Quel fantastico peggior anno della mia vita

Me and Earl and the Dying Girl

USA - 2015
3,5/5
Quel fantastico peggior anno della mia vita
Greg Gaines ha deciso che anche il suo ultimo anno di liceo passerà all'insegna del completo anonimato, evitando ogni tipo di rapporto sociale per sopravvivere in quella giungla che è la vita sociale dei teenagers. Il suo unico amico è Earl, e con lui sin da bambino realizza cortometraggi-parodia di classici del cinema che però non hanno mai mostrato ad altri se non al padre di Greg. Poi, un giorno, sua madre lo costringe a frequentare più spesso Rachel, una compagna di classe affetta da leucemia. Greg accetta riluttante, ma passando sempre più tempo con lei, pian piano scoprirà quanto valore può avere un vero legame di amicizia.
  • Durata: 105'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: (1:2.35)
  • Tratto da: romanzo "Me and Earl and the Dying Girl" di Jesse Andrews
  • Produzione: STEVEN RALES, DAN FOGELMAN, JEREMY DAWSON PER RHODE ISLAND AVE
  • Distribuzione: TWENTIETH CENTURY FOX ITALY
  • Data uscita 10 Dicembre 2015

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Me and Earl and the Dying Girl, in Italia Quel fantastico peggior anno della mia vita, ha (stra)vinto al Sundance Gran Premio della Giuria e Premio del Pubblico, è passato fuori concorso al 33° Torino Film Festival, e ora porta in sala una sana ventata di indie stelle e strisce, genere sui generis recentemente falcidiato dalla serialità, che ne “prende in prestito” le meglio intelligenze creative.

Viceversa, Alfonso Gomez-Rejon viene proprio dalle serie (Glee e American Horror Story) e per il suo secondo lungometraggio di finzione si appoggia al romanzo d’esordio, e di culto, di Jesse Andrews (Einaudi): coming of age, cancer movie, teen movie, di tutto e di più, ma fatto bene, con delicatezza, empatia e (smell like) teen spirit, sul basso continuo indie, Sundance – e hipster, e nerd-fighetto – che ben conosciamo.

Siamo, poeticamente e, diremmo, pure ideologicamente, dalle parti di 500 giorni insieme, The Perks of Being a Wallflowere Little Miss Sunshine: il protagonista è Greg (Thomas Mann), un liceale di talento, ma scarsa autostima, che vivacchia sullo sfondo, senza emergere intenzionalmente, soprattutto, senza farsi toccare da alcunché. Ha in Earl (Rj Cyler) un “collaboratore” – guai chiamarlo amico – con cui realizza in live-action e stop-motion dei corti omaggio e parodia insieme dei capolavori della storia del cinema, da Arancia meccanica a Fitzcarraldo e Aguirre del maestro Werner Herzog. L’ultimo, però, avrà un soggetto originale e terminale: una compagna di scuola colpita dalla leucemia, Rachel (Olivia Cooke), di cui Greg finirà per diventare amico sincero, nonostante l’avvicinamento si debba al diktat di sua madre.

Ilare e ironico, e non solo nei remake artigianali, fresco ed esibizionisticamente sincero nella liaison disperata di Greg e Rachel, disadattato ed esibizionisticamente fuori dagli schemi, Quel fantastico peggior anno della mia vita non lascia indifferenti: nel gramo cinema attuale non è importante, è tutto.

NOTE

- PRESENTATO AL 33. TORINO FILM FESTIVAL (2015) NELLA SEZIONE 'FESTA MOBILE'.

CRITICA

"Agguati di retorica, lacrime facili nello script che evita il peggio e si mette nei panni scanzonati del neo giovane Holden, arricchito dall'esperienza. Il quadro è completato da parodie cinefile, animazioni in plastilina, le cose americane della vita e dalla misura emotiva di Alfonso Gomez-Rejon, aiuto di Scorsese che costeggia ma evita tranelli mélo. Un teen cast di ottima resa introspettiva con la dolorosa Olivia Cooke." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 10 dicembre 2015)

"(...) una delle più lievi, toccanti, divertenti, moderne, credibili, imprevedibili educazioni sentimentali viste al cinema da anni, premiata al Sundance e giustamente osannata dalla stampa di tutto il mondo (bello, ogni tanto, trovarsi in maggioranza). C'è dietro un romanzo di Jesse Andrews, tradotto da Einaudi con lo stesso titolo del film (in originale 'Me and Earl and the Dying Girl') e adattato dallo stesso scrittore. Il regista, alla seconda prova, viene dalla bottega di Scorsese (attenti agli omaggi) e ha già una capacità impressionante di maneggiare ogni possibile sfumatura psicologica ed espressiva. (...) Non pensate al solito film cinefilo per cinefili, però. Il cinema è solo l'esperanto emotivo, la piccola enciclopedia collettiva grazie a cui Greg e Rachel intessono una relazione sempre più lieve e insieme ricca, profonda e consapevole (niente amore, l'amicizia è più difficile da rappresentare). Impossibile non pensare al Giovane Holden naturalmente, anche se qui c'è perfino una nota in più: la felicità. Felicità di fare, amare, creare, malgrado tutto, in ogni circostanza. E senza prediche. Davvero di che credere ai miracoli. Almeno al cinema." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 10 dicembre 2015)

"(...) il film di Alfonso Gomez-Rejon (...) non è una fotocopia di 'Colpa delle stelle': qui la storia d'amore resta sublimata a livello di affettività elettiva; il dolore viene esorcizzato dall'ironia in una dimensione adolescenziale che nei limiti del possibile cerca di mantenersi ludica. Rejon accompagna il gioco fresco degli attori con vivaci movimenti di camera, che non diventano mai invadenti, e squisita finezza psicologica." ('La Stampa', 10 dicembre 2015)

"(...) leziosa versione indie del melodramma teen alla 'Colpa delle stelle' raccontata in voce fuori campo dal protagonista (...). Cancro, cinefilia, esistenzialismo da liceo, gli ormai immancabili genitori hippie (che sembrano ma non sono distratti), una mamma single alcolica, il professore di storia alternativo e il classico miglior amico afroamericano che vive nei quartieri poveri della città, il film dell'esordiente Alfonso Gomez-Rejon, tratto dal romanzo omonimo di Jesse Andrew, vira in commedia la premessa drammatica con un risultato più inautentico che originale. Non perché la leucemia non pub far ridere, ma perché il film è scritto fino all'asfissia, troppo impreziosito da una scenografia tutta colori pastello e intriso da scoppiare di ammiccamenti e autoreferenzialità (...). II tutto così fitto, controllato, che il film manca d'aria, e d'emozione vera." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 10 dicembre 2015)

"Pluripremiata al Sundance, l'opera seconda di Alfonso Gomez-Rejon (gavetta seriale: 'Glee' e 'American Horror Story') adatta il romanzo di Jesse Andrews (Einaudi) con gusto indie, sensibilità nerd-hipster e palato fighetto: coming of age e cancer movie per genere, 'The Perks of Being a Wallflower' e 'Little Miss Sunshine' per modelli, ironia e ilarità per cazzeggiare sul fine vita. Superbo nei corti di Greg ed Earl, tenero nell'amicizia, disadattato ed esibizionista nel racconto: comunque, avercene." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 10 dicembre 2015)

"Da qualche anno, è tornato a fiorire un filone cinematografico, del tutto particolare, come quello dei 'teen cancer movie', ovvero di quei film dove, inevitabilmente, uno dei giovani protagonisti finisce per ammalarsi di un tumore; tra questi, 'Colpa delle stelle' e l'italiano 'Bianca come il latte, rossa come il sangue', sono tra i più conosciuti. 'Quel fantastico peggior anno della mia vita', rispetto agli altri, si differenzia per il timbro ironico, quasi spiazzante (da questo punto di vista, ricorda l'eccellente '50 e 50'), con il quale viene affrontata e raccontata la malattia. Non il solito film strappalacrime, insomma, ma un'operazione molto più complessa, rischiosa: decisamente riuscita. (...) niente lacrime o pietismo. Senza mai cadere dalla sottile linea di equilibrio che unisce gioie e dolori, Alfonso Gomez-Rejon costruisce un prodotto terapeutico, di formazione e maturità, ironico come solo certe produzioni indipendenti sanno essere, colto, ricco di freddure azzeccate e mai disturbanti (vista la materia). Forse, il limite di un film simile è di essere troppo sopra la media del pubblico al quale si rivolge. Una tragi-commedia intellettuale, «all'europea», che rispecchia in pieno il potenziale del cinema 'indie'." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 10 dicembre 2015)

"Morire a 16 anni, ma è un 'mezzo' per dire la diversa intelligenza del cuore d'una generazione adolescente, di cui sappiamo sempre poco, almeno da quando rabbia e ribellione sono un ricordo istituzionale dei genitori. (...) il cinema avanza, la vita cede, eccetera eccetera, ma già in sceneggiatura, nonostante sia a rischio serio di sentimentalismo tragico, s'impone uno sguardo onesto sull'inconcepibile ingiustizia di morire giovani. Non è che mancano certi luoghi comuni da film indipendente (stessa produzione di 'Juno' e 'Little Miss Sunshine'), ma sono filtrati da un personaggio pensante e divertente, più vicino ai ragazzi di 'L'amore che resta' di Van Sant che ai fantocci mélo di 'Colpa delle stelle'. Il trio, a partire dal volto scettico di Mann, è un andante a volte con moto, altre grazioso o grave." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 11 dicembre 2015)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy