Papi Chulo

IRLANDA - 2018
2,5/5
Papi Chulo
Strana e irresistibile l'amicizia tra Sean, weatherman di una stazione tv di LA, trentenne, gay, con una relazione finita alle spalle, ed Ernesto, ultrancinquantenne operaio cubano con moglie e figli, che ogni giorno va a dipingergli il terrazzo...
  • Durata: 98'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: DCP
  • Produzione: REBECCA O'FLANAGAN, ROBERT WALPOLE PER TREASURE ENTERTAINMENT

RECENSIONE

di Emanuele Rauco

C’è uno spazio delimitato ma vuoto al centro di Papi chulo, una terrazza da ristrutturare ma che il protagonista non è in grado di fare da solo. È una delicata metafora con la quale John Butler (all’opera seconda dopo lo scatenato The Stag) realizza una commedia di caratteri vecchio stile nella struttura ma moderna nella sensibilità.

I protagonisti sono due personaggi a loro modo solitari: Sean è un presentatore del meteo da poco single e che non riesce ad andare avanti dopo l’abbandono da parte del suo compagno; Ernesto è un operaio messicano che a Los Angeles cerca di sbarcare il lunario con lavoretti occasionali. Il loro incontro – dovuto al terrazzo da ridipingere – cambierà le loro solitudini. Butler (anche sceneggiatore) si pone all’estremo opposto del suo film precedente, gioca sull’economia di personaggi e situazioni, sembra voler quasi rarefare la commedia per far emergere al meglio le personalità e i loro tratti.

 

Il film infatti più che raccontare cosa accade ai due li fa raccontare, mette due mondi opposti – quello benestante e raffinato di Sean e quello gretto e vagamente omofobo di Ernesto – a confronto e lascia che si conoscano e si scontrano dando ai personaggi il modo di esprimersi con le parole, i gesti, la mimica: bravissimi in questo senso i  due protagonisti, Matt Bomer e la rivelazione Alejandro Patino, a incarnare mondi interiori racchiusi nei limiti spaziali e narrativi del racconto.

Un film piccolo, forse piccolissimo a cui Butler non sa dare sempre la spinta in grado di superare qualche cliché e semplificazione, ma anche un’opera abile a giocare di rimessa e a curare in modo efficace i pochi elementi a sua disposizione. In America li chiamano “feel good movies”, film che fanno stare bene: definizione appropriata.

NOTE

- PRESENTATO AL 36. TORINO FILM FESTIVAL (2018), NELLA SEZIONE 'FESTA MOBILE'.
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