Paranoid Park

FRANCIA, USA - 2007
Paranoid Park
Alex è un diciottenne di Portland sempre in giro sul suo inseparabile skateboard. Un giorno, accidentalmente, uccide un agente di sicurezza e, invece di cercare aiuto o di costituirsi alla polizia, fugge cercando in ogni modo di nascondere l'accaduto. Alex dovrà imparare presto quanto possa essere difficile mantenere un segreto.
  • Altri titoli:
    Paranoïd Park
  • Durata: 85'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, PSICOLOGICO
  • Specifiche tecniche: ARRIFLEX, 35 MM (1:1.85)
  • Tratto da: romanzo omonimo di Blake Nelson
  • Produzione: MK2 PRODUCTIONS
  • Distribuzione: LUCKY RED, DVD: LUCKY RED
  • Data uscita 7 Dicembre 2007

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Un parco per skater a Portland, la pista a bruciare follia, dannazione, assenza di fissa dimora: forse, solo gioventù. Non si può essere seri a 17 anni, scriveva Rimbaud un secolo fa: figuriamoci oggi, a 16. Sono gli anni di Alex (Gabe Nevins), che sulla West Coast sperimenterà altri paradisi artificiali. No, non è la droga, ma la paura, quella che tutti hanno a Paranoid Park. E il caso. Un caso malevolo, che per legittima – e giovanile – difesa lascia abbarbicati al treno Alex e un balordo, e sulla massicciata un vigilante troncato in due da un altro treno…
Gus Van Sant prende il romanzo omonimo di Blake Nelson (pubblicato in Italia da Rizzoli), uno scrittore di e per adolescenti, e ripercorre le orme teen già calcate con Will Hunting – Genio ribelle (1997, nove nomination e due statuette agli Academy Awards), Scoprendo Forrester (2001), Gerry (2002), Elephant (2003, Palma d’Oro per il miglior film e miglior regia a Cannes) e l’unofficial biopic di Kurt Cobain Last Days (2005).
Premio del 60° anniversario all’ultimo festival di Cannes, Paranoid Park è quello adolescenziale dell’America neocon, che esporta democrazia per importare atonia, e viceversa. Van Sant depura le scene di ogni elemento deperibile, alza il tiro poetico per non cadere nella didascalia dell’instant movie, prende i prediletti giovani per dire qualcosa a loro, alla sua generazione e a quella precedente, stigmatizzando in ottica glocal la terra di nessuno che sono gli States. Park è recinto, area protetta, divertimento-diversivo, che fa coppia con la paranoia dura e pura del Sistema, che l’Iraq (elemento centrale del “fuoricampo” del film, tanto da farne l’unica messa a fuoco della tragedia irakena, alla faccia di Jarhead, Syriana e Leoni per agnelli) e il resto del mondo manco te lo fa individuare su una cartina.
Materia da bruciarsi le mani, che il regista di Louisville, Kentucky padroneggia paratattico e materialista, a tal punto da risultare memoriale e spirituale – vedi, anzi senti, la colonna sonora, complice il Nino Rota chez Fellini di Amarcord e Giulietta degli spiriti.
Amarcord e spirito/i, che oggi non battono più bandiera stelle & strisce, anzi. Le stelle si fanno piccole: stellette; le strisce disegnano un orizzonte carcerario, da Guantanamo alle periferie metropolitane di Portland. E’ l’America di Bush: Paranoid/Android.

NOTE

- IL REGISTA GUS VAN SANT HA ORGANIZZATO ATTRAVERSO INTERNET IL CASTING DEL FILM.

- PREMIO DEL 60MO ANNIVERSARIO AL FESTIVAL DI CANNES (2007).

CRITICA

"E in fondo il film stesso, con le sue immagini così ipnotiche e lavorate, in super 8 e in 35 mm., spesso accelerate, rallentate e accompagnate da musiche sorprendenti che ne amplificano il senso (non solo rock, c'è anche molto Nino Rota, da 'Casanova' a 'Giulietta degli Spiriti' e 'Amarcord'), è un po' come quei diari giovanili in cui entra di tutto, pagine scritte a mano e foto, ritagli, disegni etc. Un ritratto tracciato con gli strumenti usati dal soggetto, dunque ancora più somigliante. E capace di cogliere anche il mondo che gli gira intorno. Da qui, e non dal fatto di cronaca, parte Gus Van Sant. Ma proprio questo rende quel fatto, così terribile e straordinario, incredibilmente leggibile e vicino. (...) Finale aperto: conta la vicenda interiore, non quella giudiziaria. Ma è tutto il film, potremmo dire, ad aprirsi al nostro sguardo, portandoci dentro un mondo che non era facile rendere con tanta nitidezza." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 22 maggio 2007)

"Van Sant è un regista americano indipendente, dalla filmografia discontinua e dagli interessi versatili, ma mai banale nell'inventarsi un tono e uno stile: se 'Elephant' (nonostante la Palma d'oro del 2003) e 'Last Days' ci erano sembrati fastidiosi nonché pretenziosi, 'Paranoid Park' ritrova l'essenzialità e la delicatezza di To Die For' e 'Drugstore Cowboy'. (...) La suspense, grazie a un montaggio abilissimo di riprese in 35mm, video e super8, l'originale fotografia e l'incalzante colonna sonora, sovverte la banalità dei serial adolescenziali a favore di un réportage dell'anima, un'avventura segreta a metà strada fra il silenzio individuale e il frastuono del mondo." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 22 maggio 2007)

"Il film di Van Sant si fa notare soprattutto per due importanti collaborazioni: quella di Marin Karmitz, il patron della casa indipendente francese MK2 che ha prodotto interamente il film, e quella Christopher Doyle direttore della fotografia di Wong Kar Wai, che permette al regista di proseguire sulla linea delle sperimentazioni stilistiche di 'Elephant' e soprattutto di 'Gerry' (2002), piccolo capolavoro mai visto in Italia." (Giacomo Visco Comandini, 'Il Riformista', 22 maggio 2007)

"E' un 'Delitto e Castigo' ai tempi del liceo'. Ha ragione il cineasta, se non fosse per la colonna sonora paradossale, trova in quest'opera echi imprevedibilmente dostoijevskiani. Alla banalità del male di 'Elephant', strage di corpi e convenzioni in un college, alla sciatta noia di vivere del frontman Blake in 'Last Days' qui Van Sant ha il coraggio di opporre, o meglio di aggiungere, una visione più semplice e allo stesso tempo politica." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 22 maggio 2007)

"Il Paul di Seidl e l'Alex di Van Sant si somigliano molto. Sono ragazzi deboli che non diventeranno mai maschi 'Alpha', non saranno mai gli elementi dominanti del branco. Sono gregari che lottano per sopravvivere. America ed Europa, Est ed Ovest si ritrovano uniti dalle gerarchie sociali e dalla sopraffazione. La differenza è che il film di Van Sant riesce a trarre da tutto ciò una struggente bellezza, grazie anche sapientissimo uso delle musiche (nelle quali spicca un inaspettato omaggio a Fellini, con brani di Nino Rota da 'Giulietta degli Spiriti' e da 'Amarcord'); mentre il film di Seidl è di una sgradevolezza molto 'di testa', che può (e vuole) disturbare." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 22 maggio 2007)

"Qui il regista porta all' estremo il metodo messo in atto per 'Elephant' e, con maggior radicalità, per 'Last Days', smontando la linearità cronologica ma anche mescolando riprese con tecniche diverse (il Super8 per le immagini «in soggettiva» degli skater e il 35mm, con un mascherino da vecchia inquadratura televisiva, per il resto) e affidando al una elaboratissima colonna audio, fatta di rumori, musiche, parole e suoni, (compresa una citazione da Nino Rota) il compito di offrire allo spettatore una specie di riflesso sonoro delle contraddizioni psicologiche e comportamentali di Alex. In questo modo lo spettatore si trova davanti una specie di puzzle incompleto ma stimolante di un universo mentale che sfugge a ogni definizione, com' è quello appunto degli adolescenti, ribelli senza cause ma anche assassini per caso. E che Van Sant filma con empatia e curiosità insieme, senza mai lasciarsi andare a prese di posizione moralistiche, ma anche senza compiacimenti o facili giustificazioni." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 22 maggio 2007)

"Dite con le vostre parole il contenuto di 'Delitto e castigo'. Per Blake Nelson scrivere 'Paranoid Park' dev'essere stato un po' come svolgere il tradizionale tema scolastico (...) Da un libretto che può venir considerato una curiosa parafrasi letteraria tonificata da frequenti notazioni sugli usi e costumi delle tribù giovanili nella provincia americana, Gus Van Sant ha ricavato un film di firma. (...) Importante quanto eclettico è nel film il commento sonoro, nel quale fra musiche eterogenee si affacciano alcuni motivi felliniani di Nino Rota, che scopriamo rassicuranti come quando si incontra una faccia amica in una riunione di estranei. Tuttavia questa società adolescenziale, inquinata dai culti obbligati del consumismo, agita i problemi senza risolverli. E Macy intuisce, sostiene e consiglia Alex come nel libro, ma in fin dei conti inutilmente. Nel finale Gus Van Sant è più amaro di Blake Nelson, più pessimista di Dostoevskij. Se Porfirij al culmine dell'inchiesta confessa a Raskolnikov di invidiare il suo vitalismo, qui il detective Liu può paternamente compatire Alex ma non si sognerebbe mai di invidiarlo." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 7 dicembre 2007)

"Un film per sentire, prima che per capire. È 'Paranoid Park' di Gus Van Sant, che dopo i bellissimi 'Elephant' e 'Last Days' sa ormai affrontare le peggiori tragedie con l'agilità, la precisione, la leggerezza dei ragazzi che volteggiano sullo skateboard nel suo nuovo film. Cosa che naturalmente non esclude la fatica e il dolore. Anzi. (...) Un ritratto tracciato con gli strumenti usati dal soggetto, dunque ancora più somigliante. E capace di cogliere anche il mondo che gli gira intorno. Da qui, e non dal 'fatto di cronaca', parte Gus Van Sant. Ma proprio questo rende quel fatto, così terribile e straordinario, incredibilmente leggibile e vicino. (...) Finale aperto: conta la vicenda interiore, non quella giudiziaria. Ma è tutto il film, potremmo dire, ad aprirsi al nostro sguardo, portandoci dentro un mondo che non era facile rendere con tanta nitidezza." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 7 dicembre 2007)

"Il cinquantenne Van Sant è un regista dalla filmografia divagante e discontinua, ma mai banale nel reinventarsi un tono e uno stile: se 'Elephant' (nonostante la Palma d'oro vinta nel 2003) e 'Last Days' ci erano sembrati pretenziosi e fasulli, 'Paranoid Park' ritrova l'inquietante essenzialità di 'Drugstore Cowboy' e 'Da morire'. (...) La suspense trasforma l'apparente banalità da serial adolescenziale in una sorta di reportage psicologico. Van Sant è pienamente autore per come organizza l'impatto drammaturgico tra l'opaca gioventù di un'appagata provincia e la gelida evidenza del delitto, un atto gratuito senza rimorso degno di Camus e Dostojevski. Alex, interpretato dal commovente Gabe Nevins, decide di non confidare niente a nessuno, eppure sembra che gli amici, la fidanzatina, i genitori - più ancora degli investigatori della polizia - lo svuotino di ogni energia e ne distruggano le difese in un cupo ripiegamento che corrisponde, in fondo, all'accettazione "adulta" dell'anonimato e della tristezza." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 8 dicembre 2007)

"Ancora ragazzini belli e dannati per Gus Van Sant. Eletto miglior regista da Cannes nel 2003 per il suo
'Elephant' e peggior autore nel 1999 per il suo terribile remake di 'Psycho', icona del cinema indipendente americano dai tempi di 'Alice in Hollywood', in 'Paranoid Park' continua la sua osservazione del mondo adolescenziale. (...) Dopo il cinema mainstream alla 'Will Hunting', e dopo la trilogia della morte ('Gerry',
'Elephant', 'Last Days') Van Sant continua a muoversi sulla ritrovata strada dello sperimentalismo controllato. Riprese in super 8 per le volate in skate, movimenti di camera scomposti con arte, luoghi che si fanno personaggi, musiche da collezione e ragazzini scelti in rete, su myspace. Van Sant ha la capacità di mimetizzarsi nel mondo degli adolescenti come un lupo che si tinge di bianco il pelo per infilarsi nel gregge. Dei suoi protagonisti ci restituisce vuoti e pieni, odori forti e flebili emozioni. Lo sguardo adulto rimane lontano, alieno, se non in qualche piccolo tocco sullo sfondo. Come nella prima scena dove vediamo su piani diversi un gruppo di ragazzi giocare a football, due poliziotti che fermano uno studente di fronte alla scuola e, in primo piano, i nostri skater protagonisti. Siamo nel novembre 2006, i democratici hanno appena vinto al Senato americano. In una scena Van Sant riassume tutta la società Usa: i repubblicani del pallone sullo sfondo, la repressione in mezzo, i democratici radicali in primo piano. Ma questi sono solo piccoli spunti. Il resto è un'immersione nelle inquietudini di un sedicenne. Un Delitto e Castigo del XXI secolo, lo ha ribattezzato immodestamente Van Sant. Noi non siamo convinte che lui sia un nuovo Dostojevskij. E anche se le ossessioni sono le immagini predilette dallo specchio cinematografico, quelle di Gus non riescono a coinvolgerci." (Roberta Ronconi, 'Liberazione, '7 dicembre 2007)
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