M.D.C. MASCHERA DI CERA

ITALIA - 1997
A Parigi, all'alba del 1900, una coppia di amanti viene uccisa e mutilata da un misterioso omicida con un arto di ferro. Sopravvive, testimone della strage, una bambina di dieci anni. Tredici anni dopo a Roma, il giovane Luca muore nel museo delle Cere dove sono riprodotti alcuni dei fatti più sconvolgenti della mitologia e della storia. Boris, creatore e proprietario del museo, approfitta dell'episodio per dare il via ad una serie di statue che riproducano i più efferati delitti della cronaca recente. Assume come collaboratrice Sonia, che poi diventa amica del giornalista Andrea che sta indagando sulla morte di Luca. Il commissario Lanvin, che ha condotto le indagini sulla strage di Parigi, arriva a Roma perchè sospetta di Boris. I sospetti si rivelano alla fine fondati. Sonia, che è la bambina testimone di anni prima a Parigi, riesce a sfuggire alla vendetta di Boris, che viene catturato e imprigionato. Dalla folla però emerge all'improvviso un volto, è una maschera e sotto c'è il viso di Boris.

CAST

NOTE

REVISIONE MINISTERO APRILE 1997

CRITICA

Nel prendere in mano, sotto la supervisione di Dario Argento, un progetto caro allo scomparso Lucio Fulci, l'esordiente Sergio Stivaletti lavora su un "classico" dell'orrore, giù portato due volte sullo schermo (nel 1933 da Michael Curtiz, nel '53 da Andrè de Toth) e lo ripropone in forma di "B-movie", conservando l'ambientazione gotica primo Novecento. Ma se l'operazione cinefila fa simpatia, il risultato non è all'altezza delle attese: un po' per quell'aria da filodrammatica che avvolge la recitazione, un po' per l'incapacità del neo-regista (bravo tecnico di trucchi ed effetti speciali) di nutrire la storia di suggestioni dark più profonde e allusive. Il racconto di Gaston Leroux risulta piuttosto rimaneggiato dal copione di Lucio Fulci e Daniele Stroppa, che trasporta la vicenda nella Roma giolittiana del 1912. (L'Unità, Michele Anselmi, 10/4/97) Per la terza volta il cinema va all'attacco di un celebre racconto del terrore del giornalista francese Gaston Leroux, lo stesso del Fantasma dell'opera. La storia dell'artista folle e del suo museo di "morti viventi" (che in fondo è una variazione sul tema zombie) è qui riscritta col gusto dello sceneggiato gotico da tv anni Cinquanta, fruscianti costumi e torve occhiate fin de siècle, alambicchi, vapori, liquidi dai colori improbabili e pulsioni melodrammatiche sublimate in un assassinio contrappuntato dalla Tosca. E poi, a far da cornice all'omicida ex-aequo alchimista con mano di ferro stile Nightmare, molti interni, primi piani imbarazzanti con momenti di recitazione filodrammatica sotto il livello di guardia, specie da parte femminile. (Corriere della Sera, Maurizio Porro, 8/4/97)
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