Minari

USA - 2020
4,5/5
Minari
Tutto ha inizio quando Jacob, immigrato coreano, trascina la sua famiglia dalla California all'Arkansas, deciso a ritagliarsi la dura indipendenza di una vita da agricoltore negli Stati Uniti degli anni '80. Sebbene Jacob veda l'Arkansas come una terra ricca di opportunità, il resto della sua famiglia è sconvolto da questo imprevisto trasferimento in un fazzoletto di terra nell'isolata regione dell'Ozark. L'arrivo dalla Corea della nonna, donna imprevedibile e singolare, stravolgerà ulteriormente la loro vita. I suoi modi bizzarri accenderanno la curiosità del nipotino David e accompagneranno la famiglia in un percorso di riscoperta dell'amore che li unisce.
  • Durata: 115'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Produzione: DEDE GARDNER, JEREMY KLEINER, CHRISTINA OH, PLAN B ENTERTAINMENT
  • Distribuzione: ACADEMY TWO
  • Data uscita 26 Aprile 2021

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

La seconda volta. La seconda stagione. La seconda ondata. Le seconde generazioni. E un nuovo inizio, dunque, una nuova frontiera e il sogno che la costruisce. Non c’è solo l’agenda politica, o lo Zeitgeist, a mandare avanti le nuove, ovvero altre, leve del cinema americano o, meglio, del cinema in America, c’è il talento degli stessi cineasti che rinverdiscono, e al contempo sovente problematizzano, il mitico e mitologico American Dream sotto il cappello della diversity o, preferiamo, dell’alterità: che è Nomadland, diretto dall’asian american Chloé Zhao, e che è questo Minari, diretto da Lee Isaac Chung prendendo memoria, e sentimento, dall’album di famiglia?

Come il Paese che lo ospita, il cinema statunitense si rinnova per accoglienza nel proprio corpo del corpo estraneo, per innesto: anziché pretendere di raccontare l’altro, fa sì che l’altro si possa raccontare, scoprendo quindi una comunanza di tensioni, desideri e, perché no, successo. Omogeneizzazione, normalizzazione? Sì, alla fine, come Zhao che dirige Gli Eterni per Marvel, ma prima ci si può declinare se non nell’idiosincrasia, nell’individualità, nell’ideogramma poetico-stilistico.

MINARI
Alan S. Kim
Credit: Josh Ethan Johnson

Quarto lungometraggio di Lee Isaac Chung, nato il 19 ottobre del 1978 in una piccola fattoria di Lincoln, Arizona – sull’altopiano di Ozark così serialmente conosciuto  da genitori sudcoreani, tiene fede metaforica, e ideologica, al titolo che s’è scelto: minari è un’erba piccante coreana che diventa più rigogliosa nella sua seconda stagione di crescita, e così la seconda generazione, il regista in fondo, grazie al sacrificio dei genitori. Quante volte l’abbiamo già letta, vista, sentita questa storia? Appunto, ma anziché limitazione è un pregio: Minari scommette sull’originalità del racconto, ovvero l’empatia della scrittura, il respiro della partitura (anche musicale, ovvio), la sapienza del tratto, il guizzo della memoria.

MINARI
Alan S. Kim, Noel Cho
Credit: Melissa Lukenbaugh/A24

C’è molto, verrebbe da dire tutto, dentro la storia, di chi sfida l’ignoto per portare più avanti la frontiera e più vicino il sogno, c’è molto, verrebbe da dire tutto, nel racconto, che chiama a sé il lessico familiare di Hirokazu Kore-eda (Like FatherLike Son, sopra tutto), il voltaggio immaginifico di Hayao Miyazaki (La città incantata, sopra tutto) e la dialettica di coppia di John Cassavetes (Una moglie, anche).

Lee Isaac Chung, che scrive e dirige, prende questo carico umano, storico, politico e ne fa leggerezza raziocinante e vieppiù sentimentale, ne distende le pieghe nello spazio e nel tempo, come il fool del film si porta appresso la croce di Cristo, raccorciando sempre l’estraneità senza deflettere la diversità: è la rinascita – resurrezione sarebbe di troppo – la storia del film, e la coltivazione il suo racconto, affidato alla coltura dei campi, la puericoltura e la cultura quale vettore di integrazione sociale senza svilire l’identità personale.

Minari piantata in prossimità di una pozza d’acqua, perché possa farsi domani, dunque premessa e promessa di felicità. Che non si può programmare, ma espropriare dal caso questo sì: Minari è un film di fede, ricerca, dunque rabdomanzia, quindi ramo biforcuto – origine (Corea e Usa), anagrafe (nonna, nipote), relazione (marito, moglie) – che individua un punto nel terreno. 

La possibilità dell’acqua, non fine a se stessa, ma ipoteca di vita: acqua lustrale, acqua che battezza il futuro, che irriga la speranza. Una missione che Lee Isaac Chung, su cui hanno meritoriamente scommesso Plan B (Brad Pitt) e la solita A24, affida al formato famiglia: il pater è Jacob, immigrato dalla Corea, che negli Anni Ottanta trascina i suoi cari dalla California all’Arkansas, deciso a mollare la selezione (maschi, femmine) dei pulcini per conto terzi in favore dell’indipendenza da fattore.

A incarnare Jacob è Steven Yeun, nato in Corea, cresciuto in Michigan, noto per The Walking Dead e Burning: sopra tutto, ha ragione il regista, ha una qualità essenziale, “appena lo conosci fai il tifo per lui. E le persone devono voler fare il tifo per Jacob, perché sta facendo una cosa terribilmente rischiosa, trasferendo la sua famiglia in questo posto assurdo senza neppure consultarla, e portandola sull’orlo del disastro. Potremmo diffidare di lui. Invece Jacob suscita simpatia per l’intensità della sua dedizione, del suo impegno, e del suo credere nei frutti di un lavoro faticoso”.

MINARI Steven Yuen
Credit: Josh Ethan Johnson

L’incontro-scontro con la moglie Monica (Yeri Han, brava) è fondamentale per il senso e il sentimento del film, come pure quello tra il piccolo, malato o forse solo frainteso David (Alan Kim, irresistibile) e la non allineata e irriducibile nonna Soonja (Yuh-Jung Youn, super), che nei fatti simboleggia più innovazione che tradizione: il loro stare insieme sempre dialettico alimenta il racconto, perfeziona fatti e battiti, suspense e pathos, elevando a potenza eidetica – inquadrature oblique come epifanie semantiche, incursioni sonore (Emile Mosseri, wow) come diapason antropologico, fuoricampo sempre attivo – il racconto esclusivo di una storia comune.

Ma forse, in fondo, anzi, nel profondo a farci innamorare di Minari è che dietro le sue buone maniere, dietro la scelta di aguzzare lo sguardo anziché alzare la voce è un film, e un’idea di mondo e di arte, che non abdica al conflitto, dell’Uomo contro la Natura (e lo Stato), dell’Uomo con la Donna, dei Vecchi con il Futuro, e dei Giovani con il Passato. E che prima di trovare un’acqua salvifica sa votarsi al fuoco purificatore, consapevole che non esista conforto senza contrasto, ripartenza senza terra bruciata, sintesi senza antitesi. 

Minari è un grande film, perché ha scelto di essere anziché sembrare, di costruire anziché rimaneggiare. Ha rischiato, insomma, di raccontare ancora una volta una storia che conoscevamo. 

 

NOTE

- PRODUTTORI ESECUTIVI: BRAD PITT, STEVEN YEUN.

- GOLDEN GLOBES 2021 PER: MIGLIOR FILM IN LINGUA STRANIERA.

- OSCAR 2021 A YOUN YUH-JUNG COME MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA. IL FILM ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FILM, MIGLIOR REGISTA, MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE, MIGLIOR ATTORE (STEVEN YEUN) E MIGLIOR COLONNA SONORA ORIGINALE.
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