Melinda e Melinda

Melinda and Melinda

USA - 2004
Melinda e Melinda
Quattro sofisticati newyorchesi si godono una cena fuori durante una serata piovosa. Un aneddoto provoca una discussione fra due di loro sulla duplice natura del dramma umano simbolizzata dalla maschera teatrale tragedia/commedia. Intorno a questo tema si svolgono le vicende legate ad un'enigmatica donna di nome Melinda...
  • Altri titoli:
    Melinda & Melinda
  • Durata: 100'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: FOX SEARCHLIGHT PICTURES, PERDIDO PRODUCTIONS
  • Distribuzione: 20TH CENTURY FOX ITALIA
  • Data uscita 22 Dicembre 2004

RECENSIONE

di Diego Giuliani
Melinda e Melinda. Ovvero: tragedia e commedia, due opposte facce della stessa storia che nascondono un paradosso. Quello che potrebbe sembrare un elogio della relatività è invece il frutto del Woody Allen più nero della sua carriera. Ma anche del più consapevole. Per lui parla uno dei drammaturghi, dal cui incontro prendono le mosse gli opposti sviluppi della vicenda: "La vita è talmente tragica - tira le somme in una delle scene finali - da poterci soltanto ridere su". Pessimista fino al midollo, ma apparentemente più in pace con se stesso, Allen riesce così in uno dei suoi migliori film degli ultimi anni. Niente cliché e macchiette logore, rinuncia alla presenza sul set ma eccelle (e si diverte moltissimo) in sceneggiatura. L'incipit è tra l'autobiografia e il pretesto: l'incontro-scontro di due commediografi, a cui viene sottoposta la neutra vicenda di una ragazza, che irrompe inattesa a cena da amici che non vedeva da anni. Da qui la sfida interpretativa tra i due, per dimostrare la natura comica o tragica degli eventi. Quello che ne risulta sono due Melinde e due storie diametralmente opposte, ma costellate di punti di contatto. Ed è proprio qui la maestria di Allen: nella sofisticazione con cui identifica e gioca con i trait d'union. Un capolavoro retorico in cui ambienti, situazioni e perfino singoli oggetti, tornano ma vengono capovolti e rivestiti di significati completamente diversi. L'impressione è che la sceneggiatura sia venuta scrivendo. E che scrivendo, Allen abbia sogghignato non poco, fino a costruire un'architettura intricatissima. Impossibile fornire un esempio, senza che appresso venga l'intera matassa del film. Basti sapere che entrambe le Melinde partono dallo stesso bisogno di rimettere insieme i pezzi della loro vita affettiva. E che se una è entusiasta dell'incontro al buio che le hanno organizzato le amiche. L'altra è terrorizzata e titubante. Mentre la prima finisce per sedurre il fidanzato dell'amica, all'altra il fidanzato viene rubato dall'amica. Ricorrenze e similitudini caratterizzando anche gli ambienti in cui si muovono: una è ospite da un attore di serie b, che spera nell'incontro della vita con un produttore, l'altra fa amicizia con una rampante neoregista, che il produttore invece lo seduce, per riuscire nel salto di qualità. Ma il gioco di specchi non finisce qui. Si ripete anzi all'infinito, in un caleidoscopio di situazioni e rimandi, ottimamente sostenuti dal doppio ruolo di Radha Mitchell. Menzione speciale, tra gli altri, a Chiwetel Ejiofor, Amanda Peet e un sorprendente Will Ferrell, in una parte inedita e più sofisticata, rispetto alle commedie demenziali a cui ci aveva finora abituato.

CRITICA

"Sarebbe stato curioso presentare questo 'Melinda e Melinda' omettendo i titoli di testa, come l'opera prima di un regista nuovo. Quali aggettivi avrebbe usato la critica per definire l' oggetto? Ambizioso, interessante, bizzarro, coraggioso, sgradevole nel senso usato da G.B. Shaw; ma soprattutto promettente. E invece vien voglia di affermare che non promette niente di buono, visto che la firma è quella di Woody Allen. Siamo di fronte a un cincischiamento intellettualistico, una fredda variazione su temi che in passato esplodevano fra le mani del Molière di 'Manhattan' come un fuoco d'artificio di malinconica allegria. Ormai le fantasie metropolitane di Woody non sono più illuminate dalla grazia che risplendeva in 'Io e Annie'. L'autore non scende in campo in prima persona, non si preoccupa di far ridere o sorridere come usava un tempo. Non bada neppure al fatto che siamo al cinema e non fra le quattro pareti di un teatro sperimentale. Va detto poi che gli attori, competenti ma poco interessanti, non valorizzano le situazioni. Quanto a Radha Mitchell, si potrebbe ripetere per lei ciò che scrisse Marco Praga di Marta Abba in 'La signora Morli una e due' di Pirandello, un copione non lontano da 'Melinda e Melinda': quando a un'attrice affidi un personaggio che è solo una tesi incarnata non le concedi di esprimere nessuna umanità. Bisogna tuttavia riconoscere che Woody Allen, alle soglie dei 70 anni, ha deciso lui così: non più showman in caccia di risate ed emozioni, ma filosofo incartato in domande senza risposta." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 23 dicembre 2004)

"Spititoso e malinconico, triste, incantevole e melodioso, 'Melinda e Melinda' di Woody Allen conferma la gran bravura del regista e rivela minore vitalità, la sfiducia della routine, una stanchezza. (...) La luce di questo paesaggio-palcoscenico è dorata e autunnale, nello stile prediletto dal regista e dal direttore della fotografia Vilmos Zsigmond: ruggine, bruno, marrone, nocciola, color castagna. La protagonista Melinda, ragazza nevrotica, confusa, aspirante suicida, molto carina, bionda, sottile, Radha Mitchell nata e cresciuta a Melbourne in Australia, è un personaggio scritto davvero molto bene; Chloe Sevigny, ragazza deliziosa qui dominata da una durezza da kapò, è la più brava, mentre il più bravo è Chiwetel Ejifor, attore di colore, musicista seducente, dolce e doppio; il ragazzo che interpreta la parte che un quarto di secolo fa sarebbe stata destinata a Woody Allen, è appunto un sostituto. Tutto il gruppo degli interpreti è accomunato e amalgamato da un fitto chiacchiericcio, da un sovrapporsi di frasi, risate, battute, esclamazioni così tipico del nostro tempo e così privo di significato. Woody Allen adesso ha settant'anni, è autore di oltre trenta opere: una grazia brillante nutre il film parodia di se stesso, elegante, bello, stanco." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 22 dicembre 2004)

"Si sa, esistono due Woody Allen. C'è il Woody comico, (già) maestro della gag e della commedia sofisticata, e c'è l'Allen drammatico, esistenziale, bergmaniano. Il che non esclude affatto che l'uno possa sconfinare nei territori dell'altro; come nel bellissimo 'Crimini e misfatti'. In 'Melinda e Melinda', la doppia personalità assume forma quasi saggistica. (...) Ciò cui Woody intende arrivare, tuttavia, è un'altra cosa, neppure questa nuovissima. E cioè che sorriso e dramma fanno parte dello stesso menu (la vita): non si può avere l'uno senza assaggiare l'altro. Pur impartita con leggerezza, la lezione pecca per eccesso di zelo didattico. Mentre gli attori che interpretano l'entourage di Melissa cambiano (per evitare confusioni?), le situazioni si ripetono simmetricamente: due coppie che si sfasciano, due relazioni con altrettanti pianisti per le Melisse e così via; onde ribadire che è il tono, non la sostanza del racconto, a variare. E' la stessa, invece, la protagonista Radha Mitchell, deliziosa nevrotica capace di dar punti a Diane Keaton e Mia Farrow. Ma Radha è la parte migliore del film; un Woody minore, poco motivato, che si fa sostituire in scena da una controfigura (Will Ferrell, allenizzato in modo inbarazzante dal doppiaggio) e le mette in bocca battute fiacche, che un tempo sarebbero finite nel cestino." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 24 dicembre 2004)

"Allen scorpora le due anime del proprio cinema in una coppia di tracce narrative diverse, per dimostrare quello che già sapevamo: c'è, nel comico, qualcosa di ineluttabilmente tragico, così come il dramma è in agguato anche dietro il riso. Woody imita Allen. Se Radha Mitchell è una neo-nevrotica di classe, meglio di Diane Keaton e Mia Farrow assieme, il resto sa troppo di riciclato per rendere onore al talento del regista." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 31 dicembre 2004)

"A 'Melinda e Melinda', Le Monde ha dedicato quasi una pagina intera con ampia recensione e intervista: un attestato di qualità inteso a portare spettatori al cinema. Precedentemente il nuovo film di Woody Allen era uscito in Spagna (un buon incasso), in Svezia, in Norvegia e da noi. (...) Questa strategia della programmazione ribadisce la priorità che Allen accorda ormai all'Europa, dove ha appena finito di girare 'Matchpoint' a Londra, mentre in patria non incanta più. Alle soglie dei 70 anni ha realizzato un film senza attori di grido, amaro e disincantato, dal quale trapela la sua stanchezza delle chiacchiere da caffè della Grande Mela. Ovviamente questo Woody che tenta di rinnovarsi, proprio come se fosse un giovane alle prime armi, continua a meritare attenzione. Ma le risate di 'Io e Annie' e la grazia gershwiniana di 'Manhattan', i chiaroscuri di 'Crimini e misfatti' e il colpo di genio di 'Pallottole su Broadway' certo li rimpiange anche lui." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 15 gennaio 2005)
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