Parliamo delle mie donne

Salaud, on t'aime

FRANCIA - 2014
2,5/5
Parliamo delle mie donne
Jacques, fotografo di guerra di fama internazionale e padre assente, trascorre più tempo a prendersi cura della sua fotocamera che delle sue quattro figlie Primavera, Estate, Autunno e Inverno. Trasferitosi da Parigi a Praz-sur-Arly, un paesino ai piedi del Monte Bianco, vuole trascorrere un felice riposo dal lavoro in una splendida baita nelle Alpi con la sua nuova compagna Nathalie. Jacques, però, sente di essere arrivato a un momento dove, per essere realmente appagato, ha bisogno di riconciliarsi con la sua famiglia e le sue quattro figlie, avute da donne differenti. Compito arduo, perché lui ha sempre preferito il lavoro agli affetti familiari. Così, il suo migliore amico Frédéric, spinto da una profonda e irrazionale amicizia, tenterà di farlo riconciliare con la famiglia attraverso una messinscena. Un'oscura menzogna che sconvolgerà la sua vita e quella delle persone intorno a lui, in quei giorni di apparente e festosa tranquillità.
  • Durata: 109'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO, ROMANTICO
  • Produzione: LES FILM 13, RHÔNE‐ALPES CINÉMA
  • Distribuzione: ALTRE STORIE
  • Data uscita 22 Giugno 2017

TRAILER

RECENSIONE

di Gianfrancesco Iacono

Jacques Kaminski (Johnny Hallyday) è un celebre fotografo ormai avanti negli anni, che ha sempre anteposto la propria carriera alla cura delle quattro figlie nate, ciascuna, da una donna diversa. Acquistata un’imponente tenuta sulle Alpi, Jacques vi attende l’arrivo delle figlie nella speranza di riconciliarsi, seppur tardivamente, con esse.

Con Parliamo delle mie donne (al posto dell’originale e più colorito Salaud, on t’aime – Bastardo, ti amiamo), Claude Lelouch, fedele a se stesso, torna a parlare di sentimenti, di padri e di figli che faticano a comprendere le ragioni dell’altro, di uomini che amano (troppo, e dunque superficialmente) le donne, ammantando il tutto di malinconia senile e di rimpianto, chissà fino a che punto autobiografico, per il passato perduto.

La ricetta è consueta, quasi da usato sicuro, ma non basta adoperare la macchina a mano e servirsi, qui e là, di long take per ravvivare un copione spento in partenza; perennemente indeciso tra commedia e dramma, il film sconta anche il piatto tratteggio dei personaggi che non riesce mai a far veramente appassionare ai turbamenti individuali, e la noia è dietro l’angolo.

NOTE

- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI CANAL+, LA REGIONE RHÔNE‐ALPES, CENTRE NATIONAL DU
CINÉMA.

CRITICA

"Storia piccola, prevedibile, iper conformista nel suo anticonformismo, come gli occhi fessura di Johnny Halliday. Cinema romantico a più voci, elegante nella fluidità dei piani sequenza e dei panorami, molto Mulino Bianco nei festosi e rustici pranzi, vino rosso e Moustaki, con omaggio a 'Un dollaro d'onore'. In 'Parliamo delle mie donne' tutto rischia di essere fastidioso e prevedibile: fra le girls le migliori sono Bonnaire ed Irène Jacob." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 22 giugno 2017)

"Con 'Parliamo delle mie donne' (...), i film diretti da Claude Lelouch toccano quota quarantaquattro. Dai tempi di 'Un uomo, una donna' - e si parla di mezzo secolo fa - la formula non è cambiata: la vita, l'amore, la morte, l'amicizia e la famiglia con gran spolvero di sentenze e di luoghi comuni; qui rinforzati da immagini della natura e di animali, tra cui un onnipresente aquilotto. Se i personaggi passano a tavola metà del film, Hallyday, Bonnaire e Mitchell sono commensali che non spiace affatto ritrovare." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 22 giugno 2017)

"Basta una sequenza di «Parliamo delle mie donne» (...) per farci amare teneramente il regista che a ottant'anni suonati continua pervicacemente a rifare il cinema che abbiamo a suo tempo odiato. Giustamente, peraltro, perché la generazione di critici e cinéfili forgiata dal fatale Sessantotto, doveva giocoforza liberarsi dal sentimentalismo kitsch e la poetica da fotoromanzo elevati dall'autore di «Un uomo, una donna» a cifra inconfondibile di una lunga e fortunata carriera. Oggi, però, quando l'arte chiave del Novecento ha dilapidato quasi tutto il suo patrimonio sociale e culturale, diventa impossibile e anche sbagliato non concedere l'onore delle armi (e del prezzo del biglietto) al favoloso mondo di Claude. Un presepe smaccato e irresistibile che fa dei contenuti spiccioli una sorta di poema, dei miraggi piccolo borghesi un trattato filosofico e del senso di convivialità familiare un brand francese indifferente al cambio delle mode." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 22 giugno 2017)

"Regia del sommo Claude Lelouch (...), che affida a un impassibile - suo malgrado - Hallyday onore e onere del portato autobiografico: il quasi 80enne cineasta di figlie ne ha avute sette da quattro compagne diverse, e questo 'Parliamo delle mie donne' (in originale 'Salaud, on t'aime', ovvero 'Bastardo, ti amiamo', 2014) suona autobiografico. È anche la sua prova migliore da anni a questa parte, sebbene lo scioglimento inconsulto parrebbe da addebitare a un colpo di calore o giù di lì. Bene gli interpreti (Bonnaire incantevole), vezzosa l'atmosfera femminile, e più non dimandate." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 22 giugno 2017)

"Oltre due ore di racconto che si trascina su un paio di malintesi, la reiterata cover di Moustaki di 'Aguas de Março' di Jobim e un'aquila ammaestrata. Troppo e troppo poco." (Antonello Catacchio, 'Il Manifesto', 22 giugno 2017)

"Con grazia leziosa e zero cinismo, Lelouch non racconta una riunione di famiglia come un'altra, e nella menzogna s'annida una verità inattesa. Noi spettatori smaliziati lo capiamo in fretta, e ci trastulliamo coi paesaggi, la bellezza delle attrici e il carisma un po' antico un po' plastico di quel marpione di Hallyday: interprete di uno che le sue donne le ha amate e «le ha fatte piangere», di un duro da western che in fondo ha un cuore grande così. Non è mai troppo tardi, per dimostrarlo." (Federico Gironi, 'Il Messaggero', 22 giugno 2017)

"Piacerà se nel corso dei decenni non vi è mai venuta la reazione di rigetto nei confronti di Lelouch e del suo cinema astutamente rugiadoso. E se negli ultimi lustri v'è cresciuta l'ammirazione per Halliday, mai stato simpatico da giovane, ma rivelatosi da vecchio l'unico degno erede di Yves Montand." (Giorgio Carbone, 'Libero', 22 giugno 2017)

"Ci sono momenti caratteristici della commedia (i migliori), ma anche istantanee sentimentali e finale drammatico (il meno riuscito); in pratica, la cifra stilistica dell'ottantenne Lelouch. Che poi lo stesso autore si sia sposato quattro volte come il suo protagonista, con sette figli nati da cinque differenti compagne, fa sembrare il tutto molto autobiografico. I primi novanta, fluidi, minuti ti incollano allo schermo. Peccato per un epilogo deludente. In ogni caso, un bel vedere." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 22 giugno 2017)

"(...) nella cornice di una baita immersa in una magnifica natura alpina, Lelouch dimostra la mano felice di sempre nell'intessere - fra chiacchiere, rimpianti, musica, tavolate - scene di soffusa intimità familiare e amicale; purtroppo però anche qui, come spesso gli succede, a un certo punto ingarbuglia il copione, appesantisce il gioco e lo rovina." (S.N., 'La Stampa', 22 giugno 2017)

"Che aria d'altri tempi in maldestra sceneggiatura domestica con finale a colpo di scena." ('Nazione-Carlino-Giorno', 22 giugno 2017)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy