Offside

IRAN - 2006
4/5
Offside
Iran. Una ragazza, per assistere a una partita di calcio, si traveste da uomo e sale sul bus che porta i tifosi allo stadio. Purtroppo, durante le perquisizioni al checkpoint viene scoperta e confinata all'interno di un recinto adiacente allo stadio, dove sono state rinchiuse altre donne, anche loro tifose mascherate sotto abiti maschili. Oltre all'ingiustizia di non poter assistere alla partita, le malcapitate devono sottostare ad una serie di abusi psicologici. Sono costrette infatti ad ascoltare da fuori il tifo dello stadio senza essere al corrente di ciò che accade all'interno e devono subire le ingiurie e le beffe da parte di guardie totalmente indifferenti al mondo del pallone. Nonostante tutto, però, alla prossima partita, le ostinate tifose tenteranno di nuovo il tutto per tutto pur di ammirare in azione i giocatori della loro squadra del cuore...
  • Durata: 88'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: JAFAR PANAHI
  • Distribuzione: BOLERO FILM (2011)
  • Data uscita 8 Aprile 2011

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

La Giuria dell’ultima Berlinale ha deciso di ripresentare in concorso il suo Orso d’Argento del 2006: proiezione l’11 febbraio scorso, perché quel giorno di 32 anni fa in Iran iniziava la Rivoluzione Islamica. Il film è Offside, il regista Jafar Panahi, condannato dal regime di Ahmadinejad a 6 anni di carcere e 20 di divieto d’esercizio della professione e oggi agli arresti domiciliari. Già assistente e collaboratore di Kiarostami, Panahi è tra gli esponenti di spicco della nouvelle vague iraniana. L’esordio dietro la macchina da presa nel 1995, Il palloncino bianco, vince la Caméra d’Or a Cannes, cinque anni più tardi, la consacrazione internazionale: Il cerchio è Leone d’Oro, mentre nel 2003 Oro rosso è premio della giuria a Un Certain Regard.
Passano altri tre anni e Panahi si ritrova in fuorigioco: il titolo non è metaforicamente diegetico, ma illumina uno slittamento di poetica, che fa di questo suo quarto lungometraggio il più ilare, ironico e accessibile della sua filmografia.
8 giugno 2005, un autobus procede per le strade di Teheran: i giovani ed euforici passeggeri sono diretti allo stadio, dove la nazionale iraniana si gioca la terza partecipazione ai Mondiali di calcio contro il Bahrein. Solo un ragazzo è seduto in silenziosa circospezione: in realtà, è una ragazza, en travesti perché alle donne è proibito assistere alle partite in compagnia degli uomini e delle imprecazioni che dagli spalti piovono in campo. Gli altri passeggeri se ne accorgono, ma non si fanno eccessivi problemi: il dissidio, viceversa, è tra potere e cultura, tradizione e società, reazione e innovazione. E’ qui che il regista punta la camera, dando seguito all’attenzione per il femminile, ricalcando la sua cifra poetica neo neorealista e scoprendo una inusitata calligrafia comica.
Ispirato da un’analoga esperienza della figlia, l’ironia apre alla tenerezza, lo humour persiano alza la bandierina gialla del monito civile. Se il futuro è qui e ora, perché – dice per immagini e suoni – irrigidirsi in categorie, reificare steccati e divieti palesemente fuori sincrono? Non un interrogativo politico, quello di Panahi, ma glocal ed esistenziale: per la successiva adesione alla Rivoluzione Verde, è stato privato della libertà artistica e personale, ma chi ha stabilito le regole di un gioco giocato nelle stanze e per le istanze del Potere? Meglio, davvero, finire in Offside. Ma ci vuole coraggio, molto coraggio: Panahi l’ha avuto, e Offside ne è splendido sintomo cinematografico. E toccante testimonianza umana.

NOTE

- GRAN PREMIO DELLA GIURIA-ORSO D'ARGENTO (EX AEQUO CON "SOAP" DI PERNILLE FISCHER CHRISTENSEN) AL 56MO FESTIVAL DI BERLINO (2006).

- IN PROGRAMMA AL 61. FESTIVAL DI BERLINO COME PROIEZIONE SPECIALE IN OMAGGIO AL REGISTA JAFAR PANAHI, GIURATO DEL FESTIVAL ASSENTE A CAUSA DI UNA CONDANNA POLITICA CHE GLI HA IMPEDITO DI LASCIARE L'IRAN.

CRITICA

"Se avessi modo di bussare alle segrete stanze del Pentagono, dove si stanno studiando le modalità virtuali di un attacco aereo a Teheran in caso di peggioramento della situazione, vorrei pregare i signori generali di sospendere i lavori per il tempo di visionare 'Offside' di Jafar Panahi. Volendo trovare per questo film un paragone italiano, ricorderei il molto simile (ma meno bello) 'La domenica della buona gente' (1953) del compianto Anton Giulio Majano. (...) Ebbene, se potessero vedere questo film i signori della guerra si renderebbero conto che un'incursione su Teheran sarebbe come bombardare Napoli in una giornata di campionato. Sappiamo bene che l'iraniano ha anche un altro aspetto molto meno tranquillizzante, quello che ogni sera vediamo in tv con i facinorosi che assaltano le ambasciate e bruciano le bandiere a causa delle famigerate vignette contro il Profeta. Bombardati da queste immagini, non solo i generali americani ma anche i normali telespettatori si vanno convincendo che in quel lontano paese allignano solo teppisti del tutto privi di senso dell'umorismo. Per fortuna non è così: e lo dimostra il film di Panahi, intessuto da cima a fondo di sorridente tolleranza, piccolo capolavoro di un autore in stato di grazia." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 18 febbraio 2006)

"Nulla di nuovo nel tema e neppure nella tecnica, ma una dignitosa correlazione fra l'amor di patria e tifo, la sua forma liofilizzata, accettata anche in Germania (e in Italia). Panahi è un khomeinista critico, non un oppositore del governo. Si veda il finale di 'Offside', fra canti e bandiere tricolori che accompagnano la riconciliazione fra ragazze che volevano andare allo stadio e i militari che le hanno fermate, perché alla donna vanno evitate le sconcezze urlate dagli uomini sugli spalti. In questo si vedrà discriminazione. Ma la delicatezza nella scena del militare, che accompagna nelle latrine una ragazza 'fermata', esprime un rispetto della femminilità rara sugli schermi europei." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 18 febbraio 2006)

"Nella protagonista diretta en travesti allo stadio dove l'Iran si gioca i Mondiali contro il Bahrein, Panahi fotografa un Paese sulla corsia di sorpasso della contemporaneità e insieme fermo con le ruote bucate dall'autoritarismo retrogrado. Un impasse, segnalato da luci d'emergenza politica e civile che rischiarano continuità (attenzione al femminile) e novità (comicità) del suo cinema. Da applausi." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 7 aprile 2011)

"Se volete sapere perché i film di Jafar Panahi fanno tanta paura al regime di Teheran non perdete 'Offside', ultimo lavoro firmato dal grande regista prima di finire agli arresti. Che non è una cupa denuncia di orrori e soprusi, ma una commedia tonica e pungente, dunque capace di far cadere le maschere del potere meglio di tanti film impegnati. Facendo leva per giunta su uno spettacolo popolare come il calcio, dunque sul divertimento, o meglio su quel diritto a divertirsi e a stare insieme che il totalitarismo di Ahmadinejad usa non per unire e pacificare ma per dividere e vigilare. (...) È un susseguirsi di situazioni comiche quanto rivelatrici che mettono a nudo contraddizioni e assurdità. Perché i soldati, che affacciandosi agli spalti tentano anche una goffa cronaca in diretta del match, sanno di calcio assai meno delle loro sorvegliate. E quando una di loro chiede di andare in bagno, le coprono il volto con la foto di un calciatore perché nessuno scopra il suo sesso (e deve anche tapparsi gli occhi per non leggere i graffiti osceni...). Ma succede anche che l'anziano genitore venuto a riprendersi la figlia con la forza la riconosca solo quando lei toglie il berretto e rimette il cha-dor, in un gioco di maschere davvero vertiginoso. Fino a quel gran finale che chiude a sorpresa su una nota di speranza. Sappiamo com'è andata a finire poi, almeno per Panahi. Ma sappiamo anche che non può finire così." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 8 aprile 2011)

"Una partita di calcio coagula entusiasmi e contrasti: se fosse una pellicola nostrana parleremmo di un delizioso affresco ritagliato dalla realtà. Ma poiché è l'ultimo film girato da Jafar Panahi prima di cadere sotto la scure del regime di Ahmadinejad, ecco che il quadro acquista ulteriori valenze. Constatiamo infatti che alle donne è vietato entrare nell'Azadi Stadium, dove Iran-Bahrein giocano per la qualifica ai Mondiali 2006. Non rassegnandosi alla discriminazione sei giovani tifose cercano di forzare il blocco, ma dovranno accontentarsi di seguire la gara di sguincio, fra l'eco di grida e applausi. Finché per festeggiare la vittoria la gente invade le strade, accomunando nella gioia maschi e femmine; e chissà quanto avrà inquietato il potere l'immagine di questa folla felice, unita e incontrollabile." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 8 aprile 2011)

"Il tema sfiora l'assurdo perché si riferisce al divieto per le donne iraniane di assistere a partite di calcio. Perché? Perché vedrebbero in campo uomini con braccia e polpacci nudi... Lavorando attorno a questo tema, Panahi ha costruito un film che, con un sapore di documentario dal vero (e perciò con interpreti non professionisti), segue quasi in tempo reale una partita di calcio in cui la squadra dell'Iran, vincendo su quella del Berhein, poté assicurarsi la partecipazione ai Mondiali. (...) Dolenti noi, e partecipi, per il silenzio cui adesso il suo autore è costretto." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo cronaca di Roma', 8 aprile 2011)

"Lezione di cinema. Questo è - prima di ogni altra cosa - 'Offside', soprattutto per noi italiani. Ovvero: come sia possibile realizzare un film sul calcio, rispettando la bellezza del gioco e la passione dei tifosi, ma usando al tempo stesso lo sport più popolare al mondo per parlare, appunto, del mondo. Delle questioni - etiche, politiche, sociali - alla quale la vita ci mette di fronte. Un film serio in cui un gioco sia, appunto, una cosa seria. Poi, naturalmente, 'Offside' è molto altro. (..) Teatro dell'assurdo, commedia di costume, dibattito politico, metafora del maschilismo travestito da fede: Panahi mescola tutti questi registri e raggiunge il miracolo di fonderli in un film magico anche nella durata, inferiore ai 90 minuti (più corto di una partita di calcio...). Finora solo gli inglesi, da 'Looking for Eric' a 'II maledetto United', erano riusciti a rendere il calcio drammaturgicamente così interessante: ma per loro è più facile, il pallone è una loro invenzione, giocano in casa. In Italia dovremmo risalire al vecchio 'Ultrà' di Ricky Tognazzi. In quel film, come in 'Offside', la partita non si vedeva. Ma quel che là era una confessione d'impotenza - è impossibile ricostruire in modo verosimile una partita sullo schermo - qui diventa la ragione d'essere del film. La partita non si deve vedere, perché i protagonisti - sia le ragazze che i soldati - sono offside. In fuorigioco. Esclusi, in quanto giovani, da una setta di vecchi imam che decidono per loro." (Alberto Crespi, 'Il Fatto Quotidiano', 8 aprile 2011)

"Barbosa storia di repressione in Iran - Che terribile pizza, puntuale gran premio della giuria a Berlino 2006. E' l'ultima opera di Jafar Panahi, strenuo oppositore del regime iraniano, che dopo averlo arrestato, lo ha rilasciato proibendogli di dirigere film per vent'anni. Ottima decisione, alla faccia della critica snob, sempre ghiotta di bidoni." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 8 aprile 2011)

"Spiacerà a chi apprezza Panahi per almeno due ragioni: è il regista di 'Il cerchio' (Leone d'oro a Venezia), e contesta il regime di Ahmadinejad (difatti è agli arresti domiciliari). L'impressione è che 'Offside' sia un film mediocre e prevedibile." (Giorgio Carbone, 'Libero', 8 aprile 2011)
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