Prova a incastrarmi

Find Me Guilty

USA - 2006
Prova a incastrarmi
La vera storia di Giacomo detto "Jackie Dee" Di Norscio, membro del Clan dei Lucchese, che operava nel New Jersey. Dopo anni di indagini federali, venti componenti della famiglia Lucchese compaiono in tribunale per rispondere a 76 diversi capi d'imputazione. A metà di una condanna a trent'anni di reclusione, a Jackie viene offerta l'opportunità di abbreviare la detenzione a patto che testimoni contro molti dei suoi amici più cari. Disgustato dalla burocrazia del sistema giudiziario, e fermamente deciso a non tradire la sua "famiglia", Jackie affronta il processo nella duplice veste di imputato e avvocato difensore. Durato 21 mesi e svoltosi tra il 1987 e il 1988, quello del clan Lucchese è stato il processo penale più lungo della storia americana. 20 imputati, 20 avvocati difensori, 8 giurati sostitutivi, arringhe della difesa insolitamente lunghe e un verdetto tra i più scioccanti della storia giudiziaria americana.
  • Durata: 125'
  • Colore: C
  • Genere: AZIONE, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: YARI FILM GROUP, THREE WOLVES PRODUCTION, CROSSROADS ENTERTAINMENT
  • Distribuzione: MEDUSA
  • Data uscita 17 Marzo 2006

RECENSIONE

di Diego Giuliani
Sembra vederlo sogghignare, Sidney Lumet, mentre gira Prova a incastrarmi. Immaginiamo il suo sguardo vispo mentre assembla il circo umano di immigrati italiani che affolleranno l'aula di tribunale. Mentre plasma un umilissimo Vin Diesel, trasformandolo da supereroe tutto bicipiti a boss mafioso, crasso e travolgente con la sua semplicità da marciapiede. E soprattutto, come lui stesso ammette, mentre si prende beffe dell'autorità. Il suo indice inquisitore torna ancora una volta a puntare sul sistema giudiziario. Che si tratti di mafia è un dettaglio marginale. Quelli che lui fotografa sono in fondo criminali piccoli piccoli. Un'improbabile Armata Brancaleone di nani, sempliciotti e impomatati, a cui ricorre per mettere in scena ben altra storia. Impossibile non stare dalla loro parte, conclamate vittime di una persecuzione del sistema, più che altro in quanto italiani. Quanto più il processo (20 imputati, 66 capi d'accusa, 5 giorni di sedute a settimana per ben due anni) assume il carattere di una crociata, tanto più Lumet sogghigna. All'offensiva di codicilli, leggi e pretesti, risponde con l'arma più distante e improbabile: la semplicità e la forza dell'elemento umano. Ed è qui che a sorpresa trova uno straordinario alleato in Vin Diesel. Irriconoscibile e imbolsito nel ruolo del boss Jack Di Norscio, sembra vedere anche lui sul set. Battute a raffica in italoamericano strascinato, mimica accentuata che riempie lo schermo, sfumature che non gli abbiamo mai visto: la sua recitazione parla dell'umiltà con cui si è prestato a Lumet, fatto rivoltare e ricostruire da capo, pendendo dalle sue labbra. Aveva visto giusto il regista di Serpico, quando ha deciso di costruire il film intorno a lui. Basta quasi soltanto lui a tenere in piedi in film: tanto sorprendente nella sua metamorfosi, da mettere in ombra tutti quei piccoli e straordinari dettagli, che regalano al film il suo equilibrio. Sogghignamo anche noi con Lumet. E lo ringraziamo per averci fatto scoprire un attore nuovo: Vin Diesel.

NOTE

- IN CONCORSO AL 56MO FESTIVAL DI BERLINO (2006).

CRITICA

"Presentato in concorso in anteprima mondiale, l'irresistibile 'Find Me Guilty' è uno di quei film che fra poco nessuno sarà più capace di realizzare, ed è una fortuna che a 80 anni suonati il grande Sidney Lumet sia saltato sull'occasione. Solo una vecchia volpe come lui poteva fare di Jack Di Norscio, gangster di mezza tacca con il culto della famiglia e la faccia tosta dell'istrione, una specie di eroe americano. Ma la vera sorpresa è Vin Diesel, che con il parrucchino rosso di Di Norscio domina il film." (Fabio Ferzetti', 'Il Messaggero', 16 febbraio 2006)

"L'ottantaduenne Sidney Lumet appartiene a quella generazione di registi americani che hanno illustrato la capacità della più grande democrazia del mondo di sviluppare gli anticorpi della critica alla propria società. (...) Stavolta dev'essersi proprio divertito, dall'alto della sua età e della sua autorità, a realizzare con 'Prova a incastrarmi' ('Find me Guilty') un film che rispetta, sì, quella grande tradizione di cinema processuale che proprio lui cominciò con 'La parola ai giurati' ('Twelve angry men', che tra l'altro fu solo in seconda battuta un film, perché come 'Il giorno del vino e delle rose' e come 'Marty' proveniva negli stessi anni Cinquanta dalla televisione), ma si muove come un acrobata sul filo dell'ambiguità, mettendosi al servizio di un personaggio molto equivoco, anzi decisamente negativo. (...) Il film e il ruolo del protagonista sono una tribuna d'onore per l'attore che interpreta Jackie: Vin Diesel. Che mette in campo una gamma vastissima di sfumature, che non nega niente della sua montagna di vizi e debolezze, e forse proprio per questo riesce a comunicare in modo tanto diretto e 'umano' con la gente comune che deve giudicarlo. Una prova anche questa, in definitiva, di democrazia. Gran parte del materiale travasato nel film viene dai verbali del processo." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 17 marzo 2006)

"Affollato, antiquato, irresistibile, 'Prova a incastrarmi' (da una storia vera) è uno di quei film che fra poco nessuno sarà più capace di realizzare. E' una fortuna che il grande Sidney Lumet, 80 anni suonati, sia saltato sull'occasione. Solo una vecchia volpe come lui poteva fare di Jack Di Norscio, gangster di mezza tacca, istrione, familista, faccia tosta a prova di proiettile, una specie di eroe americano. Che alla fine del fluviale processo al clan Lucchese, 76 capi d'accusa, 21 mesi di udienze fra il 1987 e il 1988, riesce contro ogni logica a sedurre la giuria popolare. E' una sorpresa Vin Diesel, che domina il film con gesti rotondi, voce roca e toupet amaranto. Sono indovinatissimi i toni, sempre a cavallo tra la farsa e il melodramma. Tutta da godere la cascata di facce da galera, colpi bassi, infarti, delazioni, ribaltoni (ma è bella anche la scena d'amore e rabbia dietro le sbarre con Annabella Sciorra). L'avvocato nano è un'invenzione. Ma la corsa finale con abbraccio fra imputati e giuria è storia." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 17 marzo 2006)

"Il vero DiNorscio è morto mentre il grande 80enne Sidney Lumet, che classe!, da sempre cultore di drammi giudiziari ('Parola ai giurati', 'Serpico') girava in aula questi 125 minuti dal ritmo serrato, dove l' etica fa capriole, parlati con gli atti dell' inchiesta. Star un gangster simpatico per cui l'avvocato patteggia l' apparizione tv: il rischio è sempre quello di farci apprezzare i padrini. Vin Diesel senza muscoli, ingrassato ingurgitando gelati, è bravissimo, un brillante infame nel cast perfetto di un film processo che è come il Vincitori e vinti della mafia." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 17 marzo 2006)

"Sidney Lumet si diverte e ci diverte con le oltre due ore di mosse e contromosse di 'Prova a incastrarmi', dedicato al clamoroso e controverso processo, durato circa due anni, al clan mafioso dei Lucchese che contò ben 76 capi d'accusa, 20 imputati e altrettanti avvocati difensori... (...) Ne risulta un film di vecchio e robusto stampo, valorizzato da una sfilata di magnifici caratteristi (da non perdere l'avvocato nano), dal mix di rabbie e melodrammi, da un dibattito giudiziario sui generis - i portabandiera della legge sono antipatici e gli avanzi di galera irresistibili - e dallo show a base di colpi bassi, gelati ingurgitati e toupet color vinaccia tipico di un ambiguo antieroismo yankee a conti fatti vincente. Nell'ambito dello specifico filone lumettiano, la cui claustrofobia di base è sempre contrappuntata dall'originalità stilistica, si è visto forse di meglio (da 'La parola ai giurati' a 'Serpico'), ma in questo caso la somma abilità sta nel costringere lo spettatore giunto al the end ad essere indeciso se applaudire gli istrionici padrini o deprecare un verdetto affidato ai guizzi estemporanei del cosiddetto fattore umano." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 17 marzo 2006)


"A ottant'anni Sidney Lumet, leggendario regista di 'Serpico' e 'Un pomeriggio di un giorno da cani' conserva tutta la freschezza del suo straordinario talento e porta in gara al festival, in anteprima mondiale, 'Find Me Guilty', un film all'altezza dei suoi più famosi capolavori in uscita con Medusa in primavera. La storia, interpretata da un bravissimo Vin Diesel oggi alle prese con un progetto ambizioso su Annibale il conquistatore, racconta con humour e ritmo da legal thriller il più lungo processo penale della giustizia americana." (Titta Fiore, 'Il Mattino', 16 febbraio 2006)

"Come sempre attratto dai paradossi americani, il secondo veterano in concorso ha, però, puntato troppo sull'interprete, un Vin Diesel a briglia sciolta che soffoca sul nascere ogni accenno di sfumatura drammaturgica. Nell'ambito del genere processuale - la cui monotonia di base è spesso contrastata dall'originalità stilistica - si è visto di molto meglio, mentre in questo caso, al termine di una maratona di oltre due ore, non sappiamo più se applaudire l'istrione o deprecare un verdetto affidato alla casualità del fattore umano. 'Gli errori dell'autorità risvegliano il mio interesse', ha proseguito amaramente Lumet. Peccato che quelli dei registi ricadano solo sui malcapitati spettatori." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 17 febbraio 2006)

"Nella tradizione hollywoodiana delle simpatiche canaglie viaggia con il suo vero nome Giacomo DiNorscio, di cui gli autori hanno cambiato solo il nomignolo in Jackie Dee dall'originale Fat Jack. E questo evidentemente perché il geniale interprete Vin Diesel non è grasso e non era disposto a mettere su venti chili: la sua caratterizzazione è basata sulla battuta 'non sono un gangster, ma un gag-ster' (questa, pare, originale), che sintetizza l'atteggiamento irridente tenuto dal mascalzone per tutto il processo. Va confermato che DiNorscio, il quale stava scontando una pena di 30 anni per reati vari (ne fece 17, è morto da poco), preferì fare il buffone piuttosto che la spia; ma basta una scorsa al libro 'The Boys of New Jersey' di Robert Rudolph per capire che non fu per merito (o colpa?) di 'Fat Jack' se il processo finì come non doveva finire. Un'assoluzione piena la merita invece il regista Lumet per aver dato vita a un drammone giudiziario traboccante di vitalità e umorismo." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 17 febbraio 2006)

"Coincidenze di calendario e comuni attrazioni tematiche che ieri hanno fatto sfilare insieme una coppia di vecchie volpi del cinema come Sidney Lumet e Claude Chabrol. Nobili artigiani, nel senso più alto del termine, tanto da far passare in secondo piano il fatto che i loro nuovi film seguano il più classico spartito con Lumet che fa Lumet e Chabrol che fa Chabrol. Niente di più, niente di meno: una 'tautologia di qualità' che se da un lato non spezza equilibri verso inedite deviazioni cinematografiche, dall'altro dà la certezza di pellicole ben fatte. Soprattutto se a trapuntare i racconti in questione interviene quel filo di ironia che si incunea come un virus nella serietà dell'argomento. (...) Rapporti di forza tra dignità che sembrano emergere da altre epoche e schiaffi di potere che si consumano tra risate e colpi bassi. Insomma, lo smascheramento dei tanti loghi comuni sulla mafia italo-americana che sullo schermo si traduce in una sorta di one-man-show in grado di palleggiare scene continuamente uguali-e-diverse nelle strettoie affollate dello stesso palazzo di giustizia." (Lorenzo Buccella, 'L'Unità', 17 febbraio 2006)
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