pensiero di quel figlio che non può più veder crescere e la spinta verso un cambiamento che passi anche dal disfarsi di qualunque cosa – vestiti, giocattoli – che quotidianamente sono lì a ricordarglielo.
E’ Rabbit Hole di John Cameron Mitchell, dramma sull’elaborazione del lutto tratto dall’omonima pièce teatrale premiata con il Pulitzer di David Lindsay-Abaire, anche sceneggiatore del film: misurato e splendidamente interpretato (nel cast ancheDianne Wiest, è la mamma di Becca), il lavoro di Mitchell – qui alla prima vera prova drammatica – non sorprende certo per originalità e non passerà alla storia, ma ha il grande pregio di sapersi confrontare in maniera dignitosa con un tema delicato e tante altre volte indagato sul grande schermo, senza l’abuso di scene madri, smarcandosi con classe dal rischio di portare il racconto verso svolte banali (la possibile sbandata di Howie verso un’altra donna) e centrando senza enfasi la questione del perdono (gli incontri di Becca con il giovane Jason, il liceale alla guida dell’auto che investì il bambino). Che fa il paio, integrandosi, con la sobrietà di una consapevolezza sì dolorosa, ma col passare del tempo “sopportabile” – e la metafora del mattone sempre in tasca non è affatto peregrina… – di una vita di sicuro alterata ma verso la quale si resta, nonostante tutto, aggrappati. Soprattutto insieme, affrontando le cose di tutti i giorni (come un barbecue in giardino con gli amici di sempre) facendo buon viso a cattivo gioco.
Il titolo, Rabbit Hole, fa riferimento al fumetto disegnato da Jason, incentrato su un ragazzino rimasto orfano del padre scienziato che attraverso una sua precedente invenzione, le tane del coniglio appunto, si introduce in un universo parallelo in cerca del papà perduto.

NOTE

- IN CONCORSO ALLA V EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2010).

- NICOLE KIDMAN E' STATA CANDIDATA AL GOLDEN GLOBE (NELLA CATEGORIA 'FILM DRAMMATICO') E ALL'OSCAR 2011 COME MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA.

CRITICA

"Dal regista indipendente americano John Cameron Mitchell (autore di 'Shortbus'), l'adattamento per il cinema dell'omonima pièce che è valsa al suo autore (che qui firma anche la sceneggiatura) il premio Pulitzer per il teatro (e tutto quello che c'è di buono in questo film un po' scontato, viene, non a caso, dal testo). Film indipendente, prodotto dalla Kidman che si cuce il personaggio addosso, anche se la sua inespressività botulinica inizia a pesare. Nondimeno è stata candidata all'Oscar." (Dario Zonta, 'L'Unità', 11 febbraio 2011)

"Piacerà anche a chi non è un ammiratore del regista John Cameron Mitchell. Mitchell è quello di 'Edwig la diva con qualcosa in più'. Per amare alla follia John Cameron bisogna essere newyorkesi, radical chic, preferibilmente bisessuali, inevitabilmente masturbatori su belle immagini. Oppure essere italiani (o francesi, inglesi, spagnoli) che aspirano a essere tutte le cose di cui sopra. Quando i bollettini dei film in lavorazione pubblicarono la notizia che a John Cameron era stata l'incombenza di dirigere la versione cinematografica del dramma di Lindsay Abaire, le perplessità tra gli addetti ai lavori non furono poche. Quella di Abaire è una pièce secca, con poche concessioni al melodramma gridato. L'unica ragione della trasposizione sembrava l'occasione di dare a Nicole Kidman una bella partona che la mandasse dritta all'Oscar. Mitchell incredibilmente qui è livido, guida la Kidman con fredda determinazione come solo sapeva fare Ingmar Bergman nel bel tempo perduto. E non solo la Nicole. Anche Aaron Heckart è sensazionale nei panni di Howie, il 'debole' della coppia (chi l'avrebbe sospettata tanta profondità nel bellastro biondo, eterna spalla di mattatrici?). II Mitchell che piace ai newyorkesi, l'immaginifico rileccato, lo si rivede solo fugacemente nelle sequenze oniriche, i sogni di Becca col coniglio che scava il buco. Sogni che sono, con ogni evidenza, un'esaltazione delle fantasie come unico antidoto al dolore." (Giorgio Carbone, 'Libero', 11 febbraio 2011)

"Il dolore di gente comune rendetelo come volete, anche come una redenzione, dato che ha avuto adolescente la perdita di un fratello, ma il terzo film di John Cameron Mitchell è una sorpresa se avete visto i primi. (...) S'innesta anche, promosso dal titolo che cita 'Alice nel paese delle meraviglie' (la tana del coniglio bianco in cui cade la bambina), la possibilità d'evadere in un mondo parallelo di controfigure, simulacri di un fumetto inseguito dal ragazzo che ha travolto e ucciso il piccolo Danny davanti a casa. Il resto è silenzio: non servono la famiglia, con accorati consigli alla resistenza, né il nuovo nipote o servizievoli amici che indicano banali uscite di sicurezza. Serve forse il tempo: e su questo tema cecoviano il film, tutto chiuso in una dimensione interiore, si conclude benissimo, con uno scarto poetico in cui si profetizza la cognizione del dolore e il nuovo assurdo, sconosciuto, capitolo: qualcosa faremo... Mitchell non è mai retorico, mai consolatorio, si accuccia in una dimensione patologica rarefatta in ostaggio al grande cast (...), ai suoi silenzi più che alle parole e ci spezza il cuore a nostra insaputa. Fortemente voluto da Mrs. Kidman, tratto dal dramma premio Pulitzer di David Lindsay Abaire che l'ha sceneggiato pronta cassa, il film dimostra la contromossa di Hollywood che ha preso a interessarsi di gente comune. " (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 11 febbraio 2011)

"Dal regista del grottesco 'Shortbus' (2006) ecco la melodrammatica cine-trasposizione della pièce di David Lindsay-Abaire vincitrice del Pulitzer. Vi si racconta la peggior tragedia privata: la perdita di un figlio ancora bambino. (...) Nicole Kidman (candidata all'Oscar per il ruolo) ed Aaron Eckhart danno il meglio di sé come prevedibile, la regia un po' di meno. Inevitabili le lacrime in un film che sfiora le vette del sensibile senza mai toccarle, ed è un peccato. Come lo è assistere alla crescente plastificazione facciale di una delle più (ex?) belle e talentuose star hollywoodiane. Consigliato solo dopo attenta auto-analisi esistenziale." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 11 febbraio 2011)
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