Nome di donna

ITALIA, FRANCIA - 2018
Nina si trasferisce da Milano in un piccolo paese della Lombardia, dove trova lavoro in una residenza per anziani facoltosi. Un mondo elegante, quasi fiabesco. Che cela però un segreto scomodo e torbido. Quando Nina lo scoprirà, sarà costretta a misurarsi con le sue colleghe, italiane e straniere, per affrontare il dirigente della struttura, Marco Maria Torri in un'appassionata battaglia per far valere i suoi diritti e la sua dignità.

CAST

NOTE

- CANDIDATO AL GLOBO D'ORO 2018 PER: MIGLIORE ATTRICE (CRISTIANA CAPOTONDI), MIGLIORE MUSICA (DARIO MARIANELLI).

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2018 PER LA MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA (ADRIANA ASTI).

CRITICA

"Ci sono film al servizio di un tema nobile e rispettabile che, a prescindere dal loro valore estetico, ne hanno uno civile. Ma il confine è sempre sottile, tra film al servizio di un tema e film che vengono divorati dal tema, fino all'inefficacia. Mi sembra questo il caso dell'ultimo film di Marco Tullio Giordana, che parla di molestie sessuali sui luoghi di lavoro. Il film, ricordiamolo, è stato concepito ben prima del caso Weinstein e delle sue ricadute (anche italiane), ma adesso diventa di enorme attualità. (...) La parte interessante poteva essere (...) l'analisi dei meccanismi di complicità, sia al livello basso sia in quello alto: l'intreccio tra politica, gerarchie ecclesiastiche e impresa è la parte, almeno politicamente, più nuova; un film ancora da fare. Per raccontare una storia fatta di nulla (non ci sono scene di violenza esplicita, ma dinamiche pervasive di oppressione) ci sarebbe voluto un film tutto di regia, d'atmosfera. 'Nome di donna' invece è l'illustrazione di un copione didascalico (scritto con Cristina Mainardi), in cui tutto è chiaro subito. I dialoghi enunciano pedantemente le psicologie dei personaggi, la loro vita passata e la morale di tutta la storia (...). I personaggi sono pure funzioni (...). E poiché la vicenda in sé è esile, le sottotrame e gli sviluppi (...) si incartano facendo anche perdere efficacia al pamphlet. Allora forse tanto valeva accentuare il versante di fiaba gotica o di feuilleton con la damigella in pericolo, che rimane implicito. Nel complesso, c'è piuttosto un'aria da film dossier, da supporto audiovisivo al dibattito. In prima serata tv, 'Nome di donna' magari funzionerà. Ma il grande schermo in questi casi amplifica i difetti, dalla recitazione alla meccanicità della regia (inconsueta in un autore come Giordana) che alterna le scene dialogate a riprese con il dolly e i droni." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 8 marzo 2018)

"Giordana immerge con sensibilità la vicenda nell'apparente quiete della campagna cremonese, suggerendo un clima di favola nera ambientata alla corte di un re cattivo assistito da un bieco «ministro-sacerdote» pronto a chiudere gli occhi, ma il troppo schematico copione non gli consente di seguire sino in fondo questa via; e il film, pur diretto con finezza, resta penalizzato da una struttura a tema che ingabbia i personaggi, inchiodando gli interpreti su un registro monocorde. A parte Adriana Asti che si impone con bel piglio di teatrante in un incisivo cammeo." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 8 marzo 2018)

"E' una prima volta del cinema italiano (...) e nella precisione di contesto e dettagli (...) la sceneggiatura è impegnata a non perdere per strada nulla, con un fin troppo rapido ripasso di giurisprudenza, fatica processuale, pregiudizi e ambiguità istituzionali, però chiari nel ruolo del potere. Il 'caso Nina' deve molto alla performance netta di Capotondi. Parla alla fragilità e all'omertà delle donne più che ai 'modi' degli uomini. Corretto, che non significa noioso. Necessario, che non significa formale." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 8 marzo 2018)

"Non basta il tema d'attualità per fare buon cinema. Servono regia, attori (Binasco e Storti sono dei 'cattivi' coi fiocchi senza banalità) e un finale così intelligente in scrittura (sceneggiatura di Giordana e Cristiana Mainardi) da non considerare tutto risolvibile attraverso la storia individuale della coraggiosa Nina, finita in un'aula di tribunale come in una pellicola processuale hollywoodiana. A proposito: l'unica scena che stona è forse un'esagerazione spettacolare simile a un 'Mission: Impossible' con Tom Cruise. Ma è solo un particolare attraverso cui è impossibile giudicare male un gran bel film nella tradizione del nostro miglior cinema di impegno civile." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 8 marzo 2018)

"Un tema importantissimo, quanto mai attuale (MeToo), che, però, qui non ha il respiro e la profondità emotiva di un certo cinema civile, alla Ken Loach. Siamo dalle parti del tiepido e stereotipato sceneggiato televisivo, con una protagonista, la Capotondi, non sempre convincente." (A.S., 'Il Giornale', 8 marzo 2018)

"Il nuovo film di Marco Tullio Giordana vanta pregi rari nel nostro cinema sempre più in debito di realismo, ma sconta troppe incertezze nello sviluppo del racconto e dei personaggi per convincere davvero. Tra le cose riuscite c'è senz'altro l'ambientazione, una casa di riposo per anziani abbienti adagiata in una brumosa campagna lombarda in cui sembra ancora echeggiare il 'troncare, sopire' manzoniano. In questa lussuosa residenza, gestita con pugno di ferro da un prete manager e dal suo fido direttore generale (Bebo Storti e Valerio Binasco, memorabili), vediamo arrivare Nina (una limpida Cristiana Capotondi), ragazza madre in cerca di lavoro che non immagina cosa la aspetta. (...) Ordinaria e certamente diffusa (mala) amministrazione purtroppo, che le sottoposte accettano per reciproca convenienza, tanto da emarginare e perseguitare la nuova arrivata che osa ribellarsi al molestatore (all'ordine costituito). Proprio qui però cominciano i guai, anche per il film. Che tiene insieme con mano sicura i molti comprimari (Adriana Asti grande attrice a riposo, Anita Kravos immigrata vulnerabile, Patrizia Punzo innamorata delusa) e i segreti nascosti da quel luogo di cura e ricatto, ma perde colpi quando dal melodramma sociale scivola per così dire verso il thriller giudiziario. Perdendo chiarezza e incisività, malgrado le due ottime avvocatesse rivali (Laura Marinoni e Michela Cescon) proprio quando le molte piste e i diversi registri del racconto dovrebbero confluire nel crescendo finale. Un peccato, perché il regista dei 'Cento passi' sa scavare come pochi nei fatti e nei sentimenti che generano. Ma forse è il dramma processuale a non essere nelle nostre italiche corde." (Fabio Ferzetti, 'L'Espresso', 11 marzo 2018)
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