Moonlight

USA - 2016
2/5
Moonlight
Storia della vita, dall'infanzia all'adolescenza alll'età adulta di Chiron, un ragazzo di colore cresciuto nei sobborghi difficili di Miami, che cerca faticosamente di trovare il suo posto del mondo. Una riflessione intensa e poetica sull'identità e sul senso di appartenenza, sulla famiglia, l'amicizia e l'amore.
  • Durata: 111'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA XT, HAWK SCOPE, DCP (1:2.35)
  • Tratto da: basato sull'opera teatrale "In Moonlight Black Boys Look Blue" di Tarell Alvin McCraney
  • Produzione: A24, PLAN B ENTERTAINMENT
  • Distribuzione: LUCKY RED IN ASSOCIAZIONE CON 3 MARYS ENTERTAINMENT (2017)
  • Data uscita 16 Febbraio 2017

TRAILER

RECENSIONE

di Massimo Giraldi
Adolescenza, maturità ed età adulta di Chiron, ragazzo cresciuto nella periferia degradata di una grande città, dove dominano spaccio e droga. Solo con una mamma assente e incapace, Chiron dopo una reazione violenta a scuola viene imprigionato e sconta un lungo periodo di carcere. Anni dopo, tornato libero, va a trovare un amico, un ragazzo con il quale aveva fraternizzato e passato un momento di forte intesa. Lui ora lavora in un locale dove offre al ritrovato amico da mangiare e da bere. Poi  vanno a casa di lui. Forse l’amicizia ha preso ancora il sopravvento...

L’apertura dell’edizione 2016 della Festa di Roma è stata affidata ad un film dalle molte ambizioni ma, va detto, quasi mai efficace o innovativo. Barry Jenkins, nato e cresciuto a Miami, laurea in cinema alla Florida State University, colloca nelle prima mezz’ora tutte le carte di una scrittura che vuole essere rabbiosa e grintosa, usando carrelli eccessivi e inquadrature oblique.

Induce qualche maniera di andare controcorrente, ma nel procedere la storia si chiude nella parabola amara e testarda di un ragazzo/uomo che non riesce a reagire di fronte alle avversità quotidiane. Anzi sceglie di tornare allo spaccio come strada rapida per fare carriera. Le vicende di Chiron hanno per buona parte qualche sussulto e un po’ di vivacità. La  tensione drammatica cade, invece, con fragore quando i due amici si ritrovano e arrivano alla resa dei conti.

Quella che si prospetta una confessione conclusiva si trasforma nello striminzito recupero di una passione mai sopita, una volontà forte ma a dire il vero non convincente di un gesto di pulizia e di cancellazione di passato/futuro che non si sdogana. Il film ha un andamento altalenante che toglie vigore e robustezza all’insieme, lasciando in sospeso tutte le suggestioni messe in campo durante lo svolgimento. Una serie di temi anche di buona intuizione tuttavia non risolti e rimasti nella espressioni interrogative e dubitose del protagonista Trevante Rhodes.

NOTE

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI FIGURANO ANCHE TARELL ALVIN MCCRANEY E BRAD PITT.

- FILM D'APERTURA ALLA XI EDIZIONE DELLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA (2016).

- GOLDEN GLOBE 2017 COME MIGLIOR FILM DRAMMATICO. LE ALTRE CANDIDATURE ERANO: MIGLIOR REGISTA, ATTORE (MAHERSHALA ALI) E ATTRICE (NAOMIE HARRIS) NON PROTAGONISTI, SCENEGGIATURA E COLONNA SONORA.

- OSCAR 2017 PER: MIGLIOR FILM, ATTORE NON PROTAGONISTA (MAHERSHALA ALI) E SCENEGGIATURA NON ORIGINALE. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR REGIA, ATTRICE NON PROTAGONISTA (NAOMIE HARRIS), FOTOGRAFIA, MONTAGGIO E COLONNA SONORA.

CRITICA

"E' di origine teatrale questa educazione sentimentale contro stereotipi d'un afroamericano in cerca dell'identità sessuale mentre il panorama morale intorno è un caleidoscopio. Tre attori per Chiron, tre per Kevin, senza una macchia: il miracolo di Barry Jenkins (...) è armonizzare spazi e tempi pur con l'handicap di un certo estetismo, una certa banalità del male sociale riscattati però dal magnifico finale, un pugno in cui è chiuso un grammo puro di poesia: la droga più spacciata è la solitudine." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 16 febbraio 2017)

"(...) un film visivamente sontuoso, narrativamente spericolato, socialmente incandescente. Capace di restituire alla causa 'black' la tensione stilistica che merita. Anche se machismo e deriva criminale oggi sono in agguato in tutte le periferie del mondo, di qualsiasi colore." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 16 febbraio 2017)

"Nella sua poetica esilità, l'opera seconda del 35enne Barry Jenkins ha vari motivi di interesse, a partire dal fatto che all'implicita domanda «Cosa significa essere nero nell'America di oggi?» risponde con il ritratto giocato fuori dagli stereotipi di un giovane gay, dimostrando che la questione dell'identità di un uomo di colore è tema complesso e non banalmente riconducibile a livello di problemi di razza. All'origine c'è soggetto teatrale, 'In Moonlight Black Boys Look Blue', nel quale il drammaturgo in ascesa Tarell Alvin McCraney, coetaneo del regista e come lui natio di Miami, ricorda la sua esperienza di adolescente omosessuale alle prese con i pregiudizi e la violenza di un ambiente nero machista. Del testo il film mantiene la divisione in tre capitoli che sull'arco di una ventina d'anni vanno a tratteggiare il percorso di formazione di Chiron (...). Nella trasognata fotografia di James Laxton, il sobborgo di Miami dove si svolge la storia acquista un'onirica valenza di realtà rievocata; e Jenkins possiede un'indubbia capacità di suggerire gli stati d'animo attraverso il fluido scorrere di immagini ben contrappuntate dalla ricca colonna musicale curata da Nicholas Briten. Lungi dall'aspirare a romanzesca solidità, 'Moonlight' vibra di un'emozionale corda lirica, ed è questo il registro su cui sintonizzarsi per apprezzarne l'innovativa sensibilità." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 16 febbraio 2017)

"'Alla luce della luna i ragazzini neri diventano blu': fin dal suo titolo, la pièce di Tarell Alvin McCraney da cui è tratto 'Moonlight' evoca una dimensione lirica, tra realtà e sogno. Con movimenti di macchina circolari, lenti e ipnotici, frequenti ralenti, un uso del colore che «forza» la profondità degli azzurri, dei bruni e dei rosa, e alcune abili ellissi narrative, Barry Jenkins, nel suo film, allude a quella stessa dimensione altra, ma poi la stempera in un realismo poetico più convenzionale, rassicurante. (...) Il ghetto, cuore pulsante della blaxploitation dei seventies e del cinema di guerra della black renaissance anni novanta ('Clockers', 'Boys in the Wood', 'New Jack City'), in 'Moonlight', diventa lo sfondo della tormentata scoperta d'identità di Chiron (...) in un'opera programmaticamente «piccola», intimista, educata; un mélo che avanza in punta di piedi, pieno di silenzi per «farti pensare». II problema è che persino quei silenzi sembrano scritti. Nel 1990, il texano Marlon Riggs (...) avevano fatto scandalo portando in prima serata tv 'Tongues Untied', un doc sull'omosessualità black e sull'omofobia che circonda ragazzi come Chiron, spesso proprio nelle comunità afroamericane in cui crescono. A confronto con quello che ormai dovrebbe essere un reperto d'epoca, forte della vena creative del queer cinema, in un momento di forza della comunità gay e in cui anche Hollywood è molto più integrata, 'Moonlight' (...) è un film di una timidezza (formale, erotica e politica) frustrante. (...) Nell'impianto minimal del film (...) Jenkins ha già introiettato dosi tali di determinismo e di perbenismo cinematografico da rendere i suoi personaggi meno delle creature- che vivono, respirano, ci sorprendono - che delle ombre. Pericolosamente vicine a dei cliché." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 16 febbraio 2017)

"Fuori dalle convenzioni di questa storia di slums ci porta un taglio sincopato, ma non frettoloso, aereo, ma anche dettagliato, sulla contraddizione tra l'identità virile, aggressiva, richiesta dall'ambiente, e la libertà di rifiutarla e riconoscersi nella scoperta di omosessualità. L'incontro, da adulti, tra Little e il compagno del primo bacio dopo 20 anni, vale il biglietto. Spigola tra Spike Lee e Sidney Poitier, cerca una sua strada, molto 'scritta' se vogliamo, in scene cruciali fin troppo marcate." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 16 febbraio 2017)

"(...) la pellicola impressiona per il tentativo non semplice di mescolare violenza e liricità in una partitura di buona tenuta registica. Non tutto è portato a compimento come sarebbe auspicabile per un'opera così ambiziosa, a tratti sovrabbondante di cliché e di scelte formali troppo barocche, ma il valore è indiscusso, specie nelle performance sensibili di un cast solido e ben affiatato. Per spettatori attrezzati." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 16 febbraio 2017)

"Piacerà anche in Italia, per la scansione drammatica molto forte, la raffinata impaginazione, gli stringenti dialoghi della pièce di Tarell Alvin McCraney che ha dato il via." (Giorgio Carbone, 'Libero', 16 febbraio 2017)
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