Ogro

ITALIA, SPAGNA, FRANCIA - 1979
Ogro
Nei primi mesi del 1973 l'E.T.A. progetta il sequestro dell'ammiraglio Luis Carrero Blanco, "delfino" del caudillo Francisco Franco, in cambio del quale verrà chiesta la liberazione di 150 detenuti politici. Ma quando Franco nomina Blanco presidente del consiglio, l'E.T.A. decide che l'ammiraglio deve essere ucciso. Dopo aver scavato un lungo tunnel sotto la strada che il politico percorre ogni giorno in auto, e averlo riempito di esplosivo, lo fanno saltare uccidendo Carrero Blanco.
  • Altri titoli:
    Operation Ogre
    Il tunnel
    Operación Ogro
    Operazione Ogro
  • Durata: 121'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, POLITICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM - TECHNOSPES, EASTMANCOLOR
  • Tratto da: liberamente tratto dal libro "Operazione Ogro" di Julien Aguirre (Eva Forest)
  • Produzione: FRANCO CRISTALDI E NICOLA CARRARO PER VIDES CINEMATOGRAFICA (ROMA), SABRE FILM (MADRID), ACTION FILM (PARIGI)
  • Distribuzione: CIDIF - RICORDI VIDEO, VIVIVIDEO

NOTE

- DAVID DI DONATELLO 1980 PER MIGLIOR REGIA (EX-AEQUO CON MARCO BELLOCCHIO PER "SALTO NEL VUOTO").

- NEL FILM SONO STATE INSERITE IMMAGINI DI REPERTORIO DI FRANCISCO FRANCO E LUIS CARRERO BLANCO.

CRITICA

"(...) Dopo la "prima" veneziana e il festival di San Sebastiano la parte meno duttile del movimento separatista ha alimentato, contro il film, polemiche che hanno avuto eco anche in Italia, ma che non inducono a mutare parere sulla sua qualità cinematografica. Come spiegammo, la buona riuscita di "Ogro" (il titolo ripete il soprannome di "Orco" messo a Carrero Blanco) dipende infatti dalla sintesi fra lezione civile e tensione nervosa, dalla giustezza dell'analisi psicologica e dalla precisione del ritmo, quale appunto conviene a un'opera che ha anche il carattere di un "thriller politico". Sebbene sia più un film d'alto professionismo che di potente ispirazione corale come "La battaglia d'Algeri", "Ogro", fa un'opera d'informazione corretta, e consente di cogliere gli aspetti più drammatici d'una realtà umana comune a molti paesi, in cui sono in gioco la pietà, la ragione, la lungimiranza e la scelta fra modi diversi di opporsi al male. La recitazione degli interpreti (caposquadra è Gian Maria Volonté, Ángela Molina è una sposa trepidante) è nuda e secca, come si addice al cinema di classe d'un autore che, dopo dieci anni di silenzio, fa una "rentrée" assolutamente onorevole." (Giovanni Grazzini, 'Il Corriere della sera')

"(...) Cominciando il suo racconto ai giorni nostri, il regista narra in parallelo l'attentato e l'ultima mortale impresa di un membro del commando che non ha ceduto le armi. Nonostante il rispetto di cui è circondata la figura del basco irriducibile, la tesi del film si esprime chiaramente contro la prassi terroristica dell'Eta; ma a tratti sembra sollevare qualche riserva anche sull'attentato a Carrero, in cui si ravvisano somiglianze con il rapimento di Moro. Ne deriva che il film, anziché epico e appassionato, risulta cauto, troppo parlato, ambiguo. Più che alle prese con un'azione rivoluzionaria, i personaggi sembrano impegnati in un dibattito; e solo nella seconda parte, quando lo scavo della fatale galleria arriva alla conclusione, ci sono momenti di autentica tensione spettacolare. Ma non così intensa da cancellare il ricordo di un fumettone libertario di trent'anni fa: "Stanotte sorgerà il sole" di Huston." (Tullio Kezich, 'Panorama')

"(...) La singolarità del film - che sarebbe altrimenti non più che un concitato film di spionaggio - sta nell'evocare con gli occhi di oggi (difatti lo si vede un po' scombinatamente in "Flashback") quando alla lotta clandestina per la libertà si è sostituito un tragico e inqualificabile terrorismo. Uno degli attentatori, affacciatasi la Spagna alla democrazia, continua grintosamente a uccidere perseguendo propositi estremistici e rivoluzionari: gli altri conducono nel nuovo sistema, la battaglia delle idee. "La violenza l'abbiamo usata contro il fascismo perché non avevamo scelta - dice il personaggio principale, un sobrio, Volonté -; la democrazia, per quanto fragile e incompleta, ci permette di diffondere le nostre idee ed è con queste che intendiamo continuare la lotta". Diversamente - d'altra parte - ogni lotta precedente sarebbe stata inutile." (Franco Colombo, 'L'Eco di Bergamo')

"S'è già scritto da Venezia come "Ogro", quinto film di Gillo Pontecorvo, sia una pellicola di piccole virtù. Il suo tema è l'attentato contro l'ammiraglio Luis Carrero Blanco, primo ministro del governo franchista e candidato alla successione del dittatore, che fu eseguito in Madrid il 20 settembre 1973, da quattro uomini dell'ETA, l'organizzazione rivoluzionaria socialista che lotta per l'indipendenza dell'Euzkadi, il Paese basco di Spagna. Come film d'azione, pur non mancando di momenti intensi, "Ogro" è verboso, fiacco, generico. Gli nuoce, a livello di struttura drammatica, il cambio di rotta: dapprima gli uomini dell'ETA decidono di sequestrare Carrero Blanco per ottenere la liberazione di prigionieri politici, in un secondo tempo puntano sull'attentato. Questa debolezza è legata alle sue deficienze di film politico. "Ogro" è un film sul terrorismo come strumento di lotta politica. E' inevitabile supporre che i suoi autori, italiani, parlino di Spagna, pensando all'Italia o, comunque, ragionando con un'ottica italiana. Qui, forse, è l'origine di tutto quel che non soddisfa in "Ogro": il terrorismo basco è radicalmente diverso da quello delle Brigate rosse (...)." (Morando Morandini, 'Il Giorno')

"Pareri discordi ha provocato l'ultimo film di Gillo Pontecorvo "Ogro" (L'Orco) quando fu presentato in chiusura dell'ultima mostra veneziana. Si sapeva che il regista aveva ricostruito, momento per momento, l'azione dell'Età che a Madrid, nel 1973, portò all'attentato ed all'uccisione dell'ammiraglio Carrero Blanco. E molti si attendevano un film "politico", una specie di manifesto incentrato sulla lotta alle dittature. Invece Pontecorvo ha colto di sorpresa tutti raccordando la vicenda che si svolse in Spagna con la situazione italiana di questi tempi, e trasformando il tutto in una sorta di dibattito sulla liceità o meno del terrorismo. Una tale operazione in sé commendevole viene peraltro perseguita in maniera poco chiara: Pontecorvo, uomo di sinistra, registra inconsapevolmente quando diverso e contraddittorio sia l'atteggiamento di quest'area composita su un argomento che fa parlare le cronache di tutti i giorni. Le sfumature sono tanto, ed è proprio nelle sfumature che il film si perde, smarrendo l'occasione di una denuncia che si sarebbe dimostrata salutare.... Oltretutto, mentre Pontecorvo girava "Ogro" venne rapito Moro, e questo creò nuovi imbarazzi al regista. Sicché l'opera che ne è risultata finisce, sul piano ideologico, per scontentare tutti (...)." (G.N., 'Giornale')

"(...) In verità tutti i film di Pontecorvo sono fondati su questa duplice attenzione all'evento passato, da ricostruire, e al senso ideologico che esso aveva, ed ha, da discutere. Questa attenzione, sapientemente equilibrata nel suo film migliore, "La battaglia di Algeri", e privilegiata verso l'ideologico nel precedente, "Queimada", è qui privilegiata nel senso opposto, tanto che la dialettica (di ieri) e l'alternativa (di oggi) fra Ezarra (la "pazienza" rivoluzionaria) e Txabi (la "passione" rivoluzionaria) si riducono ad uno scontro puramente dialogico, di enunciazioni ideologiche e politiche sovente estranee al contesto narrativo e rievocativo, fino ad apparire come "ideologia" sovrapposta, artificiosa coscienza d'oggi, forzato "senno di poi", che
finisce per relegare l'evento (che pure occupa i 9/10 del film) ad occasione eccessivamente dilatata per discorso troppo didascalico. E' un peccato, poiché, al di là di tali limiti, il film è abbastanza avvincente per perspicuità ritmica, sapienza visiva, secchezza di linguaggio e giusta focalizzazione dei personaggi, almeno in funzione dell'evento che ieri li unì, se non dell'ideologia che oggi li divide. Se ne trae conferma della serietà di Pontecorvo e di un mestiere non asservito agli apparati del consumo. Ed anche, pur nell'insoddisfazione che, per "Ogro", fa apprezzare più le intenzioni che i risultati, l'auspicio di un futuro meno parsimonioso (fra "Queimada" e "Ogro" intercorrono dieci anni) e di un'opera meno irrisolta, che, di cineasti seri come Pontecorvo, il cinema italiano ha oggi più bisogno che mai." (Lino Miccichè, 'Avanti!')
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