Nome di donna

ITALIA, FRANCIA - 2018
2,5/5
Nome di donna
Nina si trasferisce da Milano in un piccolo paese della Lombardia, dove trova lavoro in una residenza per anziani facoltosi. Un mondo elegante, quasi fiabesco. Che cela però un segreto scomodo e torbido. Quando Nina lo scoprirà, sarà costretta a misurarsi con le sue colleghe, italiane e straniere, per affrontare il dirigente della struttura, Marco Maria Torri in un'appassionata battaglia per far valere i suoi diritti e la sua dignità.
  • Durata: 98'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Produzione: LIONELLO CERRI, HENGAMEH PANAHI PER LUMIERE & CO., CELLULOID DREAMS, CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: VIDEA
  • Data uscita 8 Marzo 2018

TRAILER

RECENSIONE

di Gian Luca Pisacane

Il silenzio: questo potrebbe essere il sottotitolo di Nome di donna. Tutti sanno, ma nessuno parla. Chi sceglie di scoprire la verità viene emarginato, da un giorno all’altro nessuno gli rivolge più il saluto. Le colpe devono essere nascoste, gli uomini potenti possono permettersi tutto, mentre chi non riveste un ruolo importante nella società deve subire, tenendo la bocca chiusa. Regna la stessa omertà de I cento passi, della lotta di Peppino Impastato nella Sicilia degli anni Settanta.

La residenza per anziani in mezzo alla natura può sembrare un luogo idilliaco. Dista solo un’ora di macchina da Milano, è immersa nella campagna lombarda, e offre tutti gli agi che un uomo facoltoso potrebbe desiderare. Nina arriva da un anno difficile: ha una bambina da crescere, è disoccupata e deve badare alla piccola. Il padre le ha abbandonate entrambe.

 

La sua unica consolazione è il fidanzato architetto che le fa visita quasi tutte le sere. Il lavoro di Nina sarebbe la restauratrice, ma la crisi ha fatto chiudere lo studio in cui si sentiva felice. Adesso è stata assunta in questa clinica da favola come inserviente. La prima parte del film è serena, distesa, fino a quando il capo convoca Nina nel suo ufficio, alla fine del turno. Un bicchiere di vino, qualche complimento e poi arrivano le molestie. Lei scappa, piange, ma poi trova la forza di denunciarlo.

Nell’epoca di #MeToo e di Weinstein, il film potrebbe essere attuale, necessario, però Marco Tullio Giordana non riesce a ritrovare lo sguardo de La meglio gioventù, un’opera imponente, fluida, che narrava l’evoluzione dell’Italia attraverso l’epopea di padri e figli, fratelli e amanti. Il suo modo di raccontare ci guidava nelle contraddizioni del Paese, nei drammi della società. Qui si appiattisce su un incedere didascalico, senza sorprese, che spesso sembra più adatto a un formato televisivo, nonostante gli ottimi propositi.

In Nome di donna manca la passione di Romanzo di una strage, cronaca degli anni di piombo, della bomba di Piazza Fontana e molto di più. L’obiettivo era mettere ordine in una materia complessa, anche se con qualche complottismo di troppo. Dal primo minuto, ciò che succede a Nina indigna, sensibilizza sul mobbing e su un mondo malato, che deve ancora scoprire la sua cura, ma poi il cinema lascia il posto a crociate superflue, all’immagine di una Chiesa che non assiste le sue pecore.

Da una parte un prete votato ai soldi, divorato dall’ambizione. Conosce tutto quello che succede all’interno della struttura, e chiude gli occhi. Dall’altra un parroco che, dopo molto tempo, decide di aiutare chi ha più bisogno. Sarà Nina, interpretata da Cristiana Capotondi, a risvegliare la sua coscienza, mentre da sola combatte con la foga di una guerriera che vale un esercito intero.

NOTE

- CANDIDATO AL GLOBO D'ORO 2018 PER: MIGLIORE ATTRICE (CRISTIANA CAPOTONDI), MIGLIORE MUSICA (DARIO MARIANELLI).

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2018 PER LA MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA (ADRIANA ASTI).

CRITICA

"Ci sono film al servizio di un tema nobile e rispettabile che, a prescindere dal loro valore estetico, ne hanno uno civile. Ma il confine è sempre sottile, tra film al servizio di un tema e film che vengono divorati dal tema, fino all'inefficacia. Mi sembra questo il caso dell'ultimo film di Marco Tullio Giordana, che parla di molestie sessuali sui luoghi di lavoro. Il film, ricordiamolo, è stato concepito ben prima del caso Weinstein e delle sue ricadute (anche italiane), ma adesso diventa di enorme attualità. (...) La parte interessante poteva essere (...) l'analisi dei meccanismi di complicità, sia al livello basso sia in quello alto: l'intreccio tra politica, gerarchie ecclesiastiche e impresa è la parte, almeno politicamente, più nuova; un film ancora da fare. Per raccontare una storia fatta di nulla (non ci sono scene di violenza esplicita, ma dinamiche pervasive di oppressione) ci sarebbe voluto un film tutto di regia, d'atmosfera. 'Nome di donna' invece è l'illustrazione di un copione didascalico (scritto con Cristina Mainardi), in cui tutto è chiaro subito. I dialoghi enunciano pedantemente le psicologie dei personaggi, la loro vita passata e la morale di tutta la storia (...). I personaggi sono pure funzioni (...). E poiché la vicenda in sé è esile, le sottotrame e gli sviluppi (...) si incartano facendo anche perdere efficacia al pamphlet. Allora forse tanto valeva accentuare il versante di fiaba gotica o di feuilleton con la damigella in pericolo, che rimane implicito. Nel complesso, c'è piuttosto un'aria da film dossier, da supporto audiovisivo al dibattito. In prima serata tv, 'Nome di donna' magari funzionerà. Ma il grande schermo in questi casi amplifica i difetti, dalla recitazione alla meccanicità della regia (inconsueta in un autore come Giordana) che alterna le scene dialogate a riprese con il dolly e i droni." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 8 marzo 2018)

"Giordana immerge con sensibilità la vicenda nell'apparente quiete della campagna cremonese, suggerendo un clima di favola nera ambientata alla corte di un re cattivo assistito da un bieco «ministro-sacerdote» pronto a chiudere gli occhi, ma il troppo schematico copione non gli consente di seguire sino in fondo questa via; e il film, pur diretto con finezza, resta penalizzato da una struttura a tema che ingabbia i personaggi, inchiodando gli interpreti su un registro monocorde. A parte Adriana Asti che si impone con bel piglio di teatrante in un incisivo cammeo." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 8 marzo 2018)

"E' una prima volta del cinema italiano (...) e nella precisione di contesto e dettagli (...) la sceneggiatura è impegnata a non perdere per strada nulla, con un fin troppo rapido ripasso di giurisprudenza, fatica processuale, pregiudizi e ambiguità istituzionali, però chiari nel ruolo del potere. Il 'caso Nina' deve molto alla performance netta di Capotondi. Parla alla fragilità e all'omertà delle donne più che ai 'modi' degli uomini. Corretto, che non significa noioso. Necessario, che non significa formale." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 8 marzo 2018)

"Non basta il tema d'attualità per fare buon cinema. Servono regia, attori (Binasco e Storti sono dei 'cattivi' coi fiocchi senza banalità) e un finale così intelligente in scrittura (sceneggiatura di Giordana e Cristiana Mainardi) da non considerare tutto risolvibile attraverso la storia individuale della coraggiosa Nina, finita in un'aula di tribunale come in una pellicola processuale hollywoodiana. A proposito: l'unica scena che stona è forse un'esagerazione spettacolare simile a un 'Mission: Impossible' con Tom Cruise. Ma è solo un particolare attraverso cui è impossibile giudicare male un gran bel film nella tradizione del nostro miglior cinema di impegno civile." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 8 marzo 2018)

"Un tema importantissimo, quanto mai attuale (MeToo), che, però, qui non ha il respiro e la profondità emotiva di un certo cinema civile, alla Ken Loach. Siamo dalle parti del tiepido e stereotipato sceneggiato televisivo, con una protagonista, la Capotondi, non sempre convincente." (A.S., 'Il Giornale', 8 marzo 2018)

"Il nuovo film di Marco Tullio Giordana vanta pregi rari nel nostro cinema sempre più in debito di realismo, ma sconta troppe incertezze nello sviluppo del racconto e dei personaggi per convincere davvero. Tra le cose riuscite c'è senz'altro l'ambientazione, una casa di riposo per anziani abbienti adagiata in una brumosa campagna lombarda in cui sembra ancora echeggiare il 'troncare, sopire' manzoniano. In questa lussuosa residenza, gestita con pugno di ferro da un prete manager e dal suo fido direttore generale (Bebo Storti e Valerio Binasco, memorabili), vediamo arrivare Nina (una limpida Cristiana Capotondi), ragazza madre in cerca di lavoro che non immagina cosa la aspetta. (...) Ordinaria e certamente diffusa (mala) amministrazione purtroppo, che le sottoposte accettano per reciproca convenienza, tanto da emarginare e perseguitare la nuova arrivata che osa ribellarsi al molestatore (all'ordine costituito). Proprio qui però cominciano i guai, anche per il film. Che tiene insieme con mano sicura i molti comprimari (Adriana Asti grande attrice a riposo, Anita Kravos immigrata vulnerabile, Patrizia Punzo innamorata delusa) e i segreti nascosti da quel luogo di cura e ricatto, ma perde colpi quando dal melodramma sociale scivola per così dire verso il thriller giudiziario. Perdendo chiarezza e incisività, malgrado le due ottime avvocatesse rivali (Laura Marinoni e Michela Cescon) proprio quando le molte piste e i diversi registri del racconto dovrebbero confluire nel crescendo finale. Un peccato, perché il regista dei 'Cento passi' sa scavare come pochi nei fatti e nei sentimenti che generano. Ma forse è il dramma processuale a non essere nelle nostre italiche corde." (Fabio Ferzetti, 'L'Espresso', 11 marzo 2018)
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