Oltre le colline

Dupa dealuri

FRANCIA, BELGIO, ROMANIA - 2012
3/5
Oltre le colline
Dopo anni di lontananza, le due amiche Voichita e Alina si incontrano di nuovo. La diversità delle esperienze vissute le ha molto cambiate rendendo ora più difficile riitrovare il legame che le univa...
  • Altri titoli:
    Beyond the Hills
    Au-delà des collines
    Derrière les collines
  • Durata: 155'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 24 FPS (1:2.35)
  • Tratto da: romanzo omonimo di Tatiana Niculescu Bran.
  • Produzione: CRISTIAN MUNGIU, PASCAL CAUCHETEUX, GREGOIRE SORLAT, VINCENT MARAVAL, JEAN-PIERRE & LUC DARDENNE, BOBBY PAUNESCU JEAN LABADIE PER MOBRA FILMS IN COPRODUZIONE CON WHY NOT PRODUCTIONS, LES FILMS DU FLEUVE, FRANCE 3 CINÉMA, MANDRAGORA MOVIES
  • Distribuzione: BIM
  • Data uscita 31 Ottobre 2012

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Storia di un esorcismo andato a male, storia del bene che si fa male. Storia di amore e morte, storia di libero arbitrio e istituzione coatta. Dopo la Palma 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, il romeno Cristian Mungiu è ritornato al cinema – e in concorso a Cannes – per tallonare la relazione pericolosa di due amiche, due orfane alle prese col mondo: una monaca, l’altra perduta, si ritrovano, e si perdono ancora. Regia volutamente a scomparsa, Oltre le colline (Beyond the Hills) si apre il precipizio della carità: Mungiu ha idee forti, e capacità di trasformarle, ma pur premiate – dalla giuria di Nanni Moretti – rimangono dubbi sulla recitazione delle due protagoniste (Cosmina Stratan e Cristina Flutur), nonché sul coro greco, pardon, moldavo di monache scambiate per prefiche. Paratattico, pure troppo, all’orizzonte si scorge la noia e un nodo da slegare: soap d’autore? Chiedere al diavolo probabilmente.
Ma torniamo seri. Dopo 4 mesi, qui si sente ancor più cristallizzarsi la dialettica tra (Baudrillard, L’America) “un miracolo italiano – quello della scena; un miracolo americano – quello dell’osceno” rispettivamente travasati in stile e contenuto: piano, crepuscolare, il primo; “scandaloso”, ovvero esemplare, il secondo. Un meno e un più, in altre parole, che rischiano di azzerare, quantomeno reificare, l’autorialità stessa di Mungiu, condannandola a vasi d’Archimede che comunicano sempre nello stesso modo: uno pieno (storia) e l’altro vuoto (racconto). Obiezione, già saltuariamente applicabile al Neorealismo, abbastanza indifferente al valore intrinseco dell’opera, ma oltre le colline sorge il dubbio della maniera, della costruzione di un’alchimia forma-contenuto difficilmente suscettibile di ribaltamenti e persino modificazioni. Non vale solo per Mungiu, a ben vedere, ma per l’intera nouvelle vague romena: siamo ancora al mero sospetto o giù di lì, ma occorre vigilare. Fatto sta, il meglio film romeno ultimo scorso è Autobiografia lui Nicolae Ceausescu di Andrei Ujica. Un documentario, soprattutto, un miracolo della regia sull’archivio.

NOTE

- FILM REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DI CANAL +, FRANCE TELEVISIONS, CINE+, WILD BUNCH E IL SUPPORTO DI: ROMANIAN NATIONAL CENTER FOR CINEMATOGRAPHY, EURIMAGES, CENTRE NATIONAL DU CINÉMA ET DE L'IMAGE ANIMÉE.

- PREMIO PER LA MIGLIOR INTERPRETAZIONE FEMMINILE (CRISTINA FLUTUR E COSMINA STRATAN) E PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA AL 65. FESTIVAL DI CANNES (2012).

CRITICA

"L'esorcista nella Romania del dopo-Ceausescu. Lo slogan è grossolano ma rende l'idea. Un film tratto «da una storia vera» (formula passepartout ormai inservibile) accaduta nel 2005, ma più vicino al rigore di Dreyer che alle facilonerie dei film-cronaca. E capace di fornire un'esperienza interiore sconvolgente, che va molto oltre la storia narrata. È 'Al di là delle colline' di Cristian Mungiu (palma d'oro 2007 con '4 mesi, 3 settimane, 2 giorni'), premiato a Cannes per le sue due giovanissime e straordinarie attrici. Insinuante come una parabola filosofica, ma anche incalzante e crudele come un thriller, il film di Mungiu oppone le giovani orfane Alina e Voichita, amiche e forse amanti, in uno sperduto monastero ortodosso ai confini con la Moldavia. (...) In un affannoso crescendo di scabra fisicità e implacabile smalto visivo che accoglie poco a poco anche il mondo esterno, l'ospedale, la polizia, le miserie della regione, la neve che cade copiosa su questa tragedia senza un colpevole ma con molti complici. Un film esigente, quanto generoso, per spettatori esigenti." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 31 Ottobre 2012)

"Ispirato a un fatto di cronaca 'Oltre le colline', Palma d'oro per l'interpretazione all'ultimo festival di Cannes a entrambe le attrici, continua la riflessione del regista, nome di punta nella nuova onda del cinema rimeno, sul suo paese che ispirava anche il precedente '4 mesi, 3 settimane, 2 giorni' col quale 'Oltre le colline' ha in comune la stessa «struttura» narrativa: due donne, una che cerca di «salvare» l'altra. Stavolta però l'accento sembra spostarsi su una «condizione umana» non più semplicemente «locale», ma nella quale si declina un generale sentimento precario del nostro tempo. Così l'ossessione d'amore iniziale scompare nella messinscena del conflitto tra individuo e società, tra desiderio del singolo e oppressione di un mondo esterno, tra assunzione di responsabilità e delega a un sistema della propria esistenza. Non siamo più negli anni del regime come in '4 mesi...' e però non è difficile leggere nel Padre e nella Madre che «amorevolmente» controllano la vita della comunità, il riferimento a Ceausescu e a sua moglie, e a una Romania che dopo tanti anni dalla fine della dittatura non è ancora riuscita a elaborare uno stato sociale condiviso, se non nella fragilità che spinge alla ricerca di nuovi mondi organizzati. Un po' come Voichita che passa da un'istituzione totale, l'orfanotrofio, a un'altra, la comunità religiosa, opponendo così all'insicurezza del mondo un sistema autoimmune di certezze - raccontava il regista che di recente in Romania le comunità religiose come quella del film si sono moltiplicate. Ma da qui, appunto, Mungiu allarga l'orizzonte a una condizione contemporanea, e questa ambizione diviene il limite del film. L'ansia sovraccarica di costruire un teorema dell'umano, che lo fa accantonare la storia d'amore lesbica come se non fosse abbastanza importante, priva il film della sua libertà mortificando anche il talento nella messinscena del regista - le sue attrici bianche rese simili a zombie, il modo di filmare gli spazi ecc... E anche noi finiamo per sentirci estenuati da questa costante dichiarazione del «capolavoro», minacciosa forse almeno quanto il sorriso del Padre." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 31 Ottobre 2012)

"(...) con questa pellicola spiazza un altro po', perché come nel celebrato capolavoro sceglie di nuovo due donne come protagoniste (e azzecca le attrici, perfette) e come in quel caso va contro dogmi ben radicati per demolirli, o meglio ancora scoperchiarli. Ma questo, pur essendo un Mungiu coerente con il proprio lavoro, è anche un cineasta più dolce nel racconto, sa trovare, nelle immagini e nelle parole, la lucidità al limite del cinismo ma anche una tenerezza che prima sembrava tenere dentro. Ed è cosi che un racconto complesso, fatto di un'amicizia potentissima che può sfidare il tempo e il dolore regge per ben 155 minuti. E in questo potente legame si innesta la critica alla religione, all'ottusità del potere esercitato come un abuso, all'ingiustizia della vita. L'amicizia, l'amore forse invincibile che lega Alina (Cristina Flutur) e Voichita (Cosmina Stratan) è un sentimento enorme che si fa ruvido e sofferente, Mungiu gli regala una quotidianità che è tortura, un'epicità intimista. La scelta di Alina che torna nell'orfanotrofio in cui è cresciuta per tenere fede alla promessa di espatriare con l'amica di sempre, il suo prendere i voti perché quest'ultima l'ha fatto e non vuole più partire, ha in sé una carica di struggente emotività. E anche l'amore negato di una donna che ha messo un velo non solo fisicamente, ma tra se e il mondo, bussa prepotente al cuore dello spettatore. E tutto ha lo stile rigoroso e privo di retorica di questo regista rumeno. Uno che studieremo sui libri di storia del cinema." (Boris Sollazzo, 'Pubblico', 31 Ottobre 2012)

"Estenuante, barbosissimo dramma romeno, con un finale che sembra la parodia dell'Esorcista. (...) In platea si sviene con la lista dei peccati della Chiesa ortodossa: 464. Per fortuna la suorina che li declama si ferma a 21." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 31 Ottobre 2012)
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